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27/06/2018

Una barca che non sa risalire il fiume


Tratto da:
Maria Luisa Spaziani, Tutte le poesie, Meridiani Mondadori, 2012


Guida alla lettura

Nel novembre dello scorso anno, avevamo proposto e commentato una lirica in cui Maria Luisa Spaziani descriveva i sentimenti che ostacolano la ricerca di sé e la realizzazione delle proprie aspirazioni più profonde: «Io cammino pestando la mia ombra, / non ne uscirò nemmeno per un metro, / ho paura di perdere me stessa / o mi spaventa l’orizzonte…», cantava la poetessa in versi essenziali e splendidi. E avevamo sottolineato come quella breve e densa poesia riecheggiasse i versi di un altro grande autore, Edgar Lee Masters, nell’epigrafe di Spoon River dedicata a George Gray: «Molte volte ho studiato / la lapide che mi hanno scolpito: / una barca con vele ammainate, in un porto. / In realtà non è questa la mia destinazione / ma la mia vita…». In entrambi i casi, emergeva prepotente la paura di scegliere e compiere il proprio destino, in un ripiegamento triste che riconosciamo in molti giovani del nostro tempo.
La lirica che proponiamo oggi riprende questi temi cruciali da un’altra angolazione: le disillusioni dell’età adulta, l’impossibilità di invertire il corso del tempo, l’incapacità di trovare conforto persino nelle cose che, in passato, alimentavano il nostro fare. Una barca – la stessa immagine di Masters – non sa risalire il fiume, così come nessun vento può frenare la rapida che impetuosa ci trascina a valle. Le vele, un tempo gonfie nel vento, sono afflosciate e smorte, incapaci di condurci ancora avanti, verso un orizzonte che non desideriamo più e che forse non abbiamo mai realmente desiderato. E persino il silenzio che un giorno alimentava l’ispirazione, è oggi sgradito compagno di giornate tutte uguali.
Siamo di fronte a potente quadro depressivo che non lascia spazio ad alcuna speranza. Qui non sono più in discussione le scelte della giovinezza, la capacità di leggere in profondità dentro a se stessi, il coraggio di opporsi al conformismo per seguire con fermezza la propria strada: qui c’è tutta la violenza del tempo “chrónos”, che consuma i fatti e i sogni; c’è la novità ostile di opportunità perse per sempre, di porte definitivamente chiuse su se stesse, di un cammino che all’improvviso si fa breve e incerto. Eppure sentiamo che tutto è tenuto insieme da un filo sottile: che l’adulto perduto di oggi è il giovane impaurito di ieri, che il non senso attuale è il frutto di un’insufficiente ricerca di senso quando i giorni davanti a noi erano ancora innumeri, infiniti.
Ancora una volta sottolineiamo con forza la necessità che la scuola sia innanzitutto una scuola di vita, un luogo in cui imparare ad abitare se stessi e a scoprire i propri talenti migliori; e che le famiglie siano un arco per le frecce che sono i figli, e li sappiano scagliare con avvedutezza verso un futuro autentico e appagante.

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Non sa, la barca, risalire il fiume.
Nessun vento contrasta la rapida.
Felicità, gonfiavi le mie vele.
Ora smorte ricadono in lamenti.

Ma sarebbero ancora le parole
l’essenziale energia. Quel silenzio
che sempre è il limo fertile del verso,
ora è puro veleno.

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Biografia

Colpiscono di questa poetessa italiana – tra le più grandi del secolo scorso, anche se celebrata meno di quanto dovrebbe nelle antologie scolastiche, che ripropongono i soliti nomi – un video su YouTube in cui recita lei stessa, con dolce serenità e già avanti negli anni, una poesia di Ada Negri, e soprattutto una fotografia luminosa della sua giovinezza che compare subito alla prima ricerca su Google, il sorriso abbagliante, la felicità di quel momento, un foulard per ripararsi dal vento, tutta la vita davanti.
Maria Luisa Spaziani, morta a 91 anni, è stata tre volte candidata al Premio Nobel per la Letteratura. Ha attraversato da intellettuale, scrittrice, traduttrice, poetessa e aforista tutto il Novecento: dal 1922, l’anno in cui è nata a Torino, al 2014 quando s’è spenta nella sua casa di Roma. Ha avuto una vita intensa, affollata di emozioni che ha riversato nelle liriche, spesso segnate dalla ricerca di significato della vita, dall’impossibilità di dare una risposta all’esistenza. Scrive in una delle sue poesie più belle: «L’indifferenza è inferno senza fiamme, / ricordalo scegliendo tra mille tinte il tuo fatale grigio. / Se il mondo è senza senso, tua solo è la colpa: / aspetta la tua impronta questa palla di cera».
Ha insegnato all’università; è stata docente di lingua e letteratura francese; ha studiato Hoelderlin, Rilke, Eliot; ha tradotto Marcel Proust, Goethe, Shakespeare, Gide, Gustave Flaubert, Marguerite Yourcenar; ha conosciuto Ezra Pound, Jorge Luis Borges, Pablo Picasso; è stata l’amore di Eugenio Montale: «Avevo venticinque anni e morivo dalla voglia di incontrarlo. Conoscevo a memoria Ossi di seppia. Accadde al Teatro Carignano, nel gennaio 1949. Montale mi guardò con un’intensità così forte che ne rimasi turbata. Ma non sono mai stata bella. Era affascinato dalla mia vitalità, questo sì».
Maria Luisa Spaziani nasce a Torino, il padre è un facoltoso imprenditore nel settore dolciario. L’agiatezza della famiglia le consente di dedicarsi con dedizione assoluta agli studi letterari, la sua passione sin dall’infanzia. Da ragazza s’innamora della figura di Giovanna d’Arco: l’affascina la Pulzella d’Orléans, questa eroina francese capace di mettersi alla testa di un esercito; è stregata dalla donna, dal suo potere femminile, dalla sua autonomia e forza, in grado di rivaleggiare con gli uomini. Eroina alla quale dedica finalmente un poema, in ottave di endecasillabi senza rima, pubblicato nel 1990, lo stesso anno in cui riceve la prima delle candidature al Nobel, poi ripetute nel 1992 e nel 1997.
Ma la sua attività di intellettuale a tutto campo era iniziata molto prima, a 19 anni. Ancora studentessa universitaria, in Lingue e Letterature straniere, dirige una piccola rivista, Il Girasole, che le consente di entrare in contatto con alcuni poeti, tra i quali Umberto Saba. Incontri che irrobustiscono la sua vocazione, facendole compiere il primo passo verso la scrittura. Escono via via le raccolte dei suoi versi: Primavera a Parigi (edito da All’insegna del pesce d’oro, 1954), poi Le acque del sabato (Mondadori, 1954), Luna lombarda (Neri Pozza, 1959), Il gong (Mondadori, 1962), Utilità della memoria (Mondadori, 1966), L’occhio del ciclone (Mondadori, 1970). Inizia a far parte delle giurie di molti Premi, tra i quali, sino agli ultimi anni di vita, lo Strega.
Alla fine degli anni Settanta è ormai affermata e la casa editrice Mondadori nel 1979 pubblica una sua antologia, operazione editoriale che si fa di solito con i grandi autori, e nel 2000 entra addirittura tra gli “Oscar” Mondadori. Appena l’anno prima, nel 1978, aveva fondato con Mario Luzi e Giorgio Caproni il Movimento Poesia, che alla morte di Montale è diventato “Centro Internazionale Eugenio Montale”. Da Torino si trasferisce definitivamente a Roma e inizia a dedicarsi ai giovani poeti lanciando, nel 2006, il Concorso nazionale “L’anima del bosco”.
La città natale compare raramente nelle sue poesie. Sono invece più presenti i paesaggi tra il Piemonte e la Liguria, le campagne dell’Astigiano, dove aveva vissuto gli anni dello sfollamento della seconda guerra mondiale, un po’ come farà Cesare Pavese nel romanzo “La casa in collina”. Di quel periodo tormentato la Spaziani scrive in versi: «Quant’è difficile la giovinezza! / Nei miei vent’anni non ero felice e non vorrei che il tempo s’invertisse. / Un salice d’argento mi consolava a volte, / a volte ci riusciva con presagi e promesse. / Nessuno dice mai quant’è difficile la giovinezza. / Giunti in cima al cammino, teneramente la guardiamo. / In due, forse la prima volta».
(Biografia a cura di Pino Pignatta)

Maria Luisa Spaziani

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Parole chiave:
Autorealizzazione - Poesia - Senso della vita

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