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Un'indifferenza disperata

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07/03/2012

Tratto da: Camillo Sbarbaro, Pianissimo
In: L'opera in versi e in prosa, Garzanti 1999

Guida alla lettura

Dopo Cardarelli (Non so dove i gabbiani trovino pace) e Montale (Si può esistere non vivendo), questa intensa lirica di Camillo Sbarbaro ci riporta al dramma di una vita non vissuta.
Cardarelli parlava di una vita appena “sfiorata”, come i gabbiani fanno con l’acqua alla ricerca del cibo, senza coglierne le sfide e le opportunità. Montale tratteggiava il doppio paradosso di un “vivere non esistendo” e di un “esistere non vivendo”, nell’incapacità di porsi le domande fondamentali sul come, il dove e il perché dei nostri giorni.
Sbarbaro, dal canto suo, canta l’agonia di un’anima stanca e indifferente, senza moti di rimpianto, di ira o di speranza, perché perduta è l’attrattiva del mondo (la “sirena”), «e il mondo è un grande deserto». Al punto che nulla può più toccarla, né gioia né dolore, e l’infinita e meravigliosa varietà del reale è ridotta a un’evidenza fredda, priva d’incanto. Sino al vertice emotivo ed espressivo: «Camminiamo come sonnambuli», epigrafe sconvolgente di ogni vita uccisa dalla solitudine e dalla violenza, dalla mediocrità ideale e culturale, dall’illusoria consolazione dell’alcol e delle droghe.
La lirica si chiude senza squarci di luce, e quegli “occhi asciutti” evocano una totale assenza di sentimenti. Ma noi sappiamo che, attraverso la solidarietà, possiamo combattere la forza dell’indifferenza disperata. Dedichiamo questa straordinaria lirica alle anime stanche e ammutolite che ogni giorno vediamo attorno a noi, e a coloro che combattono per restituire loro la capacità e il desiderio di un cammino cosciente, vigoroso e motivato.
Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno e all’altro vai
rassegnata).
Ascolto e non mi giunge una tua voce
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita,
in un’indifferenza disperata.
Noi non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato...
Invece camminiamo.
Camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduta ha la sua voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.

Biografia

Camillo Sbarbaro nasce a Santa Margherita Ligure nel 1888. L’amatissimo padre Carlo è ingegnere e architetto, e a lui il poeta dedicherà due poesie nella raccolta “Pianissimo”. La madre Angiolina, ammalata di tubercolosi, muore nel 1893: Camillo e la sorellina Clelia verranno allevati dalla zia Maria, detta Benedetta, a cui saranno dedicate le liriche di “Rimanenze”.
Il giovane frequenta il liceo ma poi abbandona gli studi, e nel 1910 trova lavoro presso un’impresa siderurgica di Savona. Il suo esordio di poeta avviene nel 1911 con la raccolta “Resine”. Nello stesso anno si trasferisce a Genova, dove nel 1914 si rivela all’attenzione della critica con la silloge “Pianissimo”: descrizione impietosa e dolorosa di una malattia mortale dell’anima che nasce dalla fine di certezze antiche, dal senso di solitudine, da un rapporto con la natura che non offre spazi di conforto e di riposo.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, Sbarbaro si arruola come volontario nella Croce Rossa e nel 1917 viene richiamato alle armi. Sono di questo periodo le prose di “Trucioli”, che verranno pubblicate nel 1920: opera singolare e ricca di splendide annotazioni, racconti, considerazioni sulla vita e sugli uomini.
Negli anni successivi, si guadagna da vivere dando ripetizioni di greco e di latino, e si appassiona allo studio dei licheni. Nel 1927 assume l’incarico di insegnante di greco e latino presso un istituto di Genova, ma ben presto è costretto ad abbandonare la cattedra perché non accetta di aderire al Partito Nazionale Fascista. Nel 1928 esce il volume “Liquidazione”, che contiene alcune prose scritte negli anni del dopoguerra.
Fra il 1928 e il 1933 Sbarbaro compie numerosi viaggi all’estero, e nel ‘33 inizia a collaborare con la Gazzetta del Popolo di Torino. Quando nel 1941 Genova viene colpita dai bombardamenti navali, si trasferisce a Spotorno con la zia e la sorella e vi rimane fino al 1945, dando inizio a una feconda attività di traduzione di classici greci (Pitagora, Erodoto, Eschilo, Sofocle, Euripide) e francesi (Molière, Stendhal, Balzac, Maupassant, Flaubert, Zola).
Nel 1945 ritorna a Genova, ma nel 1951 si trasferisce definitivamente a Spotorno. E’ di questi anni l’intensa collaborazione a numerose riviste letterarie. Nel 1949 vince il premio letterario Saint-Vincent e, nel 1955, il premio Etna-Taormina. In quello stesso anno pubblica la raccolta “Rimanenze”, improntata a una desolante amarezza e a un pessimismo che riecheggia motivi di ispirazione leopardiana. Gli ultimi anni di attività sono dedicati alla prosa. Muore a Savona nel 1967.
Parole chiave di questo articolo
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