Fondazione Alessandra Graziottin onlus - per la cura del dolore nella donna Fondazione Alessandra Graziottin
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13/05/2009

Il significato della sofferenza nell'ebraismo – Introduzione


Elena Lea Bartolini


Tratto dal testo della relazione presentata alla Terza Giornata Insubre di Bioetica Clinica, Varese, 3 giugno 2003, pubblicato in AA. VV., Il significato della sofferenza. Tre religioni monoteiste interpretano l’esperienza della malattia, a cura di M. Picozzi, L. Violoni e P. Cattorini, Franco Angeli Edizioni, Milano, 2004, pp. 32-38


Guida alla lettura

Qual è il significato della sofferenza fisica e morale, della malattia e della morte nell’Ebraismo? Come si sono sviluppate nel tempo le interpretazioni fornite da quell’insieme di libri divinamente ispirati che gli Ebrei chiamano “Tanakh” e che per i Cristiani costituiscono l’Antico Testamento? In quale misura le caratteristiche della civiltà ebraica hanno condizionato la lettura del fenomeno del male nella storia, nella natura e nelle vicende personali dell’uomo?
Domande cruciali per comprendere la nostra stessa cultura occidentale e alle quali, a partire da oggi, ci aiuterà a rispondere Elena Lea Bartolini, teologa e docente di Giudaismo, fra i più brillanti esperti contemporanei della materia.
Nel suo primo articolo, di cui pubblichiamo oggi la prima parte, la professoressa Bartolini ci offre una panoramica generale delle principali riflessioni elaborate dalla Scrittura e dalla tradizione successiva sulla realtà del dolore, e sui suoi complessi rapporti con la vita dell’uomo e la fede nell’esistenza di un Dio onnipotente e buono. Con i contributi successivi entreremo nel dettaglio dei singoli temi, accostando così in modo sistematico la voce dell’Ebraismo a quella del Cristianesimo.

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Prima di parlare del significato della sofferenza nell’ebraismo, è opportuna qualche premessa relativa al quadro generale di riferimento entro cui collocare i singoli dati. Quando si parla di “ebraismo”, e di tradizione ebraica, si accosta di fatto una realtà variegata e multiforme non facile da definire: l’ebraismo infatti, o giudaismo, [1] non è riconducibile alle classiche categorie di “popolo”, “cultura”, “religione”, in quanto, pur comprendendole, presenta una sorta di “eccedenza” che rimanda a una singolarità difficilmente riscontrabile in altre espressioni religiose. Secondo la tradizione, è ebreo chi nasce da madre ebrea o chi si converte secondo le regole. La situazione più frequente è la prima, cioè una discendenza di sangue, la cui connotazione matrilineare risponde fondamentalmente a due esigenze. La prima esigenza, che possiamo definire sociologica, rimanda alla necessità di essere certi della discendenza (e la madre è sempre certa), mentre la seconda riconosce alla donna un ruolo fondamentale nella testimonianza dei valori tradizionali nei confronti dei figli: è lei che, fin dalla gravidanza, stabilisce per prima con loro un legame significativo; è lei che li allatta e allevandoli testimonia le tradizioni famigliari; è lei che garantisce tutto ciò che è necessario per la prassi religiosa quotidiana [2] e per la celebrazione domestica delle feste, momento significativamente più importante rispetto alla liturgia sinagogale [3].
Ebrei dunque generalmente si nasce, e si rimane tali anche se poco praticanti o assimilati a modelli culturali estranei alla tradizione di appartenenza. È un dato oggettivo con cui la coscienza ebraica di ogni epoca ha dovuto e deve misurarsi.
In tale orizzonte, l’ebraismo si caratterizza in quanto tradizione culturale e religiosa che ha scelto di esprimersi nel segno di una multiformità compresa come ricchezza, e non come limite: l’assenza di un magistero ha favorito lo sviluppo di una riflessione nel contesto di uno confronto dialettico aperto a posizioni diverse, anche fra loro contrastanti, nella prospettiva di una ricerca della verità capace di tener conto di tutti i punti di vista possibili. A questo va inoltre aggiunto che le categorie di pensiero semitiche presentano una particolare forma di argomentazione che utilizza le antinomie come criterio di intelligibilità: si prende coscienza del dolore solo di fronte al suo contrario, cioè alla gioia, si conosce il buio in rapporto alla luce, e via di seguito [4]. Il fondamento di tutto ciò viene individuato nel modo con cui la Scrittura testimonia l’azione creatrice di Dio: secondo il primo capitolo della Genesi, il Signore crea separando la terra dall’acqua, la luce dalle tenebre, realtà fra loro in contrasto-opposizione affinché l’uomo possa distinguere il giorno dalla notte e possa individuare le settimane, i mesi e le stagioni; anche l’uomo viene creato nella distinzione maschio-femmina, cioè secondo una differenza-contrapposizione che permetta la presa di coscienza di una differente identità aperta alla possibilità di relazioni variamente connotate (cf. Gen 1,1ss. e 2,18).
Infine è importante ricordare che, a partire dalle sue radici bibliche, l’antropologia ebraica si è sempre caratterizzata come antropologia unitaria che comprende l’uomo come “io inscindibile” di corpo e spirito, il cui centro vitale è il “cuore”, inteso come sede della ragione, della volontà e dei sentimenti. Pertanto ogni sofferenza fisica è sempre considerata in relazione alle sue implicazioni psicologiche e spirituali, e per questo la medicina praticata dagli ebrei è nata come una sorta di “sapienza curativa” attenta alle diverse dimensioni della persona [5]. Tale professione, tra l’altro, ha costituito una scelta frequente fra gli ebrei che, osservando i precetti religiosi tradizionali, hanno sempre valorizzato sia la preghiera che lo studio [6] anche in epoche in cui le culture coeve registravano invece alti tassi di analfabetismo. Non sorprende quindi il fatto che proprio fra i medici ebrei si trovino anche grandi studiosi di sacra Scrittura e di testi autorevoli della tradizione rabbinica, come la Mishnà e il Talmud [7].
A partire della prossima puntata, affronteremo il variegato panorama del pensiero ebraico, del quale prenderemo in considerazione alcune significative riflessioni relative al senso della sofferenza soprattutto quando non è prodotta dall’uomo, cioè quando è quella che deriva da malattie e calamità non sempre spiegabili o facilmente giustificabili.

[Segue la prossima puntata]

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Note

1) I discendenti della tribù di Giuda furono coloro che tornarono dall’esilio di Babilonia (538 a.C.) e misero le basi di ciò che ha successivamente costituito la tradizione ebraica postbiblica.
2) Che comprende ad esempio le regole alimentari, le quali richiedono una particolare attenzione sia nella preparazione degli alimenti che nella suddivisione delle stoviglie da utilizzare per il loro consumo.
3) In particolare a lei è affidata non solo la preparazione ma anche l’accensione dei lumi che costituiscono il segno della presenza divina.
4) Appare quindi evidente la mancanza di un principio di non contraddizione di tipo aristotelico. Per un approfondimento della dialettica degli opposti nel pensiero ebraico si rimanda a: M. Perani (ed), Il midrash temurah, Centro Editoriale Dehoniano (EDB), Bologna 1986.
5) Interessante al riguardo il saggio di G. Cosmacini, Medicina e mondo ebraico. Dalla Bibbia al secolo dei ghetti, Editori Laterza, Roma-Bari 2001.
6) Nella tradizione ebraica sono infatti due precetti equivalenti che vanno vissuti con lo stesso impegno.
7) È il caso ad esempio di Maimonide (1135-1204), filosofo, medico e autore di opere sia religiose che profane; o di Isacco Lampronti, che visse a Ferrara fra il 1679 e il 1756 e fu rabbino, medico e filosofo. Anche Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane del 1998 al 2006, è medico chirurgo e autorevole studioso e interprete del Talmud. La “Mishnà” (letteralmente: “ripetizione-insegnamento”), fissatasi in forma scritta attorno al II secolo dell’era volgare, comprende la tradizione orale codificata e considerata di origine sinaitica; mentre il “Talmud” (letteralmente: “studio”), redatto fra il V e il VI secolo dell’era volgare nelle due versioni palestinese e babilonese, raccoglie la “Mishnà” e i suoi commenti e discussioni autorevoli.

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Biografia

Di origini ebraiche da parte materna, Elena Lea Bartolini è nata a Pavia nel 1958. Dottore in Teologia Ecumenica con specializzazione in ermeneutica rabbinica, è membro dell’Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo (AISG), del Coordinamento Teologhe Italiane (CTI) e dell’Associazione Mariologica Interdisciplinare Italiana (AMI).
E' docente di Giudaismo presso il Centro Studi Vicino Oriente di Milano e presso l’ISSR-MI collegato alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale; collabora con diversi Atenei pontifici – tra i quali l’Istituto di Studi Ecumenici S. Bernardino di Venezia, l’Università Pontificia Salesiana (UPS), il San Bonaventura, il Marianum e l’Auxilium di Roma – e con diversi Istituti Teologici.
E' docente e consulente all’interno di diverse iniziative locali e nazionali per il dialogo fra le chiese e gli ebrei: in particolare, ha curato il progetto Judaica (1998-2003) promosso dalla Casa Editrice Ancora di Milano. Attualmente dirige la collana “Studi Giudaici” per la Casa Editrice Effatà e cura la rubrica “Judaica” per la nuova edizione della rivista “Terrasanta” nell’ambito dei periodici della Custodia francescana. È consulente di redazione per le riviste “Terrasanta” e “Jesus”.
Ha curato la revisione ecumenica e la stesura delle voci ebraiche per l’“Enciclopedia del Cristianesimo”, edita da De Agostini (Novara 1997); ha curato alcuni “Quaderni” sull’Ebraismo per le Edizioni Studio Domenicano (Bologna 1997-1999), per le quali ha coordinato anche i “Quaderni” sulle Chiese della Riforma (Bologna 2004-2007).
Ha diretto la sezione “Ebraismo” per la nuova edizione dell’“Enciclopedia Filosofica”, edita da Bompiani (Milano 2006), a cura della Fondazione Centro Studi Filosofici di Gallarate, sotto la direzione del Prof. Virgilio Melchiorre dell’Università Cattolica di Milano.
Collabora con gli Uffici Nazionali della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) e con alcune riviste, tra le quali, SeFeR (Studi-Fatti-Ricerche), Qol, Horeb, Studi Ecumenici, Parola Spirito e Vita (PSV), Rivista di Pastorale Liturgica (RPL), La scuola domenicale.
E' membro del gruppo interconfessionale “Teshuvah” del Centro Ecumenico Diocesano di Milano, per il dialogo fra le chiese e gli ebrei, e collabora con il Segretariato Attività Ecumeniche (SAE). E' socio fondatore e membro del Consiglio direttivo del  Centro Studi Nazareth Alta Formazione (CeSNAF), per la promozione integrale della persona, della coppia e della famiglia.

Principali pubblicazioni

Saggi
- Gesù Ebreo per sempre (con C. Vasciaveo), Ed. Dehoniane, Bologna 1991.
- Anno sabbatico e giubileo nella tradizione ebraica, Ancora, Milano 1999
- Come sono belli i passi... La danza nella tradizione ebraica, Ancora, Milano 2000
- Narrare giocando (con A.G. Conori – E. Danelli), Effatà, Cantalupa (TO) 2003
- Per amore di Tzion. Gerusalemme nella tradizione ebraica, Effatà, Cantalupa (TO), 2005


Contributi

- L’uso dei beni secondo la Scrittura, in AA. VV., Dacci oggi il nostro pane. I cristiani in un’economia di giustizia per sfamare il mondo”(Strumenti di animazione missionaria – Convegno di Firenze della Banca Etica), EMI, Bologna 2002, pp. 18-39
- Israele: “popolo di Dio” per le nazioni, in AA.VV., a c. di G. Bottoni – L. Nason, Secondo le Scritture. Chiese cristiane e popolo di Dio, EDB, Bologna 2002, pp. 71-81
- Maria di Nazaret, figlia del suo popolo, madre di Gesù Cristo nella tradizione ebraica, in AA.VV., a c. di M. Farina – M. Marchi, Maria nell’educazione di Gesù Cristo e del cristiano (Il Prisma 25), LAS, Roma 2002, pp. 87-109
- Tendenze e correnti culturali e religiose attuali delle donne ebree in Italia, in AA.VV., La donna nelle tre grandi religioni monoteiste: Ebraismo, Cristianesimo e Islam (Centro F. Peirone Torino – Cristianesimo e religioni in dialogo 8), Edizioni MILLE libri, Torino 2002, pp. 49-62
- Il significato della sofferenza nell’ebraismo, in AA.VV., Il significato della sofferenza. Tre religioni monoteiste interpretano l’esperienza della malattia (Scienze e Salute – Teorie), a c. di M. Picozzi, L. Violoni e P. Cattorini, Franco Angeli, Milano 2004, pp. 32-38
- La santità “laicale” nella tradizione ebraica, in AA.VV., Chiesa di Santi. Modelli e forme di santità laicale, a c. di C. Militello, EDB, Bologna 2005, pp. 11-32
- Il ruolo della donna nell’ebraismo, in AA.VV., Le donne nelle culture del mediterraneo. Religione, politica, libertà di pensiero (Quaderni Nangeroni 2006), Associazione Culturale Mimesis, Milano 2006, pp. 23-48
- Amore per Dio e amore per il prossimo, un binomio inscindibile nella tradizione ebraica, in AA.VV., Dio è Amore. Commento e guida all’Enciclica “Deus caritas est” di Benedetto XVI (A proposito di…), Paoline, Milano 2006, pp. 11-34


Articoli su riviste
- La bellezza delle Matriarche, in “Parola Spirito e Vita” 44 (2001) [2] 175-191
- Dio ci chiederà conto dei beni di cui non abbiamo goduto, in “Parola Spirito e Vita” 45 (2002) [1] 55-68
- Gerusalemme, la prima fra le visioni, in “Il portavoce. Rassegna Adei-Wizo” 27 (2002) [3] 3-5
- Il giudaismo rabbinico, in “Credere oggi” 23 (2003) [135] 45-57
- La proclamazione della Scrittura nell’Antico Testamento, in “Rivista di Pastorale Liturgica” 43 (2005) [250] 3-10
- “Bella come la luna” (Ct 6,10): l’incantevole candore di Sullamit e di Maria, in “Theotokos” 13 (2005) [1-2] 77-98
- Il lavoro nella tradizione ebraica, in “Parola Spirito e Vita” 52 (2005) [2] 101-116
- Dio e l’uomo si incontrano nel tempo, in “Rivista di Pastorale Liturgica” 44 (2006) [256] 3-11
- Santità del cibo e santità della vita: cibi “puri” e cibi “impuri”, in “Parola Spirito e Vita” 53 (2006) [1] 45-60
- Ebreo per sempre, in “Confronti” (Gesù e i sentieri di Abramo) 33 (2006) [9] 29-30
- Comunicare e celebrare con il corpo nella cultura biblica e nella tradizione ebraica, in “Vivens Homo” 18 (2007) [2] 321-337

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Parole chiave:
Dolore - Ebraismo - Medicina - Religione - Senso del dolore - Senso della vita - Sofferenza - Spiritualità

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