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01/04/2009

La visita ai malati nella Bibbia – Prima parte


Luciano Manicardi
Monaco di Bose


Guida alla lettura

Luciano Manicardi ci propone un’ampia riflessione sul tema della visita al malato nella Bibbia: in questa prima parte, attraverso una rilettura del libro di Giobbe; nella seconda parte, che pubblicheremo in seguito, commentando alcuni passi dei Salmi e del Nuovo Testamento.
L’esigenza della visita agli ammalati è molto sentita a livello ecclesiale e di volontariato, ed è anche un caposaldo dell’etica laica della solidarietà. Manicardi, però, sottolinea come spesso, al di là delle nostre buone intenzioni, noi non riusciamo ad offrire al malato ciò che egli veramente desidera: un ascolto aperto, capace di lasciar spazio alle sue emozioni e alla sua dignità di persona. E ciò accade perché, al centro della relazione di aiuto, anziché mettere lui poniamo noi stessi, con le nostre certezze, la nostra ansia di fare il “bene” e la nostra «presunzione di sapere ciò di cui il malato ha bisogno meglio del malato stesso».
Esemplare è, a questo proposito, il libro di Giobbe, uno dei vertici sapienziali dell’Antico Testamento. Di fronte all’immane rovina che colpisce quest’uomo giusto, gli amici non trovano di meglio che ribadire i principi della morale tradizionale, secondo cui Dio, già in questa vita, ricompensa i buoni e punisce i malvagi, dispensando salute e malattia, guarigione e morte sulla base dei nostri meriti o demeriti: se Giobbe è caduto malato, è certamente perché ha peccato. Il loro unico consiglio è pertanto quello di confessare la colpa, in modo da ottenere prontamente la guarigione.
Giobbe – conscio della propria giustizia – si ribella a questa logica, ammaestrandoci con grande dignità sul fatto che non è di lezioni teologiche (per giunta distorte da una visione perversa di Dio) che il malato ha bisogno, ma di ascolto e accettazione: «Ascoltate la mia parola, sia questa la consolazione che mi date» (Gb 21,2); e ancora: «Degnatevi di volgervi a me!» (Gb 6,28). E alla fine Dio – pur non svelando il mistero del male – darà ragione a lui, che ha protestato, si è indignato, ha cercato il perché della sofferenza innocente, e censurerà le facili certezze dei suoi amici, incarnazione degli uomini “religiosi” di ogni epoca.
Lo schema «merito-salute, colpa-malattia» non è l’unica interpretazione del male e della sofferenza elaborata lungo i secoli da Israele: ma è stata certamente una delle più radicate e seducenti, al punto che si è trasmessa anche al Cristianesimo, in correnti di pensiero tutt’altro che minoritarie. Oggi, forse, la prevalente etica laica fa sì che questa visione sia meno diffusa e visibile, ma per molti il collegamento fra malattia e peccato, malattia ed espiazione, è purtroppo ancora fondamentale nel definire l’immagine di Dio.
I passi del libro di Giobbe riportati in questo brano sono proposti nella traduzione di Luciano Manicardi e, in parte, nella versione di Luis Alonso Schökel e José Sicre Diaz (Giobbe, Borla, Roma 1985).

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Introduzione

Sono rari i testi biblici che parlano di visita al malato: Ioas, re di Israele, va a visitare Eliseo, malato della malattia che lo condurrà alla morte (2Re 13,14); Acazia, re di Giuda, va a trovare Ioram, re di Israele, che era malato (2Re 8,29; 2Cr 22,6; 2Re 9,16); il profeta Isaia va a far visita al re Ezechia, malato (Is 38,1; 2Re 20,1). Tuttavia non sono questi testi, e qualche altro che si potrebbe aggiungere (per esempio, 2Sam 13,5), che possono alimentare riflessioni di teologia e spiritualità biblica circa il tema che ci interessa.
Le testimonianze veterotestamentarie significative circa la visita a malati le troviamo piuttosto nel libro di Giobbe e nei Salmi. Lì è attestata l’usanza della visita al malato da parte di amici (Gb 2,11-13) o di parenti (Gb 42,11) o di conoscenti (Sal 41 e altrove nei Salmi): sempre si tratta di persone che conoscono il malato, che hanno con lui rapporti di amicizia o di parentela. Ma ciò che colpisce è il fatto che sempre si tratta di amici che diventano nemici, di presenze che arrivano ad essere sentite come ostili da parte del malato. Nell’Antico Testamento manca la testimonianza in favore della buona riuscita del rapporto dei visitatori con il malato: quelli restano irrimediabilmente lontani dal malato e vengono sentiti come ostili. Proprio questo aspetto “fallimentare” rende interessante e provocatorio accostarsi alla testimonianza di Giobbe e dei Salmi.

Il libro di Giobbe

Il libro di Giobbe è anche la storia di amici che diventano nemici, mentre compiono il pietoso atto di andare a trovare il malato. È la storia di persone che vogliono consolare (Gb 2,11) e che arrivano a essere bollate come «consolatori molesti (o «stucchevoli»)» (Gb 16,2), «raffazzonatori di menzogne» (Gb 13,4), «medici da nulla» (Gb 13,4). Essi compiono i gesti rituali del lutto e del dolore (Gb 2,12-13), sembrano amici sinceri, eppure ben presto si riveleranno essere una presenza molesta, incapace di autentica vicinanza al malato.
Dove sbagliano gli amici di Giobbe? Sbagliano perché vanno da Giobbe pieni di certezze, di sapere e di potere. Essi “sanno” che la malattia o la disgrazia di un uomo nasconde qualche colpa commessa di cui essa non sarebbe che la punizione. Gli amici di Giobbe compiono così la perversa azione di fare di una vittima un colpevole. Dice Elifaz a Giobbe:

«Ricordalo: quale innocente è mai perito?
e quando mai furon distrutti gli uomini retti?
Per quanto io ho visto, chi coltiva iniquità,
chi semina affanni, li raccoglie»
(Gb 4,7-8).

Il loro unico “consiglio” a Giobbe è pertanto quello del pentimento, della confessione della colpa, così sarà guarito:

«Se tu dirigerai a Dio il cuore
e tenderai a lui le tue palme,
se allontanerai l’iniquità che è nella tua mano
e non farai abitare l’ingiustizia nelle tue tende,
allora potrai alzare la faccia senza macchia
e sarai saldo e non avrai timori»
(Gb 11,13-15).

Gli amici di Giobbe non sbagliano semplicemente perché non comprendono che il capezzale di un malato non è il luogo adatto ad una lezione di teologia: in realtà il loro errore è più profondo. Essi vanno nella presunzione di “sapere” ciò di cui il malato ha bisogno meglio del malato stesso; vanno per consolarlo ed essendo convinti di possedere tutti i requisiti per poterlo fare; vanno pieni di intenzioni certamente buone, ma con poco discernimento. Si presentano come salvatori e così innescano un triangolo perverso in cui fanno del malato una vittima divenendo i suoi persecutori, e finiscono a loro volta per essere i bersagli delle accuse del malato.

I due attori del dramma, visitatori e malato, entrano così in un complesso rapporto in cui rivestono entrambi, di volta in volta, le vesti del persecutore e della vittima, e questo a partire dalla pretesa iniziale dei visitatori di essere dei salvatori. Vedendo nel malato solo un malato, vedendo di lui solo il bisogno, lo rendono un indigente, anzi una vittima; ponendo poi se stessi come coloro che “possono” aiutarlo, che hanno il potere di consolarlo, di spiegare la sua situazione, di risolvere positivamente la condizione drammatica in cui si trova, si ergono a salvatori ma diventano subito i persecutori del malato, i suoi accusatori. Il malato si ribella e diviene a sua volta persecutore e accusatore dei suoi visitatori, che si pretendono “salvatori”.

Ecco perché gli amici, che pretendono di sapere ciò che Giobbe deve fare, sono da lui derisi nel loro sapere: «Che gente tanto importante siete! Con voi si estinguerà la sapienza! Ma anch’io ho intelligenza e non sono da meno di voi: chi non sa tutto questo?» (Gb 12,2-3); «Voi siete raffazzonatori di menzogne, siete tutti medici da nulla. Magari taceste del tutto! Sarebbe per voi un atto di sapienza!» (Gb 13,4-5). Essi credono di comunicare parlando tanto, mentre il silenzio può essere un atteggiamento di molto maggiore prossimità al malato. Insomma, il problema non è solo se visitare un malato o no, ma come visitare il malato. Occorre entrare nell’ottica che non si ha potere sul malato: la visita al malato è un’arte delicata e fine! Insomma, gli amici di Giobbe mostrano che non bastano le sole buone intenzioni per compiere in modo adeguato una visita ad un malato, anzi, queste intenzioni possono essere pericolose proprio nella loro bontà. Occorre pertanto porsi una domanda: Perché visitare un malato? Gli amici di Giobbe sono rafforzati dalla sua debolezza, si nutrono della sua debolezza e impotenza. Vanno da lui, ma in realtà non lo incontrano!

Per indicare la visita al malato l’ebraico usa alcune volte il verbo ra’ah, che significa “vedere” (cf. 2Re 8,29; 9,16; Sal 41,7; ecc.), ma questo “andare a vedere il malato” significa più in profondità “ascoltare” il malato stesso, lasciare che sia il malato a guidare il rapporto, non fare nulla di più di quanto egli consente. Gli amici vanno da Giobbe e annunciano l’opera di Dio nei termini che la spiritualità e la teologia dell’epoca allora predicavano, ma chi è, alla fine della visita e del libro, l’annunciatore? Giobbe o i suoi amici? Il malato o i suoi visitatori? Al termine del libro Dio dice agli amici di Giobbe: «Voi non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe» (Gb 42,7). Il malato, dirà Gesù in un’altra pagina paradossale e sconvolgente, è suo sacramento: nel famoso testo matteano del giudizio universale Gesù, il Cristo Re e Giudice, si identifica con il malato, non con colui che lo visita! Il malato è il maestro! È lui che ha un magistero al cui ascolto occorre mettersi. E come comprendere l’espressione, che nasce da Mt 25,31-46, del “malato come sacramento di Cristo”? Occorre comprenderla nel senso che il malato chiede al visitatore di entrare in una dimensione di spogliazione, di impotenza, di povertà, e così il malato stesso, nella sua povertà e impotenza, guiderà il visitatore alla somiglianza con il Cristo che «da ricco che era si fece povero» (2Cor 8,9).

Ecco allora due domande radicali per colui che si reca a visitare un malato: Perché? Come? Perché visitare un malato? Come visitare un malato? Se, come ho ricordato, il verbo ebraico spesso usato per indicare la “visita” al malato è “vedere”, è bene ricordare che “vedere” implica apprezzamento, considerazione, provvidenza, conoscenza. Essere visti-visitati deve cioè significare un essere apprezzati e dunque stimati e considerati, avere significato per qualcuno. Colui che visita il malato gli narra l’interesse che Dio ha per lui attraverso l’interesse che lui stesso gli manifesta, gli narra la provvidenza di Dio attraverso il proprio prendersi cura di lui, gli narra la conoscenza di Dio attraverso la relazione e la conoscenza in cui entra con lui. Visitandolo, fa emergere la significatività che il malato ha: guai se dovesse avvenire il contrario!

Il libro di Giobbe dice anche la difficoltà estrema a consolare l’altro che si trova nella malattia. Spesso, nella malattia, gli amici e i conoscenti si dileguano, si allontanano, vengono meno (Gb 19,13-19). Ecco dunque che, in tale situazione di abbandono e di isolamento, il malato chiede, a chi gli si fa vicino, di essere ascoltato, compreso, raggiunto in ciò che egli è; chiede di essere accettato nella sua situazione, anche se ciò che è o che fa o che dice non dovesse incontrare l’approvazione dei visitatori. Dice Giobbe: «Per il malato c’è la lealtà degli amici, anche se rinnega l’Onnipotente» (Gb 6,14); e ancora: «Per il malato c’è la pietà degli amici, quando Dio si mette contro di lui» (Gb 19,21). La consolazione cercata dal malato è essenzialmente in qualcuno che lo ascolti: «Ascoltate la mia parola, sia questa la consolazione che mi date» (Gb 21,2; cf. 13,6). In un altro passaggio questa istanza viene espressa nuovamente:

«Siete tutti consolatori stucchevoli.
Non c’è limite per i discorsi fatui?
Che cosa ti incita a rispondere?
Forse che io parlerei come voi,
se voi vi trovaste al mio posto?
Tesserei forse parole contro di voi
scuotendo per voi il capo?
Vi conforterei con la mia bocca,
o la compassione frenerebbe le mie labbra?»
(Gb 16,2-5).

Ascoltare è lasciar essere presente l’altro. Non vi sarà nessun accompagnamento del malato se non ci si mette alla sua scuola ascoltandolo. Non si tratta di fare cose particolari, e soprattutto non richieste, ma di ascoltare, anche la ribellione e la rivolta:

«Vi ho detto forse: “Datemi qualcosa?”
o “dei vostri beni fatemi un regalo”
o “liberatemi dalle mani di un nemico”
o “dalle mani dei violenti riscattatemi”? (...)
Forse voi pensate a confutare parole,
e come sparsi al vento stimate i detti di un disperato! (...)
Ma ora degnatevi di volgervi a me!»
(Gb 6,22-23.26.28).

A colui che si reca dal malato è richiesta la compassione, non il situarsi fuori dalla situazione di malattia dell’altro. Si tratta di far spazio all’altro, non di occupare il suo spazio.

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Biografia

Luciano Manicardi è nato a Campagnola Emilia (Reggio Emilia) nel 1957. Si è laureato in lettere classiche a Bologna, con una tesi sul Salmo 68. Dal 1981 fa parte della Comunità Monastica di Bose (BI), dove ha continuato gli studi biblici ed è attualmente Maestro dei novizi.
Membro della redazione della rivista “Parola, Spirito e Vita” (Dehoniane, Bologna), svolge attività di collaborazione a diverse riviste di argomento biblico e spirituale, tiene conferenze e predicazioni.
Dal 2008 è membro del Comitato Culturale della Fondazione Alessandra Graziottin.

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