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13/10/2010

Le false verità sul male e la sofferenza - Seconda parte


Tratto da:
Xavier Thévenot, Ha senso la sofferenza?, Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose, Magnano (BI) 2009, p. 37-41


Si ringrazia l’editore per la gentile concessione


Guida alla lettura

Nella prima parte della sua riflessione, Xavier Thévenot puntava il dito contro alcuni tipici ragionamenti religiosi che incoraggiano a “offrire” la sofferenza a Dio, a vedervi il segno della “predilezione” divina o uno strumento di “redenzione”. Affermazioni tanto sublimi quanto disumane, che negano la verità del Vangelo e producono solo «chiacchiere prive di equilibrio».
In questa seconda parte, Thévenot analizza alcune scorciatoie del linguaggio che alimentano da secoli questa spiritualità deviata, e sottolinea come ciò che ci “salva”, ossia ciò che dà senso e fondamento alle nostre vite, non sia mai la sofferenza in sé, ma ciò che riusciamo a edificare giorno dopo giorno in noi stessi e negli altri, per amore e nella libertà, malgrado «le forze di disunione della sofferenza».
Esempio e aiuto in questo cammino, per il credente, resta sempre e solo Cristo: «Se voglio sapere come Dio si comporta con chi soffre, come Dio stesso ha vissuto nella sua umanità la sofferenza, devo ritornare a Gesù». Nella lotta quotidiana contro il male e il dolore, ciò che è davvero decisivo e normativo per la persona di fede è vedere come Cristo ha sofferto e come ha vissuto la sua sofferenza: continuando ad amare, perdonando i suoi persecutori, e donando a chi lo circondava un futuro di vita anche nei momenti finali della sua esistenza, durante l’agonia in croce. Ma come sostiene un altro grande uomo spirituale del nostro tempo, Enzo Bianchi, l’esperienza personale di Gesù indica come l’amore vissuto nella libertà possa essere un cammino di umanizzazione e di felicità, seppur a caro prezzo, valido per tutti, e non solo per i credenti, perché tutti cerchiamo un motivo valido per vivere e morire, e aspiriamo a rendere pieno di senso il nostro cammino sulla terra (E. Bianchi, Le vie della felicità: Gesù e le beatitudini, Rizzoli 2010).

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Diffidare delle scorciatoie del linguaggio
Di scorciatoie ne facciamo di continuo... Talvolta è difficile eludere le trappole tese da un linguaggio approssimativo. Dire che Cristo ci redime con le sue sofferenze è una scorciatoia enorme!
Dovremmo dire, invece, che Gesù ci salva, ci libera con la sua intera vita, intessuta d’amore appassionato per l’essere umano, di speranza contro ogni speranza, di fede radicale nel Padre e negli uomini. E questo anche quando lo hanno condotto a soffrire terribilmente. A redimere non è la sofferenza di Cristo in sé, ma il fatto che dentro le sue sofferenze Gesù è stato un uomo che ha vissuto in pienezza l’amore, la fede e la speranza.
Dobbiamo sempre tenere in mente questa verità: solo quello che costruisce e libera l’essere umano redime. Ora, la sofferenza in sé non lo fa, di conseguenza non può redimere. Lo fa, invece, il modo in cui ciascuno cerca di umanizzare la propria vita dentro le sue sofferenze. E questo grazie a Dio e con Dio.
Anche l’espressione “offri le tue sofferenze” è un’enorme scorciatoia. Poiché la sofferenza in sé distrugge, il “piacere” di Dio non dovrebbe essere nel ricevere qualcosa che rovina. Dio, invece, trova la sua gioia nel ricevere ciò che costruisce l’uomo. La sua gioia è nell’accogliere ciò che l’amore di Gesù permette di edificare all’essere umano, malgrado le forze di disunione della sofferenza. Dio ama ricevere la fede, la speranza, l’amore, l’umiltà, la pazienza al cuore delle nostre sofferenze. Davvero ciò che costruisce l’essere umano permette alla persona che soffre di continuare a entrare in relazione!
Non si tratta di essere contro le scorciatoie del linguaggio, ma di essere consapevoli di quello che rappresentano. Altrimenti ci fanno deviare dalla vera fede e rischiano di farci immaginare un Di perverso. Dobbiamo, ad esempio, essere consapevoli che quando dico: «Signore, ti offro le mie sofferenze», in realtà voglio esprimere un’altra cosa: «Signore, ti offro il dono che mi fai di continuare ad accogliere la fede, la speranza e l’amore che tu, Dio, vivi verso di me». Ecco infatti una delle affermazioni più grandi della fede cristiana: Dio crede in me. Si parla sempre della fede dell’uomo in Dio, ma anche Dio crede in me. Dio spera in me. Dio mi ama, e ciò che libera è riconoscere questo dentro la sofferenza e sviluppare il dono che egli mi fa in suo Figlio.

Non cercare “il senso” della sofferenza
Si tratta in realtà di voler rendere la nostra vita più umana, più cristiana, più evangelica, malgrado la sofferenza. A sentire certi cristiani si potrebbe credere che la fede doni il senso della sofferenza: basta aprire la Bibbia, consultare la dottrina della chiesa o anche ascoltare la voce interiore di Dio. Ora, questo modo di pensare è sbagliato e non può che bloccare in vicoli ciechi. La sofferenza è l’esperienza dell’assurdo: non si capisce niente!
La fede cristiana mi impedisce di lasciarmi affascinare da questi sentimenti di stupidità e assurdità. Essa dà la forza di capire che Dio è dalla mia parte e al mio fianco per condurre con coraggio la lotta per dare senso alla mia vita... La fede mi fa compiere un vero e proprio lavoro su di me e con gli altri. Non semplicemente l’elaborazione del lutto, come dicono oggi gli psicologi, ma un lavoro pasquale: si tratta di abbandonare un certo modo di essere in una vita completamente sconvolta dalla sofferenza per trovare a poco a poco un altro modo di assumere il reale. Intuiamo che per un cristiano è molto importante rivolgersi a Dio, perché dispieghi la sua forza nella debolezza del credente e lo aiuti a condurre la buona battaglia. È anche fondamentale rivolgersi al Dio fatto uomo, Gesù di Nazaret. Anch’egli ha dovuto combattere contro l’assurdità e contro la sofferenza. Diventa perciò importante vedere in cosa Gesù ha sofferto e come ha vissuto la sua sofferenza.
Per evitare di perdersi nella riflessione sulla sofferenza, dobbiamo ritornare sempre all’esperienza di Gesù di Nazaret. I teologi ci giocano a volte degli scherzi identici a quelli del nostro psichismo. Ci presentano delle immagini di Dio bizzarre. Ritornare alla parola di Gesù: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9) è l’unico modo di sapere chi è Dio. Se voglio sapere come Dio si comporta con chi soffre, come Dio stesso ha vissuto nella sua umanità la sofferenza, devo ritornare a Gesù. Solo cosi disporrò di un criterio perfettamente sicuro per tentare di umanizzare la mia sofferenza.

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Biografia

Xavier Thévenot (1938-2004), sacerdote francese, è stato salesiano di Don Bosco e professore di teologia morale all’Istituto Cattolico di Parigi. Affetto per oltre 20 anni dal morbo di Parkinson, ha scritto pagine dense e sofferte sulla propria esperienza di malattia.
Thévenot amava definire la morale come «ciò a cui gli uomini si obbligano quando vogliono conferire un senso alla propria vita» e come «un insieme di regole e di valori che ci consentono di trovare a poco a poco, e liberamente, cammini di umanizzazione e di felicità».
Teologo di fama internazionale, capace di parlare della morale senza cadere nel moralismo, Thévenot ha contribuito a dimostrare come sia possibile riflettere sulla realtà e assumere decisioni responsabili anche quando il bene e il male sembrano essere inestricabilmente legati.

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Parole chiave:
Amore - Bibbia - Crisi esistenziale - Senso del dolore - Senso della vita - Sofferenza - Spiritualità

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