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Una barca con vele ammainate

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14/11/2012

Tratto da:
Edgar Lee Masters, “George Gray”
In: Antologia di Spoon River, a cura di Fernanda Pivano, introduzione di Guido Davico Bonino, contributi di Cesare Pavese, Einaudi 1993

Guida alla lettura

La lirica che proponiamo è tratta dall’Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters, nella fondamentale traduzione di Fernanda Pivano, arricchita – in un’edizione imperdibile per gli amanti della letteratura – da un’introduzione di Guido Davico Bonino e contributi di Cesare Pavese.
Richiamandosi al modello dell’Antologia Palatina, che raccoglie brevi carmi funerari del periodo ellenistico, Masters presenta le iscrizioni incise sulle lapidi dell’immaginario cimitero di Spoon River, attraverso le quali emerge la realtà quotidiana della provincia americana con le sue piccole gioie, le sue passioni, i suoi drammi, le sue ipocrisie. Ogni defunto, infatti, non avendo più nulla da perdere, racconta la propria vita e i propri errori con assoluta sincerità.
L’epitaffio di George Gray costituisce uno dei vertici emotivi della raccolta: è un lamento, colmo di rimpianto, per non aver saputo vivere la vita, come una barca troppo presto ormeggiata. Nonostante avesse «fame di un significato», George ha sempre e soltanto ceduto alla paura: paura dell’amore, paura del dolore, paura dell’ambizione. Così ha conosciuto «la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio» che segna l’esistenza di coloro che non hanno il coraggio di «alzare le vele e prendere i venti del destino ». Anche se «dare un senso alla vita può condurre a follia»: la follia di una ricerca non esaudita, certo, ma anche la follia dell’anticonformismo e della libertà, la follia della coraggiosa contrapposizione ai condizionamenti che l’ambiente, gli educatori, le famiglie a volte cercano di imporre ai loro giovani, mortificandone le aspirazioni e i talenti più veri.
Eugenio Montale canterà il medesimo tema con versi immortali: «So che si può vivere / non esistendo, / emersi da una quinta, da un fondale, / da un fuori che non c’è se mai nessuno / l’ha veduto. / So che si può esistere / non vivendo, / con radici strappate da ogni vento». Ma il parallelo più impressionante, e infinitamente più profondo per arte e forza introspettiva, lo troviamo in Dante, che nel terzo canto dell’Inferno canta gli ignavi, i pusillanimi: «Coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo» (v. 36), «sciagurati che mai non fur vivi» (v. 64).
In Dante l’ignavia è peccato di ordine etico, è la rinuncia ad esercitare la facoltà di scelta fra il bene e il male per cui l’uomo è tale e vive: tanto che il poeta, sempre incline a pietà di fronte alle angosce infernali, mostra nei confronti dei vili il più profondo disprezzo e li colloca, con una formidabile intuizione drammatica, ai confini del mondo infero, «a Dio spiacenti e a’ nemici sui» (v. 63). Ma per noi, uomini e donne di oggi, quel «mai non fur vivi» è colpa innanzitutto esistenziale, è il peccato moderno di chi si limita a sopravvivere in un quotidiano intessuto di mediocrità, non cogliendo le infinite possibilità dell’intelligenza, della bellezza e dell’amore. Salvare queste vite dall’abisso dell’insignificanza è forse l’obbligo più urgente per la società.
Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio –
è una barca che anela al mare eppure lo teme.

Biografia

Edgar Lee Masters nasce a Garnett, in Kansas, nel 1868. La famiglia è originaria dell’Illinois, ove ben presto fa ritorno. Dopo il diploma di scuola superiore, inizia a collaborare con il Chicago Daily News: il clima culturale della città, il cimitero cittadino di Oak Hill e il vicino fiume Spoon saranno preziose fonti di ispirazione per l’Antologia di Spoon River.
Dopo un lungo apprendistato presso l’ufficio legale del padre, ottiene la laurea in Giurisprudenza e l’abilitazione alla professione forense. Nel 1911 apre un proprio studio.
L’ascesa come scrittore inizia, nel 1914, quando sotto lo pseudonimo di Webster Ford scrive una serie di poesie sulle esperienze della sua infanzia. Tra il maggio 1914 e il gennaio 1915 vengono pubblicate sul Reedy’s Mirror quasi tutte le liriche della celeberrima Antologia, che uscirà in versione definitiva nel 1916. Con estrema semplicità espressiva, in versi appena ritmati, Masters riesce a creare un piccolo capolavoro di poesia realistica, sia pure con talune forzature di sentimentalismo e di genericità nella caratterizzazione dei tipi umani e delle vicende che rappresenta.
Dopo lo scarso successo della raccolta “The New Spoon River” (1924), abbandona la professione di avvocato per dedicarsi interamente alla scrittura. La sua opera ottiene la Mark Twain Silver Medal nel 1936, i premi della Poetry Society of America e della Academy of American Poets Fellowship nel 1942, e lo Shelly Memorial Award nel 1944. Negli ultimi anni, però, riesce a sostentarsi solo grazie ai prestiti di alcuni amici. Muore di polmonite il 5 marzo 1950.
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