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La vera solidarietà

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23/04/2008

Tratto da:
Luciano Manicardi, Il volto del sofferente, Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose, Magnano (BI), 2004, p. 6-10

Guida alla lettura

Questa pagina di Luciano Manicardi sottolinea la vera natura della solidarietà secondo il Vangelo: prima che un “fare per”, è un “essere con”. Una carità scissa dalla compassione, assillata esclusivamente da problemi di efficacia manageriale, resta estranea alla persona sofferente e non cambia nulla neppure in noi stessi.
Naturalmente questo non significa che il fare non abbia importanza. Basta pensare alle parole di Gesù sull’ultimo giudizio: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-37).
Il fare, però, risponde ai bisogni profondi di chi soffre, e non soltanto alle sue immediate esigenze materiali, quando si alimenta della comune esperienza di fronte al dolore, la sola che ci porta alla compassione autentica: e questo è un messaggio valido anche per chi ha una visione laica della vita. Manicardi cita a questo proposito il filosofo lituano-francese, di origini ebraiche, Emmanuel Lévinas (1905-1995): «Solo un io vulnerabile può amare il suo prossimo».
Per chi è credente, inoltre, il fare si ispira all’esempio di Cristo stesso: il quale, come ricorda Manicardi in un altro passo del libro, non ha mai guarito le persone in modo magico, “ma con l’arte e la fatica dell’incontro e del dialogo” (op. cit., pag. 12).
Dedichiamo il brano a chi si trova vicino a una persona che soffre, e a tutti coloro che fanno dell’aiuto agli altri una delle ragioni profonde della propria esistenza.
La Bibbia, soprattutto il Nuovo Testamento, parla di solidarietà usando il vocabolario dell’agàpe, della carità, così come quello della misericordia e della compassione, e noi possiamo affermare che la solidarietà sta all’interno dell’amore, della carità. (...)
Nella tradizione cristiana, la carità è una virtù teologale, non morale. Eppure, nella stessa tradizione la carità è stata moralizzata: così, una volta ridotta nei limiti della morale, da evento relazionale che al suo cuore aveva l’iniziativa gratuita di Dio verso l’uomo, è diventata opera delle mani dell’uomo e occasione del suo protagonismo. Infine la carità è stata cosificata: è qualcosa da fare, una realtà obiettivata, un oggetto più che un soggetto. Il rischio della carità, anche all’interno della chiesa, è di essere managerializzata, divenendo problema di efficacia e di organizzazione. E’ evidente che dietro a tutto questo vi è una visione che non sa raccordare fede e opere, grazie di Dio e impegno dell’uomo. (...)
Un’azione di carità scissa dalla compassione, dalla consofferenza con l’altro, dall’assunzione della sua mancanza, resta fondamentalmente estranea all’altro e non cambia nulla in noi stessi. Una carità che non conosca la sofferenza – sia la sofferenza dell’amare che la sofferenza di chi è nel bisogno – è distante dal suo fondamento evangelico e dalla sua più autentica dinamica antropologica. Crescere nella carità è crescere alla statura di Cristo, dunque diminuire, entrare nello spogliamento di Cristo, nella sua passione per Dio e per gli uomini. La carità dunque, e ovviamente anche la solidarietà, non consiste innanzitutto nel fare dei servizi – questa sarebbe ancora una comprensione funzionale della carità – ma nel divenire, liberamente e per amore, servi. In questo modo la carità viene situata sul piano dell’essere. E anche la solidarietà. (...)
Solo una solidarietà così intesa inserisce la vicinanza dell’uomo al fratello nella dinamica della comunicazione di Dio all’uomo. Solo una carità e una solidarietà così intese possono fare spazio a quelle dimensioni di gratuità e di bellezza che sono costitutive dell’autentica carità.
Può essere utile concludere ricordando un episodio della vita del poeta Rainer Maria Rilke. Si dice che, quando abitava a Parigi, ogni giorno usciva di casa e si imbatteva in una mendicante cui dava regolarmente un’elemosina. Un giorno le diede non denaro, che era ciò di cui essa aveva bisogno, ma una rosa, che era inutile e puramente gratuita, e la povera donna si illuminò ed esclamò, piena di gioia: «Mi ha vista! Mi ha vista!». Il poeta ha saputo vedere il volto della mendicante e ascoltarne la sete profonda, la sua persona, non l’ha ridotta al suo bisogno materiale.
Il rischio di una carità cieca e sorda, di una solidarietà che fa molto per l’altro senza vedere e ascoltare l’altro, è sempre in agguato. Anche per noi, oggi.
Luciano Manicardi è nato a Campagnola Emilia (Reggio Emilia) nel 1957. Si è laureato in lettere classiche a Bologna, con una tesi sul Salmo 68. Dal 1981 fa parte della Comunità Monastica di Bose (BI), dove ha continuato gli studi biblici ed è attualmente Maestro dei novizi.
Membro della redazione della rivista “Parola, Spirito e Vita” (Dehoniane, Bologna), svolge attività di collaborazione a diverse riviste di argomento biblico e spirituale, tiene conferenze e predicazioni.
Dal 2008 è membro del Comitato Culturale della Fondazione Alessandra Graziottin.
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