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12/03/2014

Il martirio cristiano, storia e significato – Seconda parte


Luciano Manicardi, monaco di Bose


Guida alla lettura

Nella seconda parte del suo articolo, Luciano Manicardi completa l’analisi dei significati del martirio cristiano dei primi secoli e ne illustra il vero significato alla luce del vangelo.
Il martirio è autenticazione della vita in Cristo e compimento della vita dischiusa nel battesimo: in altre parole, attesta – attraverso il coraggio di professare la propria fede fino alla morte – la genuinità di quella fede stessa e del cammino compiuto sulle orme del Signore. Non a caso, il termine greco “mártyr” significa originariamente “testimone”, ossia «colui che confessa la fede in atti e non semplicemente a parole».
Nonostante l’enorme forza morale che animava i primi cristiani, questa testimonianza non fu mai facile da dare: la fede, infatti, non eliminava il terrore e l’orrore per una morte che spesso sopravveniva dopo indicibili torture. Lo dimostrano la commovente lettera di Ignazio di Antiochia, che chiede ai Romani di pregare perché Dio gli dia la forza di resistere sino alla fine; e il fenomeno storico dei “lapsi”, ossia di coloro che per paura delle sofferenze rinnegarono la fede cristiana e accettarono di venerare gli dei pagani. Cipriano, vescovo di Cartagine, ci ha lasciato molte lettere in cui affronta la questione con grande sapienza e misericordia; ma fu lungo, nella chiesa di allora, il dibattito sull’opportunità di riammettere ai sacramenti quei fratelli caduti e poi pentiti.
Manicardi sottolinea infine come il martirio non esprima mai una ricerca del dolore e della morte fine a se stessa, ma il desiderio di amare Cristo – e in lui, tutta l’umanità – anche a costo della propria vita. In questo senso, il martirio dei discepoli è del tutto equivalente alla morte di Gesù in croce: avvenuta non per soddisfare il volere capriccioso di un Padre violento e senza cuore, ma per non rinnegare una vita spesa nell’amore per Dio e per gli altri. Morendo come Cristo, il martire può poi nutrire la speranza di risorgere come lui, riaffermando così che «non la sofferenza e la morte hanno l’ultima parola, ma l’amore».
Quale significato può avere per noi, donne e uomini di oggi, un esempio così rigoroso ed estremo, così lontano nel tempo e nella mentalità? Ecco due messaggi che possono essere validi per tutti, credenti e non credenti. Primo: la salvezza delle nostre vite passa attraverso l’amore. Non dipende dal successo, dal denaro, dal possesso delle cose e delle persone, ma dalla capacità di amare e di accettare di essere amati, giorno dopo giorno. Sarà l’amore dato e ricevuto, non altro, che ci accompagnerà nel momento della fine, qualunque cosa crediamo che ci attenda “dopo”: un'altra e definitiva vita, il ritorno al tutto, il nulla. Secondo: vale sempre la pena di lottare, e anche soffrire, per i propri ideali. Certo, non saremo quasi mai chiamati a versare il nostro sangue: ma quante volte la coerenza con il nostro sentire – nella vita di relazione, nel lavoro, negli studi giovanili – ci costa l’ostilità degli altri e una “morte” simbolica, ma non per questo meno terribile e dolorosa? Mantenere fede alle nostre scelte più vere sarà allora il nostro personale martirio, dal quale dipenderanno l’esito della nostra vita e, in ultima analisi, la nostra felicità.

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Dev’essere dunque chiaro che nella teologia dei padri della chiesa la sofferenza o la morte non sono cercate per se stesse, ma vengono accolte con obbedienza come esito possibile della professione di fede soprattutto in tempi in cui il cristianesimo è perseguitato, e vengono anche desiderate come dimensioni dalle quali il credente può sapere con certezza di avere veramente, realmente, qualcosa a che fare con il Signore che intende seguire e in cui professa la fede. La morte per Cristo è autentificazione della vita in Cristo: le sofferenze patite a causa sua, sopportate grazie alla fede in Cristo e la morte affrontata nella stessa fede, sono il sigillo della verità di una esistenza credente. Il “mártyr” [in greco: testimone, N.d.R.] infatti è colui che confessa la fede in atti, con la vita stessa, non semplicemente a parole: nel martire vi è coincidenza tra fede professata e vita vissuta. Egli è sentito dai padri come colui che in ogni circostanza della sua vita, e perfino nella morte, agisce secondo la fede che professa, agisce in modo conforme alla professione di fede. Un bel passaggio della lettera di Ignazio ai Romani esprime con efficacia l’idea che le sofferenze e la morte patite a motivo della fede sono autentificazione dell’identità cristiana: «Soltanto chiedete (a Dio) per me la forza interiore ed esteriore di essere cristiano non solo con la bocca, ma con il cuore; non solo di nome, ma anche di fatto. Perché solo se sarò trovato cristiano (a fatti) potrò essere chiamato cristiano e trovato fedele quando scomparirò da questo mondo» (Ignazio, Ai Romani III,2).
Compimento del vangelo, il martirio è percepito anche come compimento della vita cristiana dischiusa dal battesimo. Spesso anzi, il martirio è colto come battesimo non rituale, ma esistenziale, nel sangue: «Soltanto il battesimo di sangue ci rende più puri del battesimo di acqua. Non sono io ad avere la presunzione di affermarlo, ma è la Scrittura quando il Signore dice ai suoi discepoli: “Devo essere battezzato con un battesimo; e come mi sento angosciato finché non sia compiuto” (Lc 12,50). Tu vedi che egli ha chiamato battesimo l’effusione del proprio sangue, e, se non mi inganno, questo battesimo ha più forza del battesimo di acqua» [Origene, Sul libro dei Giudici, Omelia 7,2].
Cogliamo qui il nucleo del rapporto con la sofferenza nella fede cristiana. Al centro dell’esperienza non vi è la sofferenza, il dolore, ma l’amore per Cristo, la fede in lui, il concreto affidamento della propria esistenza alle parole che egli ha lasciato ai suoi discepoli, la sequela della modalità di vita che egli ha indicato ai credenti in lui. La fede cristiana, che contempla la rivelazione massima di Dio nell’uomo ingiustamente accusato, arrestato, processato, torturato e inviato al patibolo per morire della infamante morte di croce, consente al credente di inglobare la sofferenza in una storia di amore e di fiducia che coinvolge tutte le sue fibre razionali ed emotive, tutta la sua libertà. L’esperienza del martirio attesta una dimensione di tutto il cristianesimo: esso dona al credente la capacità di innestare la propria sofferenza in Cristo e di “dare il nome di croce” al proprio soffrire e morire. La morte del martire non è isolata o solitaria, ma evento relazionale, evento che il martire affronta radicato nella relazione intima e interiorizzata con il suo Signore.
Non vengono tolte l’angoscia e la paura, non scompaiono il terrore e l’orrore, e certamente accanto alla storia del martirio vi è la storia dei tantissimi cristiani che, durante le persecuzioni, hanno apostatato, hanno ceduto alle pressioni, alle minacce e alle torture, vi è la storia, estremamente dolorosa per la chiesa antica, dei cosiddetti “lapsi”, cioè dei cristiani che erano “venuti meno” durante le persecuzioni, rinnegando la fede e accettando di rendere omaggio alle divinità pagane. Cipriano, che fu vescovo di Cartagine tra il 249 e il 258 e morì martire, ci ha lasciato nelle sue Lettere ampia testimonianza della problematica concernente i lapsi e la loro riammissione alla comunione della chiesa. Ma anche le testimonianze che la letteratura martiriale (Atti dei martiri, Passioni dei martiri, Esortazioni al martirio) ci ha lasciato e che sottolineano la vittoria dei martiri sulla paura della morte, il loro coraggio nell’affrontare le sofferenze spesso atroci loro inflitte, e il loro bramare intensamente il martirio, devono essere colte comprendendo anzitutto la distanza fra un testo e l’evento, tra la narrazione e il fatto storico, quindi le finalità polemiche, apologetiche, edificanti, che dominavano questa letteratura. Ma soprattutto devono essere colte nella loro valenza spirituale autentica. Il martire non cerca la sofferenza, né la morte, ma Gesù Cristo. L’aspirazione al martirio non ha nulla di doloristico, ma esprime il desiderio del credente di essere con Cristo per sempre attraverso la morte e la sua convinzione di fede di soffrire con Cristo nelle prove del suo martirio. In questo, il martirio non è che riflesso del centro della fede cristiana, l’evento pasquale, la morte e resurrezione di Cristo ed esprime la convinzione che non la sofferenza e la morte hanno l’ultima parola, ma l’amore. Le parole poste in bocca a Felicita poco prima del suo martirio come risposta al suo carceriere che la interrogava su come reggerà la sofferenza davanti alle belve, attestano bene questa verità: «In quel momento vi sarà in me un altro che soffrirà per me, perché anch’io mi dispongo a soffrire per lui» (Passione di Perpetua e Felicita XV,6). Lui per me, io per lui: il linguaggio è quello della relazione e dell’amore. La passione del soffrire è assunta nella passione dell’amare.

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Biografia

Luciano Manicardi è nato a Campagnola Emilia (Reggio Emilia) nel 1957. Si è laureato in lettere classiche a Bologna, con una tesi sul Salmo 68. Dal 1981 fa parte della Comunità Monastica di Bose (BI), dove ha continuato gli studi biblici ed è attualmente Maestro dei novizi e, dal 2009, Vice Priore.
Membro della redazione della rivista “Parola, Spirito e Vita” (Dehoniane, Bologna), svolge attività di collaborazione a diverse riviste di argomento biblico e spirituale, tiene conferenze e predicazioni.
Dal 2008 è membro del Comitato Culturale della Fondazione Alessandra Graziottin.

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Parole chiave:
Cristianesimo - Martirio - Morte - Senso della vita

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