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Portare la sofferenza dell'altro

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26/11/2008

Tratto da:
Anthony Bloom, Ritornare a Dio, Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose, Magnano (BI), 2002, p. 21-24

Guida alla lettura

La compassione creativa, capace di accompagnare e alleviare la sofferenza dell’altro, scaturisce dalla disponibilità ad aprire il proprio cuore al dolore del mondo e del prossimo, e lasciarsene trafiggere “come da un pugnale”. Solo questa compassione profonda, esistenziale, può essere poi anche tecnicamente efficace, secondo il metro di valutazione pratica che, soprattutto nella cultura occidentale, guida e giudica l’atto terapeutico: perché non isola l’organo malato rispetto alla totalità della persona, non legge la malattia alla luce di una vera o presunta colpa morale, non pone in atto alienanti meccanismi di difesa come la fuga da colui che soffre o la collera verso il “sistema”.
E’ un’apertura totale, difficile da operare. Ma in qualche modo inevitabile, sottolinea Bloom, se solo «facciamo appello alla nostra coscienza», se soltanto «apriamo occhi e orecchie» sull’orrore che accompagna la vita di tante persone su questa terra.
Dedichiamo questa riflessione profonda e dura a tutti coloro che cercano di aiutare chi si trovi nella sofferenza estrema e senza luce: in quelle situazioni, cioè, in cui più nulla sembra poter servire, ma nelle quali emerge l’importanza cruciale di una presenza, di un «sì» detto con umiltà, nella verità e per amore.
Per educare il nostro cuore a essere vivo, poniamoci in modo penetrante la seguente domanda: siamo pronti a lasciar entrare nel nostro cuore qualsiasi sofferenza? Siamo pronti a dar prova di compassione verso ogni uomo che sta male, che ha paura, che ha freddo o fame, al quale la vita ha inflitto tante ferite? Siamo pronti a compatire senza indagare se chi sta dinanzi a noi è innocente o colpevole, chiedendoci semplicemente: quell’uomo soffre sì o no? E siamo pronti a rispondere a quella sofferenza con tutta la compassione della quale siamo capaci? Se soltanto le diamo libero corso, questa compassione crescerà, si dilaterà, e abbraccerà in quantità sempre più grande il dolore, la tragedia della vita sulla terra.
Ma questo è inquietante per tutti, a livelli diversi, e ci porta a reagire in due modi differenti. O ci barrichiamo in noi stessi, chiudiamo gli occhi, ci tappiamo le orecchie, non vogliamo più vedere; oppure ci mettiamo a disquisire: “Certo, quell’uomo soffre, ma di chi è la colpa? Sì, soffre, ma perché dovrei esser io a reagire? Non può farlo qualcun altro? È proprio lui il mio prossimo? E sono proprio io la persona che deve stargli più vicina? Non c’è nessun altro per il quale sia più naturale stargli vicino?”.
Un altro meccanismo che attiviamo per proteggerci dalla violenza del dolore, dalla lacerazione dell’anima, è quello di andare in collera. E’ molto facile prendersela con la menzogna imperante, con i responsabili della sofferenza, a volte anche con colui che soffre e che pretende quella compassione che rifiutiamo di dargli. Quella della sofferenza è una condizione passiva... Prendersela invece è facile: nella collera c’è un’attività, una forza provvisoria, ma pur sempre una forza. Nella maggior parte dei casi noi viviamo la collera come una reazione virile al male presente nel mondo. E per questa via ci priviamo di ogni possibilità di condividere quello stato d’animo, quell’atteggiamento nei confronti del mondo e del suo ineluttabile dolore che ritroviamo in Cristo e in Dio.
Tutta la sofferenza che incontrava quaggiù, Cristo l’ha assunta con piena e pura compassione, una compassione lacerante... Se vogliamo essere discepoli di Cristo, dobbiamo imitarlo nel modo di accostarsi alla sofferenza di ogni uomo, di ogni creatura e, come lui, accogliere questa sofferenza con piena coscienza, e lasciare che s’insinui in profondità nel nostro cuore. A proposito non della sofferenza ma della preghiera, Teofane il Recluso afferma che bisogna permetterle di trafiggere il nostro cuore come un pugnale. Sì, permettere che la sofferenza del nostro prossimo ci trafigga il cuore come un pugnale... Solo allora la nostra compassione potrà essere creativa, potrà essere una partecipazione al dolore dell’altro e aiutarlo a portare la sua croce.
Ciascuno di noi deve affrontare la paura che si scatena di fronte alla sofferenza... La paura di dire a noi stessi che il dolore ci trapasserà l’anima se a esso ci consegniamo, se soltanto apriamo occhi e orecchie, se solo facciamo appello alla nostra coscienza. La nostra partecipazione alla vita del mondo, alla vita dell’uomo e alla vita di Cristo comincia nel momento in cui diciamo questo sì.

Biografia

Andrei Borisovich Bloom (il futuro Metropolita Anthony di Surož) nasce nel 1914 a Losanna, in Svizzera, da Xenia e Boris Edwardovich Bloom. Nipote per parte di madre del compositore Alexander Scriabin, trascorre la fanciullezza in Russia e Persia. Durante la Rivoluzione di Ottobre, la famiglia lascia la Persia, e nel 1923 si stabilisce a Parigi, dove il giovane Andrei studia fisica, chimica e biologia, e infine si laurea in medicina all’Università di Parigi.
Lui stesso racconterà: «Ho incontrato Cristo in un momento in cui ne avevo bisogno per vivere, e nel quale tuttavia non lo stavo affatto cercando. Non fui io a trovare lui: fu lui a trovare me. Ero un ragazzino, allora... Fino a quel momento la mia vita era stata difficile, ma ora stava diventando finalmente più serena. Il problema era che, negli anni difficili, avevo trovato naturale combattere; ma ora che l’orizzonte sembrava schiarirsi, non riuscivo ad accettare quel benessere senza scopo».
Nel 1939, prima di partire per il fronte come medico dell’esercito francese, Andrei prende segretamente i voti monastici nella Chiesa Ortodossa Russa. Farà professione solenne e riceverà il nome di Anthony nel 1943. Durante l’occupazione nazista della Francia, lavora come chirurgo e prende parte alla Resistenza.
Nel 1948 viene ordinato presbitero e inviato in Inghilterra: sarà nominato Vicario nel 1950, Vescovo nel 1957 e, nel 1962, Arcivescovo della Chiesa Ortodossa Russa di Gran Bretagna e Irlanda. L’anno successivo è nominato Esarca per l’Europa occidentale del Patriarcato Ortodosso di Mosca, e nel 1966 è innalzato al rango di Metropolita.
Nel 1974 lascia l’impegnativo incarico di Esarca per dedicarsi esclusivamente alla cura pastorale dei fedeli, il cui numero cresce in quegli anni molto rapidamente. Muore a Londra nel 2003.
E’ ricordato come una figura ecclesiale fra le più autorevoli del nostro tempo, padre spirituale di raro discernimento e autore di testi sulla preghiera e sulla vita cristiana apprezzati in Oriente e in Occidente da cristiani di tutte le confessioni.
Parole chiave di questo articolo
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