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Amare per agire, e vincere la morte

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Amare per agire, e vincere la morte
24/11/2021

Liberamente tratto da:
Enzo Bianchi, La forza dell’amore sconfigge la morte, Vita Pastorale, novembre 2021

Guida alla lettura

Questa tesa riflessione di Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose, riprende un tema già affrontato in passato: la forza dell’amore nel contrastare la morte, la resurrezione di Cristo come segno della perfezione che, nella sua vita, aveva raggiunto l’amore per gli altri e per Dio. Ma lo fa con un’analisi molto articolata e chiara, e soprattutto con uno scatto, un’improvvisa illuminazione, che rappresenta il vertice conoscitivo della riflessione: i due avversari per eccellenza non sono la vita e la morte, ma la morte e l’amore.
Questa osservazione, proiettata sullo sfondo della vita di Gesù, ha senso ovviamente per chi crede in Dio, e nel Dio particolare di cui parla appunto il cristianesimo. Ma ha una portata molto più ampia, che vale per tutti e che può essere riassunta in questi termini: ognuno di noi, se ha nella vita qualcosa da amare, riesce a combattere la pulsione di morte e di non-senso che a volte sembra abitare ogni cosa, renderla vana, svuotarla dall’interno; e se questo amore si trasmette agli altri, se produce qualcosa di cui altri, dopo di noi, possano alimentare la propria vita, allora determina, a suo modo, una vittoria contro la morte: qualcosa di noi resterà comunque, anche senza scomodare la categoria della resurrezione promessa dai Vangeli.
Un esempio da uno degli scrittori più grandi che il mondo abbia avuto in ogni tempo. In una delle sue “Operette morali” più profonde e attuali, il “Dialogo di un Fisico e di un Metafisico” (su cui torneremo presto per gli straordinari risvolti bioetici che contiene), Giacomo Leopardi fa dire al Metafisico che ciò che più degnamente ha nome di vita non è il semplice esistere biologico, ma «l’efficacia e la copia delle sensazioni», ossia la forza e l’abbondanza delle azioni che compiamo e delle esperienze che facciamo nel trascorrere dei giorni; e che «la vita debb’essere viva, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio». Leopardi, nel corso della sua esistenza, maturò una filosofia atea e materialistica documentata da opere rigorose (per esempio, nella compagine delle stesse Operette, il “Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco”): nulla di più lontano, dunque, dai racconti dei Vangeli e dalle opinioni di Enzo Bianchi. Ma nelle parole del Metafisico ritroviamo ciò che Bianchi dice a proposito della vita di Gesù, e a tutti noi: solo chi ama profondamente qualcosa o qualcuno vive una “vera vita”, alternativa alla morte nel qui e nell’ora; solo chi cammina verso un orizzonte desiderato e capace di conferire pienezza al tempo non si limita a esistere, ma vive con un’intensità che contraddice il senso di vuoto e rende meno faticoso il mestiere stesso di vivere.
Così l’energica perorazione del Metafisico si salda inaspettatamente alla testimonianza di un rabbi vissuto duemila anni fa, ed esorta tutti, a ogni età, ad agire per amore e ad amare per poter agire: in questo modo, per tutti, a ogni livello, nell’infinita varietà delle fedi e delle idee, la vita può essere riscattata dalle forze del nulla.

Il testo

E’ qui che sta lo specifico del cristianesimo: la morte in croce di Gesù e la sua risurrezione dai morti. Risurrezione dalla morte che Gesù, «il primogenito di molti fratelli» (Rm 8,29), estende a tutta l’umanità per la quale l’alienazione della morte resta sempre la necessità da cui essere liberati, salvati.
Ma cominciamo a porci la domanda: perché Gesù è risorto dai morti, l’unico uomo che, per i credenti in lui, ha conosciuto una vittoria della vita sulla sua morte? Sarebbe troppo sbrigativo affermare che egli è risorto perché era Figlio di Dio. Questa risposta non basta. E’ frutto dell’errore di cominciare dalla fede in Dio, e poi solo in un secondo momento credere in Gesù. D’altra parte, non è neppure sufficiente leggere la risurrezione come il miracolo dei miracoli. Tale interpretazione contiene certamente una verità, perché la risurrezione è l’inaudito per noi uomini. E’ ciò che contraddice la certezza universale secondo cui la morte è l’ultima parola sulla vita umana. Ma è ancora una spiegazione insufficiente.
Partendo proprio dalla realtà della morte, vorrei abbozzare una meditazione che consenta di comprendere in che senso la risurrezione di Gesù è l’evento determinante della fede cristiana. Nell’Antico Testamento la morte è il segno per eccellenza della fragilità umana. Ogni uomo porta dentro di sé “il senso dell’eterno” (Qo 3,11), l’ansia di eternità. E, tuttavia, è costretto a constatare l’inesorabile presenza della morte come ciò che contrasta fortemente la sua vita. Con uno sguardo naturalistico, si può anche ammettere che la finitezza umana sia, in qualche modo, una necessità biologica, come lo è per ogni creatura. Ma tale giustificazione non spegne dentro di noi la sensazione che la morte, proprio perché non permette che qualcosa di noi rimanga per sempre, minacci fortemente il senso della nostra vita: la morte è la somma ingiustizia.
E’ qui che entra in gioco la riflessione che ogni uomo e ogni donna fanno sotto il cielo, da sempre e in tutte le culture: vivere è amare. Tutti gli esseri umani percepiscono che la realtà indegna della morte per eccellenza è l’amore. Quando, infatti, diciamo a qualcuno: «Ti amo», ciò equivale ad affermare: «Io voglio che tu viva per sempre». La nostra vita trova senso solo nell’esperienza dell’amare e dell’essere amati. E tutti siamo alla ricerca di un amore con i tratti dell’eternità. Ora, la grazia di un libro come il Cantico dei cantici, posto al cuore della Bibbia, consiste proprio nel fatto che in esso si parla di amore dall’inizio alla fine, dell’amore umano tra un ragazzo e una ragazza che diventa cifra di ogni amore. A conclusione del Cantico si legge un’affermazione straordinaria. L’amata dice all’amato: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, / perché forte come la morte è l’amore, / tenace come l’inferno è lo slancio amoroso. / Le sue vampe sono fiamme di fuoco, / una fiamma del Signore» (Ct 8,6-7).
Qui si raggiunge una consapevolezza presente in numerose culture, che sempre hanno percepito un legame tra amore e morte: si pensi solo al celebre binomio greco éros-thánatos. La Scrittura, dal canto suo, ci illustra che amore e morte sono i due nemici per eccellenza. Non la vita e la morte, ma l’amore e la morte! E la morte, che tutto divora, che vince anche la vita, trova nell’amore un nemico capace di resisterle, fino a sconfiggerla. Com’è noto, l’Antico Testamento non ha pagine chiare e nette sulla risurrezione dai morti; ma al suo cuore sta la consapevolezza che l’amore può combattere la morte. E questo non è poco.
Tenendo presente questo orizzonte, possiamo ritornare alla nostra domanda: perché Gesù è risorto da morte? Una lettura intelligente dei Vangeli e poi di tutto il Nuovo Testamento ci porta a concludere che egli è risorto perché la sua vita è stata “agápe”, è stata amore vissuto per gli uomini e per Dio fino all’estremo. Gesù è stato risuscitato da Dio in risposta alla vita che aveva vissuto: potremmo dire che è stato il suo amore più forte della morte a causare la decisione del Padre di richiamarlo dalla morte alla vita piena.
In altre parole, se Gesù è stato l’amore, come poteva essere contenuto nella tomba? E’ questa la domanda che si cela dietro le parole pronunciate da Pietro nel giorno di Pentecoste: «Dio ha risuscitato Gesù, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» (At 2,24). Com’era possibile che l’amore restasse preda degli inferi? La risurrezione di Gesù è il sigillo che Dio ha posto sulla sua vita: risuscitandolo dai morti, Dio ha dichiarato che Gesù era veramente il suo racconto. E ha manifestato che nell’amore vissuto da quell’uomo era stato detto tutto ciò che è essenziale per conoscere lui.
E’ in quest’ottica che possiamo comprendere anche il cammino storico compiuto dai discepoli per giungere alla fede in Gesù Risorto e Signore. Cosa è successo nell’alba pasquale, nell’alba di quel “primo giorno dopo il sabato” (Mc 16,2)? Alcune donne e alcuni uomini discepoli di Gesù si sono recati al sepolcro e l’hanno trovato vuoto. Mentre erano ancora turbati da questa inaudita novità hanno avuto un incontro nella fede con il Risorto, presso la tomba, sulla strada tra Gerusalemme ed Emmaus, sulle rive del lago di Tiberiade... Ed è significativo che Gesù non sia apparso loro sfolgorante di luce, ma si sia presentato con tratti umanissimi: un giardiniere, un viandante, un pescatore.
Di più, egli si è manifestato nella forma con la quale, nel corso della sua esistenza, aveva narrato la possibilità dell’amore. Per questo Maria di Magdala, sentendosi chiamata per nome con amore, risponde subito: «Rabbunì, mio maestro!» (Gv 20,16). I discepoli di Emmaus riconoscono Gesù nello spezzare del pane, cioè nel segno riassuntivo di una vita offerta per tutti. E’ il discepolo amato che lo riconosce presente sulla riva del lago di Tiberiade e grida a Pietro: «E’ il Signore!» (Gv 21,7). Insomma, la vita di Gesù è stata riconosciuta come un amore trasparente, pieno. E quelli che lo avevano visto vivere e morire in quel modo hanno dovuto credere alla forza dell’amore più forte della morte, fino a confessare che con la sua vita egli aveva davvero raccontato che “Dio è amore”.
Illuminati da questa consapevolezza, i discepoli hanno poi compiuto un cammino a ritroso, che li ha condotti a ricordare, raccontare. E, infine, a mettere per iscritto nei Vangeli la vita di Gesù sulle strade della Galilea e della Giudea. Con la sua vita e la sua morte Gesù ha mostrato di avere una ragione per cui morire e, quindi, una ragione per cui vivere: l’amore dei fratelli, vissuto con semplicità, gratuitamente e liberamente. Quell’amore che non può morire.

Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. E’ stato priore dalla fondazione del monastero sino al 25 gennaio 2017: gli è succeduto Luciano Manicardi.
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2009 ha ricevuto il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro “Il pane di ieri”.
Ha partecipato come “esperto” nominato da Benedetto XVI ai Sinodi dei vescovi sulla “Parola di Dio” (ottobre 2008) e sulla “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (ottobre 2012).
Il 22 luglio 2014 papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.
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