Fondazione Alessandra Graziottin onlus - per la cura del dolore nella donna Fondazione Alessandra Graziottin
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12/06/2013

Sono verticale


I am vertical
in: Sylvia Plath, Opere, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2002


Guida alla lettura

Questa lirica, scritta da Sylvia Plath il 28 marzo 1961, è una delle gemme più luminose della poesia del secolo scorso: per densità, eleganza, profondità. Al tempo stesso il linguaggio semplicissimo, quasi colloquiale – superata la sorpresa di quell’attacco che si comprende solo alla luce del titolo, prassi non infrequente nel Novecento – parla davvero a tutti, e in ciascuno può suscitare un’emozione.
Sul piano strutturale, i due movimenti della lirica tratteggiano una metamorfosi: gli alberi e i fiori sono dapprima immagine di ciò che la poetessa vorrebbe essere, e non è; poi divengono il silenzioso e indifferente scenario della sua solitudine. Sul piano espressivo, emergono le dolorose verità che segnarono la vita di Sylvia: l’assenza, nell’infanzia, di radici sane e buone, che le dessero forza per crescere e «poter brillare di foglie ogni marzo»; il senso di brevità dell’esistenza («In confronto a me, un albero è immortale»); il sentimento di non contare, di essere un nulla persino al cospetto della natura in una notte stellata – quando più intensi e belli si fanno, a volte, i sogni del cuore.
Parole di disincanto che riecheggiano, fra i moderni, quelle di Eugenio Montale: «So che si può vivere / non esistendo, / emersi da una quinta, da un fondale, / da un fuori che non c’è se mai nessuno / l’ha veduto»; e di Edgar Lee Masters: «Molte volte ho studiato / la lapide che mi hanno scolpito: / una barca con vele ammainate, in un porto. / In realtà non è questa la mia destinazione / ma la mia vita». E fra gli antichi, ma per contrasto, quelle di Francesco Petrarca, che nella fuga dal “manifesto accorrer delle genti”, per celare al mondo la fiamma del suo amore infelice, poteva almeno credere che «monti e piagge / e fiumi e selve sappian di che tempre / sia la mia vita, ch’è celata altrui».
Il sonno, quando Sylvia giace e i suoi pensieri sono offuscati, diviene allora la sola possibile condizione di non sofferenza. Ma il sonno è figura della morte: e infatti solo quando sarà “distesa per sempre”, la poetessa potrà sperare – attraverso la straordinaria immagine delle radici che toccheranno il suo corpo immobile – che quegli alberi e quei fiori manifestino amore e attenzione per lei.
Solitudine, senso del nulla, distacco dal reale, vagheggiamento della morte: figure poetiche eterne, sono anche espressioni cliniche di quella depressione che devastò la vita della Plath e, come la sua, annienta tante altre esistenze: paralizzate da una sofferenza invisibile e implacabile, che nasce quasi con noi, si accumula a poco a poco, e che alla fine è, semplicemente, dolore di esserci. A queste vite, e a coloro che lottano per riscattarle, dedichiamo i versi di Sylvia.

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Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con la radice nel suolo
che succhia minerali e amore materno
per poter brillare di foglie ogni marzo,
e nemmeno sono la bella di un’aiola
che attira la sua parte di Ooh, dipinta di colori stupendi,
ignara di dover presto soffrire.
In confronto a me, un albero è immortale,
la corolla di un fiore non alta, ma più sorprendente,
e a me manca la longevità dell’uno e l’audacia dell’altra.

Questa notte, sotto l’infinitesima luce delle stelle,
alberi e fiori vanno spargendo i loro freschi profumi.
Cammino in mezzo a loro, ma nessuno mi nota.
A volte penso che è quando dormo
che assomiglio loro più perfettamente –
i pensieri offuscati.
L’essere distesa mi è più naturale.
Allora c’è aperto colloquio tra il cielo e me
e sarò utile quando sarò distesa per sempre:
forse allora gli alberi mi toccheranno e i fiori avranno tempo per me.

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Biografia

Sylvia Plath nasce a Boston (Stati Uniti) nel 1932. Il padre, di origini tedesche, è professore di entomologia; la madre proviene da un’austera famiglia austriaca e in casa parla solo tedesco.
Talento precoce, Sylvia pubblica la prima poesia nel 1940, a soli otto anni. Nello stesso anno, il padre muore di embolia in seguito a un’operazione chirurgica. Questo evento segna profondamente l’equilibrio della bambina, che in età adulta soffrirà di una grave forma di depressione alternata a momenti di intensa vitalità creativa.
Nel 1953 compie il primo tentativo di suicidio, cui segue il ricovero in un istituto psichiatrico, dove le viene diagnosticato una patologia nota come “disturbo bipolare”. Uscita dall’ospedale si laurea, con lode, nel 1955. Pochi mesi dopo ottiene una borsa di studio per l’università di Cambridge, dove approfondisce gli studi e continua a scrivere poesie. Al campus conosce il poeta inglese Ted Hughes, che sposa nel 1956 e dal quale avrà due figli, Frieda Rebecca e Nicholas. Nei tre anni successivi, insegna allo Smith College.
Trasferitasi con il marito in Inghilterra, Sylvia pubblica nel 1960 la prima raccolta di poesie, “The Colossus”. L’anno dopo subisce un aborto spontaneo: diverse liriche fanno riferimento a questo evento. Il matrimonio si incrina, anche per un tradimento di Ted, e la coppia finisce per separarsi.
Apparentemente rasserenata, Sylvia si stabilisce a Londra con i figli. Ma l’inverno del 1962 è per lei molto duro, con frequenti ricadute nella depressione. Nel gennaio 1963 pubblica con lo pseudonimo di Victoria Lucas il romanzo “La campana di vetro”, in cui descrive la crisi che l’aveva colpita nel 1953. Un mese dopo si toglie la vita, soffocandosi con il gas.
Vincitrice del Premio Pulitzer nel 1982, Sylvia Plath è ricordata come una delle più grandi poetesse statunitensi del Novecento.

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Parole chiave:
Depressione - Poesia - Solitudine - Vita e morte

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