EN
Ricerca libera
Cerca nelle pubblicazioni scientifiche
per professionisti
Vai alla ricerca scientifica
Cerca nelle pubblicazioni divulgative
per pazienti
Vai alla ricerca divulgativa

Un amore che può vincere la morte

  • Condividi su
  • Condividi su Facebook
  • Condividi su Whatsapp
  • Condividi su Twitter
  • Condividi su Linkedin
10/04/2013

Tratto da:
Enzo Bianchi, Obbedisce al cuore, La Stampa, 31 marzo 2013

Si ringrazia l’Autore per la gentile concessione

Guida alla lettura

La morte può essere vinta dall’amore: con queste semplicissime parole Enzo Bianchi, priore di Bose, esprime lo sconvolgente significato che la Pasqua appena festeggiata ha per i cristiani, e i termini in cui essa può essere annunciata a tutti gli uomini, credenti e non. Perché tutti abbiamo sete di vita e di amore, ed è dunque questo – coltivare un amore più forte della morte – «il punto su cui tutti dovremmo essere complici sulle strade del mondo», al di là di ogni religione e, potremmo dire, al di là della fede stessa in una realtà sovrannaturale. Perché qui, primariamente, non è in gioco la nostra eventuale relazione con il divino, ma la nostra umanizzazione qui e oggi: ossia il nostro essere uomini e donne capaci di custodire il mondo che abbiamo ricevuto in eredità, capaci di combattere il male e il dolore che attraversano ogni esistenza: la nostra, quella degli animali, e di tutta la natura.
Come va diffuso, secondo Bianchi, questo messaggio di speranza? E di quale amore stiamo parlando? Alla prima domanda Bianchi risponde: senza velleità proselitistiche, o atteggiamenti di militanza aggressiva, ma facendo dell’amore stesso il veicolo del messaggio. E questo amore, a sua volta, non dovrà essere uno slogan o un’astrazione intellettuale, ma «un amore pratico reale e quotidiano verso tutti, amici e nemici, poveri e ricchi, notabili e persone anonime», come quello che Cristo visse durante la sua vita. Solo così quell’amore potrà diventare una prassi che anche i non cristiani e i non credenti possano vivere, e che anzi «vivono già con fatica e sforzo nel duro mestiere di vivere, contro il dilagare della banalità del male».
I cristiani sanno esprimere, comunicare cosa festeggiano a Pasqua? Questo è il caso serio. Ogni religione ha delle feste nelle quali i fedeli celebrano eventi o particolari credenze, e ha il diritto di farle conoscere a chi è estraneo a quella determinata fede. Allora, perché i cristiani trovano nella Pasqua il fondamento della loro fede e perché vogliono far conoscere la buona notizia contenuta nella Pasqua? Sono domande legittime e doverose. E’ l’ansia missionaria, proselitistica che fa parlare i cristiani e li spinge a questo annuncio fuori delle loro comunità, nonostante le maggiori difficoltà che questo comporta ai nostri giorni? I cristiani vogliono aumentare di numero e incrementare i loro effettivi, aggregare altri uomini e donne impegnati nella stessa avventura? Vogliono far crescere la loro casa, la chiesa? No, e va detto con chiarezza, anche se molti atteggiamenti da parte di gruppi presenti nella chiesa riducono il cristianesimo a propaganda e a militanza, senza mai chiedersi se sono discepoli di Gesù.
In verità nei cristiani c’è la convinzione – che non appartiene all’ordine del sapere – che l’uomo Gesù di Nazareth, morto il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era, ucciso dal potere religioso di Gerusalemme e per convenienza del potere totalitario imperiale romano a causa del suo messaggio e del suo stile di vita, aveva speso tutta una vita nel servizio di chi incontrava, infondendo speranza e fiducia, vivendo un amore pratico reale e quotidiano verso tutti, amici e nemici, poveri e ricchi, notabili e persone anonime. Quest’uomo è stato richiamato dalla morte a una vita per sempre dal suo Dio, di cui era figlio inviato tra gli uomini. Sicché la morte non è più l’ultima parola, non è più la fine, il destino di ogni essere umano perché esiste una realtà che può combatterla fino a vincerla: l’amore.
Amore: parola abusata, ma unica parola che gli uomini di ogni tempo e di tutte le culture continuano a usare per dire ciò che è bene e opera il bene, ciò che rende felici, che crea bellezza… La sete più profonda che è in noi è sete di amore, e grazie all’amore noi intessiamo legami, viviamo insieme, usciamo dall’isolamento, ci umanizziamo. Sì, ci umanizziamo. Questo il punto su cui tutti dovremmo essere complici sulle strade del mondo: cercare ciò che ci umanizza, affermare ciò che ci umanizza, resistere e combattere ciò che ci disumanizza. Allora, se è vero che i cristiani vogliono comunicare agli altri la gioia che vivono a Pasqua, possono esprimerla solo così: «A te, fratello, sorella in umanità, può interessare che la morte può essere vinta dall’amore. Per questo ti comunico non una mia certezza, ma la convinzione che mi sostiene e mi rende capace di fiducia: Gesù è risorto per sempre o, in altri termini, l’amore ha vinto la morte!».
Tuttavia questa non può essere un’affermazione scagliata verso gli altri, non può diventare uno slogan né un elemento di conoscenza gnostica, un’affermazione intellettuale o una bella idea. E’ invece innanzitutto una prassi che anche i non cristiani possono vivere, vivono già con fatica e sforzo nel duro mestiere di vivere, contro il dilagare della banalità del male. Secondo la tradizione cristiana è veramente Pasqua quando uno incontra l’altro (così un detto apocrifo: «Hai visto un uomo? Hai visto il Signore!»), quando due persone si inchinano l’una verso l’altra (detto dei padri del deserto), quando la solitudine, l’isolamento sono spezzati (san Benedetto visitato nel suo eremo da un monaco il giorno di Pasqua), quando si celebra l’amore presente nelle più diverse storie d’amore, quando si cura un malato, quando si chiama alla propria tavola uno straniero, quando si fa visita a chi è in carcere, quando si dà da mangiare a chi ha fame, quando si abbraccia chi è definito irregolare, marginale, peccatore, quando accade la liberazione di chi si trova nel bisogno e nell’oppressione... Pasqua è il ricominciare nella vita con fede-fiducia, con speranza, impegnandosi solo ad amare e a essere amati.
In questi giorni i cattolici sono stimolati in molti modi da papa Francesco all’impegno tra gli uomini: fuggire ogni autoreferenzialità, non sentirsi assediati in sante cittadelle guardando il mondo dall’alto in basso come fosse Sodoma e Gomorra, invece uscire da se stessi, andare, scendere e incontrare gli altri. Papa Francesco si è chiesto perché è andato nel carcere minorile di Casal di Marmo a lavare i piedi ad alcuni detenuti: «Perché questo Gesù ci insegna e questo è quello che io faccio, e lo faccio di cuore perché è mio dovere… ma è un dovere che viene dal cuore e io lo amo». Nell’amore si fanno gesti gratuiti, si desidera mettersi a servizio dell’altro perché l’altro nella sua miseria, nella povertà, nella sua qualità di malfattore può essere amabile se si assumono lo sguardo e i sentimenti di Gesù.
Anche questo atteggiamento semplice – frutto non di strategie pastorali o di tattiche proselitistiche, ma solo dell’obbedienza di un cuore che sa amare – sta nella luce pasquale. La risurrezione è stata un evento del passato, ma o la viviamo noi qui come forza di amore in ogni incontro con l’altro, oppure è semplice scena, folklore religioso.

Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. È tuttora priore della comunità, che conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di sei diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele) e Ostuni (Brindisi).
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2009 ha ricevuto il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro “Il pane di ieri”.
Ha partecipato come “esperto” nominato da Benedetto XVI ai Sinodi dei vescovi sulla “Parola di Dio” (ottobre 2008) e sulla “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (ottobre 2012).
Parole chiave di questo articolo
Sullo stesso argomento per pazienti

Il dolore e la spiritualità

Il dolore e la spiritualità

Il dolore e la spiritualità

Il dolore e la spiritualità

Il dolore e la spiritualità

Il dolore e la spiritualità

Il dolore e la spiritualità

Il dolore e la spiritualità

Il dolore e la spiritualità

Il dolore e la spiritualità

Vuoi far parte della nostra community e non perderti gli aggiornamenti?

Iscriviti alla newsletter