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30/10/2019

Una luce che brilla fra le tenebre


Liberamente tratto da:
Enzo Bianchi, Tra tenebra e alba. Attesa e speranza, La Repubblica - Robinson, 21 settembre 2019


Guida alla lettura

Questa riflessione di Enzo Bianchi sulle tenebre e sulla luce chiarisce alcuni aspetti essenziali della nostra esistenza. Nasciamo dal buio dell’utero, come il mondo – che si creda in Dio o nel Big Bang – nasce dal caos oscuro delle origini. Desideriamo la luce come desideriamo la vita, al punto che nel linguaggio e nel pensiero identifichiamo le tenebre, pur così necessarie al ritmo armonico delle giornate, con il male.
Bianchi ci ammaestra dapprima su un dato antropologico essenziale: la notte è occasione di riposo per molti, ma per tanti è momento di fatica e di sacrificio, quando non di angoscia e di incubo. Ma, soprattutto, la notte è metafora eloquente di tre importanti dati:
- vivere la notte, qualche notte vera nella solitudine e nell’attesa dell’alba, ci insegna «l’accettazione umile di ciò che siamo e la tensione verso quanto vogliamo essere», passi entrambi essenziali per realizzare nei fatti ciò che sentiamo come la nostra verità più profonda;
- accettare che alla luce segua il buio significa accettare che, prima o poi, arriverà anche per noi la grande notte del silenzio profondo;
- imparare a discernere la notte nella nostra vita ci aiuta ad avvertire l’avvento della notte nei rapporti interpersonali e nelle dinamiche storiche e sociali, perché «c’è anche una notte che sopraggiunge per una comunità, una società, un popolo, per l’intera umanità», come le vicende atroci del Novecento ci hanno insegnato.
Per crescere, per vincere il male di vivere, non c’è che una via: «Affrontare il buio, combattere la tenebra, discernere la luce». Lo dice un grande uomo spirituale del nostro tempo, ma è vero per chiunque creda nel valore della vita oltre la morte. Imparare a riconoscere le tenebre che abitano il mondo e la nostra esistenza ci aiuta a combattere a favore della luce, dentro di noi e nella società.

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La vita di ciascuno di noi inizia nella notte del grembo materno, dove il nostro essere si sviluppa fino al giorno in cui “viene alla luce”. Allo stesso modo la vita del mondo, secondo la Bibbia, comincia nella notte, in un abisso oscuro di tenebre profonde, il tohu wa-bohu (Gen 1,2) informe e caotico dell’oscurità. E’ su questa tenebra che risuona la parola: «Luce!» (Gen 1,3), e così luce fu e avvenne la separazione tra il giorno e la notte, mentre il Creatore contemplava la luce come tob, bella e buona. E’ questo il ritmo del cosmo, notte e giorno, tenebra e luce, nel quale anche noi umani siamo immersi.
(…) Filosofie, religioni e spiritualità hanno invocato la luce in opposizione alla notte, fino a misconoscere quell’alleanza tra giorno e notte impossibile a spezzarsi: non esiste giorno senza notte né nel cosmo né nel cuore di alcun uomo o donna! Eppure in questo contrasto vi è una verità: il venire alla luce di ciascuno di noi, il venire e il vivere nel mondo è ciò che fa parte del nostro più profondo desiderio, per questo la notte viene spontaneamente associata alla tenebra, all’oscurità, al trionfo del male…
La tradizione ebraica e quella cristiana insistono: il giorno comincia subito dopo il tramonto del sole, e allo stesso modo l’anno inizia dall’oscurità, come se la luce dovesse essere partorita dopo un lungo e misterioso travaglio. E’ vero che oggi non viviamo più la notte come nei lunghi secoli nei quali essa era solo buio, perché non esisteva l’illuminazione, oggi onnipresente fino a essere inquinante. Tuttavia la notte è ancora pensata in opposizione al giorno, tempo in cui la vita delle nostre città quasi si ferma, anche se il ritmo della giornata e dunque il tempo del sonno si spostano sempre più in avanti.
La notte è per molti un tempo di riposo, di solitudine e di intimità, di riordino degli eventi del giorno trascorso e di preparazione all’inatteso del giorno venturo. E’ certamente un tempo in cui le persone che si amano conoscono l’intimità più profonda ed è anche il tempo della lettura al lume di una lampada, compagna ideale della nostra attesa notturna. Ma non possiamo dimenticare che la notte per alcuni significa anche fatica e maledizione: fatica per chi deve vegliare e lavorare per gli altri nel prendersi cura di persone malate o nel preparare il pane quotidiano; fatica nello svolgimento di servizi essenziali alla nostra convivenza; ma anche maledizione per chi nella notte conosce gli incubi, i fantasmi (nocturna phantasmata), i sensi di colpa che emergono e dominano la nostra mente; vi è poi la notte dei malati, dei sofferenti, che nella solitudine e nell’oscurità patiscono di più…
Forse è per sfidare la notte, per combatterla, che i monaci si alzano nelle ore più buie per stare tutti insieme, corpo accanto a corpo, e cantano in modo corale quelli che chiamano i “notturni”, ripetendo invocazioni e grida che vorrebbero squarciare i cieli e far sorgere la luce. Sì, come si legge nei Salmi, i monaci cercano di «svegliare l’aurora», di accelerare il sorgere del sole per affrettare la vittoria della luce sulle tenebre. Affrontare il buio, combattere la tenebra, discernere la luce: questa è l’indispensabile arte della veglia che pochi conoscono. Sono molti quelli che non solo conoscono il tramonto ma l’attendono nel silenzio e nella pace, contemplando l’orizzonte rossastro del cielo; ma sono pochissimi quelli che praticano l’arte dell’attesa dell’alba, quindi dell’aurora e infine del sorgere del sole. E’ un’arte che combina insieme realtà e speranza, adesione alla vita quotidiana e fiducia nel giorno che viene, accettazione umile di ciò che siamo e tensione verso quanto vogliamo essere.
Quest’arte di attesa dell’alba non è l’ansia nervosa di riprendere le attività quotidiane né l’insonnia angosciante di chi vede avvicinarsi il giorno come un intermezzo obbligato tra una notte d’incubo e l’altra. No, è la quieta attesa di chi sa che vale la pena sperare per tutti, di chi accetta nella pace che «presto verrà la notte», sì, anche la propria notte, ma che intanto la vita è già qui e ora, una vita i cui frutti più belli, perché più umani e più amati, non avranno fine.
Ma non si può pensare alla notte solo in una prospettiva personale, perché c’è anche una notte che sopraggiunge per una comunità, una società, un popolo, per l’intera umanità. E’ il sopraggiungere della “notte della notte”, quando la barbarie domina, la ragione è mortificata, il nichilismo ammorba l’aria, la cattiveria e il rancore diventano il respiro della gente, la notte in cui si precipita. Nel secolo scorso abbiamo conosciuto queste “notti” e anche ai nostri giorni ci sembra che stiano ancora per sorprenderci.
«Sentinella, a che punto è la notte?» (Is 21,11), gridano quanti soffrono la notte… A volte le sentinelle ci sono e sanno dare segni e messaggi; altre volte sembrano tacere, e così la speranza di chi soffre è più contraddetta. E’ la notte della notte in cui, ci dice la storia, anche i credenti, incapaci di ascoltare, accusano Dio di restare muto e si lamentano perché regna visibilmente il Nulla. Nelle parole del profeta Isaia viene però offerta a tutti gli umani una possibilità di luce capace di vincere la notte: quando questi sanno «condividere il pane con l’affamato, accogliere in casa gli stranieri, vestire chi è nudo e liberare gli oppressi, allora brilla la luce tra le tenebre, anzi la tenebra splende come il giorno» (cf. Is 57,7-8.10).

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Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. E’ stato priore dalla fondazione del monastero sino al 25 gennaio 2017: gli è succeduto Luciano Manicardi. La comunità oggi conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di sei diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele), Ostuni (Brindisi), Assisi e San Gimignano.
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2009 ha ricevuto il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro “Il pane di ieri”.
Ha partecipato come “esperto” nominato da Benedetto XVI ai Sinodi dei vescovi sulla “Parola di Dio” (ottobre 2008) e sulla “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (ottobre 2012).
Il 22 luglio 2014 papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

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Parole chiave:
Autorealizzazione - Giustizia - Speranza - Vita e morte

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