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03/12/2008

La responsabilità di comprendere


Prof. Roberto Mancini
Docente di Ermeneutica Filosofica, Università di Macerata


I discorsi sulla sofferenza, non di rado, sono anche più retorici di quelli sull’amore, giacché la tentazione immediata è quella di “risolvere” la questione ed eventualmente di darle un rivestimento morale, quasi fatalmente moralistico. Per evitare simili esiti, un compito ineludibile, a mio avviso, sta nell’assumersi la responsabilità di comprendere l’esperienza e la condizione della sofferenza e, con ciò, del dolore come sentimento implicato in essa. Infatti il primo passo dinanzi alla esorbitante realtà della sofferenza sta nel considerarla per quello che è, ascoltandola e comprendendola senza razionalizzarla. Anzi, senza giustificarla. Più viene giustificata, meno viene capita e più viene moltiplicata. Si tratta quindi di non ripetere l’errore dei falsi amici di Giobbe.
I modi ricorrenti per metabolizzare e normalizzare lo scandalo della sofferenza senza prenderlo sul serio consistono nel riportarla alla colpa (pena, punizione, espiazione), al merito (sacrificio, offerta a Dio) o all’utilità (strumento di insegnamento, di deterrenza, di dominio). Come si vede subito, qui la sofferenza è comunque considerata e giustificata da uno sguardo estraneo allo sguardo dell’amore. Ma anche senza presupporre questo secondo sguardo, dunque senza dare l’amore per scontato (il che aggiungerebbe errore a errore) occorre anzitutto l’onestà conoscitiva metodologica di una comprensione antropologica della sofferenza che sappia ricondurla alla sue cause, invece di giustificarla secondo i criteri della colpa, del merito e dell’utilità. La sofferenza va compresa, le sue cause vanno spiegate, ma non si può giustificare la sofferenza, nel senso di sostenere che essa sia giusta. In tal caso dovremmo dire che è giusto procurarla, mantenerla, infliggerla. Colpa, merito e utilità si rivelano inadeguati già sul piano conoscitivo perché, nel tentativo di razionalizzare lo scandalo, il riferimento a tali categorie occulta la dignità del sofferente. Nella sofferenza è colpita la dignità dei viventi, la loro provenienza misteriosa e la loro vera destinazione. Per questo tale dignità emerge proprio, per contrasto con l’offesa che subiscono, nelle persone colpite. Rendere calcolabile e deducibile la sofferenza significa misconoscere l’infinito valore di ogni creatura, a partire dal valore di ogni essere umano.
E’ difficile cercare di capire e di distinguere aspetti e significati quando siamo alle prese con qualcosa che, come il patire, ci supera tante e tante volte rispetto a ciò che noi possiamo portare, comprendere e accettare. L’incapacità di distinguere volti, storie, ragioni, percorsi di vita, nel carico della sofferenza che colpisce la condizione dei viventi, è all’origine di molti misconoscimenti e tragici equivoci. Così, per esempio, credendo di fare giustizia si commette ingiustizia; così sovente chi si sente vittima, magari anche a ragione, finisce per fare vittime. Come accade a Caino.
Un po’ di luce filtra cominciando a rendersi conto del fatto che esistono diversi tipi di sofferenza.
Il primo tipo deriva dal male subìto. Male causato dall’uomo (oppressione, ingiustizia, abbandono) o “naturale” (malattia, disgrazia, morte, lutto). Questa, considerata dal lato delle vittime, potrebbe essere detta sofferenza innocente: è la vita offesa, è la sofferenza sempre ingiusta perché nessuno “si merita” di essere reso una vittima. Questa sofferenza non va giustificata, va eliminata. Il che riguarda anche la morte in quanto distruzione della vita. Scrive Alexander Schmemann riferendosi al pianto di Gesù per la morte di Lazzaro: “In quell’istante la morte cessa di essere un dato normale e naturale, appare come qualcosa di estraneo e innaturale, spaventoso e perverso, ed è riconosciuta come nemica: ‘l’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte’ (1 Cor 15,26)” (A. Schmemann, Dov’è, o morte, la tua vittoria?, Magnano, Edizioni Qiqajon - Comunità di Bose, 2007, p. 28).
Il secondo tipo di sofferenza deriva dal male agito: chi fa del male entra in una spirale autodistruttiva, fa violenza alla propria umanità. Rientra in quest’ambito anche la frustrazione per il fallimento di aspirazioni distorte e desideri falsati. Questo tipo di sofferenza è procurata dagli uomini: è la sofferenza colpevole, non nel senso che scaturisca da una punizione meritata (la sofferenza non si merita, chi infligge sofferenza non fa un’opera di giustizia), ma nel senso che la colpa è già sofferenza inflitta a se stessi. Da questo punto di vista, chi agisce da malvagio è qualcuno che non ha compassione di sé.
E’ evidente che più si dà sofferenza colpevole e maggiore diventa la sofferenza innocente. Il rapporto tra i due è direttamente proporzionale. Oggi lo si vede in particolare nel fatto per cui i sofferenti non sono aiutati, ma perseguitati. I poveri, i senza casa, i lavavetri, i mendicanti, i senza prospettiva, i licenziati, i cassintegrati, i nomadi, le persone stranieri, le prostitute, gli omosessuali, gli “irregolari” di ogni tipo. La sofferenza innocente di solito attira l’accanimento di chi si procura la sofferenza colpevole, dolosa. Ci si può chiedere se la sofferenza del colpevole sia giustificabile. Nonostante la tentazione di dire di un malvagio che se soffre “se lo merita”, credo che anche questa sofferenza non debba essere giustificata. Deve anzi essere evitata, prevenuta o abbandonata, aiutando chi si comporta da malvagio a uscire dal suo sordo soffrire e far soffrire.
L’unico tratto di possibile sofferenza salutare – quindi “giusta” come risveglio della sensibilità che finalmente sente il male come male e fonte di dolore – compare qui nell’incontro tra la sofferenza innocente e quella colpevole, se chi fa del male giunge al pentimento. Qui la sofferenza arriva sia nel sentire la sofferenza dell’altro, come risveglio alla compassione, e nel passaggio del malvagio a una nuova identità non più determinata dal male. Infatti il pentimento è una rinascita della persona, prima letteralmente mortificata dal male agito: la sofferenza e il dolore implicati nel pentimento assomigliano alle doglie di un parto.
Si vede già qui che si dà una sofferenza che non è giusta in sé e che però risulta necessaria per arrivare alla giustizia, che è sempre solo la giustizia dell’amore, poiché una giustizia estranea all’amore è solo vendetta, dominio, riduzione del valore infinito delle persone.
Giungiamo qui alle soglie di un terzo tipo di sofferenza, che propriamente riguarda il patire creaturale. Certo, per un verso, in senso lato ogni patire umano e dei viventi è un patire creaturale; per altro verso, però, qui mi riferisco alla sofferenza strutturale dell’esistere umano. Per esempio a quella del nascere e del far nascere, come pure a quella del morire. Dico del modo di morire, non della morte che in sé è un’ingiustizia e rientra nel primo tipo di sofferenza. Ora, queste dinamiche di sofferenza sono non semplicemente biologiche o naturali, ma appunto creaturali perché sono essenzialmente implicate con la tensione profonda che fa del nostro essere un divenire. Mi riferisco anzitutto alla nostalgia di una condizione adeguata a noi, alla nostra misteriosa dignità, alla tensione di trascendenza che ci abita. Mi riferisco anche, seguendo lo svolgersi di questo stesso patire, a quel dolore che consiste per tutti, donne e uomini, nelle doglie del parto della nostra compiuta identità.
Quando, nella fedeltà alla condizione creaturale e al viaggio in cui essa è chiamata a svolgersi, si giunge a vivere con amore, allora affiora, come ho accennato, non la sofferenza giusta, ma la sofferenza transitoriamente necessaria implicata nell’amare, la cui figura paradigmatica è quella del patire materno nel far nascere un figlio. Nessuno direbbe che si tratta di una sofferenza giusta; è semmai una sofferenza necessaria, implicata nella fatica di generare. Così si può dire in generale della sofferenza accolta e affrontata non per espiazione, non per merito o colpa, ma per generare, per liberare, per compassione, in una parola: per amore, cioè la sofferenza cui ci si espone per dare insieme agli altri una risposta di liberazione al male, per condividere il bene, per schiudere una spazio in cui la verità dell’esistenza personale e comune possa rivelarsi come la felicità, secondo una coimplicazione essenziale che abita nella semantica di categorie come guarigione, rinascita, redenzione, resurrezione e salvezza.
Deve essere chiaro che questa sofferenza non è né causa, né soggetto, né elemento mediatore essenziale del cammino umano. L’elemento mediatore e propulsivo rimane l’amore e soggetto reale è comunque colei o colui che ama, si tratti di una divinità o di un essere umano. La sofferenza dell’amore, patita per amore, è un’implicazione, non una ragione, una fonte, un’espressione della giustizia. E’ la sofferenza implicata eventualmente nella risposta dell’amore a tutte le altre forme di sofferenza, tutte chiaramente ingiuste. Ma giusto è solo l’amore. Alla sofferenza implicata dall’amore generoso si addicono non termini come sacrificio, espiazione, merito, ma termini come pazienza (cfr. Rom 5,3-4: “La sofferenza genera pazienza - υπομονή -, la pazienza esperienza, l’esperienza speranza”), passione, doglia.
Ricordo infine un quarto tipo di sofferenza, che non deriva di per sé dal male o dal fare fronte al male, ma dalla libertà in cui solo può darsi l’amore. E’ la sofferenza per l’amore che, liberamente, non viene ricambiato dall’amato all’amante. Secondo la testimonianza biblica questa è anche la sofferenza di Dio alle prese con l’umanità. Qui davvero c’è mistero nella sofferenza, perché è il mistero stesso della libertà.
La comprensione della sofferenza non è la sua analisi esaustiva e totale; resta un margine di mistero. Ma il mistero non chiede rassegnazione conoscitiva o esistenziale, chiede partecipazione e responsabilità. Anche se non sappiamo tutto, possiamo vedere l’essenziale: che l’unica risposta valida alle diverse forme di sofferenza è l’amore. Un amore lucido, sciolto dalla tentazione dell’egoismo e purificato dalla costante dedizione al bene concreto di chi incontriamo.

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Biografia

Roberto Mancini, nato a Macerata nel 1958, è professore ordinario di Filosofia Teoretica presso l’Università di Macerata, dove è anche Presidente del Corso di Laurea in Filosofia e Vice Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia.
Collabora con le riviste “Servitium”, “Ermeneutica Letteraria” e “Altreconomia”. Dirige la collana “Orizzonte Filosofico” dell’editrice Cittadella di Assisi. E’ membro del Comitato Scientifico della Scuola di Pace della Provincia di Lucca e della Scuola di Pace del Comune di Senigallia.
Oltre a circa 200 articoli e saggi brevi di etica, antropologia filosofica, teoria della verità e filosofia della religione, ha pubblicato i seguenti volumi:
- L’uomo quotidiano, Marietti 1985;
- Linguaggio e etica, Marietti 1988;
- Comunicazione come ecumene, Queriniana 1991;
- L’ascolto come radice: teoria dialogica della verità, Edizioni Scientifiche Italiane 1995;
- Esistenza e gratuità. Antropologia della condivisione, Cittadella 1996;
- Il dono del senso, Cittadella 1999;
- Il silenzio, via verso la vita, Qiqajon 2002;
- Senso e futuro della politica, Cittadella 2002;
- L’uomo e la comunità, Qiqajon 2004;
- Il senso del tempo e il suo mistero, Pazzini 2005;
- L’amore politico: sulla via della nonviolenza con Gandhi, Capitini e Levinas, Cittadella 2005;
- Esistere nascendo: la filosofia maieutica di Maria Zambrano, Edizioni Città Aperta 2007;
- L’umanità promessa. Vivere il cristianesimo nell’età della globalizzazione, Pazzini 2008.
In collaborazione con altri autori ha inoltre scritto “Etiche della mondialità” (Cittadella 2007).
Dal 2008 è membro del Comitato Culturale della Fondazione Alessandra Graziottin.

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Amore - Compassione - Conversione - Dolore - Male - Paura - Responsabilità - Senso del dolore - Sofferenza

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