Fondazione Alessandra Graziottin onlus - per la cura del dolore nella donna Fondazione Alessandra Graziottin
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11/01/2017

Il vuoto del dolore


Tratto da:
Emily Dickinson, Tutte le poesie. Testo inglese a fronte, I Meridiani, Mondadori, 2013


Guida alla lettura

Presenza implacabile, e ciclicità. Sono le due terribili caratteristiche del dolore in questa intensa lirica di Emily Dickinson. Non si può sapere se esista giorno che sia stato davvero libero dalla sofferenza, o dalla paura della sofferenza. Né si può dire che il dolore abbia un inizio e una fine ben definiti: non ricordiamo quando sia emerso a travolgere la nostra vita, ed esso contiene in sé il proprio passato e il proprio futuro, come un guscio perverso che racchiude le nostre speranze.
Questo rapporto tragico con il tempo è ciò che Emily Dickinson chiama il “vuoto del dolore”. Ma quel vuoto è anche l’angoscia che ci prende allo stomaco, quando sentiamo avvicinarsi i suoi morsi crudeli, o quando viviamo lunghi giorni, lunghi anni nella crisi di un affetto, nell’assenza di una persona o di un animale amato, nel rimpianto di un sogno non realizzato.
A differenza di Attila József, che nel ricordo della madre, nell’amore per il prossimo, nella giovinezza trovò la forza di non arrendersi del tutto al male di vivere, Emily Dickinson sembra non conoscere argini alla disperazione, forse anche per la vita isolata che condusse in età adulta. A noi non resta che cercare e riconoscere chi, intorno a noi, patisce questo dolore senza fine, e cercare di assisterlo con la nostra presenza. Auguriamo a tutti, e a noi stessi, che il nuovo anno porti con sé calore e solidarietà.

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C’è un vuoto nel dolore:
Non si può ricordare
Quando iniziò, se giorno
Ne fu mai libero.

Esso è il proprio futuro
E i suoi infiniti regni
Contengono il passato,
Illuminato a scorgere
Nuove età di dolore.

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Biografia

«Mi piace il volto dell’agonia perché so che è sincero». Questa affermazione, asciutta e spietata, rende immediatamente cara alle nostre lettrici Emily Dickinson, tra le poetesse più lette dell’Ottocento romantico americano, una vita priva di eventi esteriori, tutta essere e niente apparire, culminata dopo i trent’anni in un volontario isolamento nella casa paterna.
Nata nel dicembre 1830 ad Amherst, Massachusetts, secondogenita di Edward Dickinson, avvocato che diventerà deputato al Congresso di Washington, prende lo stesso nome della madre, Emily Norcross, dalla personalità fragilissima: e ancora oggi i biografi s’interrogano su quanto questa scelta abbia influito nell’elaborazione della personalità della Emily figlia e poetessa, che già a 23 anni inizia a isolarsi.
Compie studi essenzialmente da autodidatta, dopo che il padre l’aveva ritirata da scuola ai tempi delle superiori. Nel 1852 conosce un’altra poetessa, Susan Gilbert, che diventa sua cognata dopo avere sposato il fratello maggiore, Austin. Matrimonio che le farà fare un importante incontro: con Ralph Emerson, tra i più influenti filosofi e scrittori americani.
Grazie a questa “liason” Emily conosce Samuel Bowles, direttore dello Springfield Daily Republican, un quotidiano che nel 1861 – anno in cui in Italia nasce la lira e si proclama l’Unità del Regno, e negli Stati Uniti diventa presidente Abraham Lincoln – pubblica per la prima volta alcune sue poesie. A poco a poco la casa dei Dickinson diventa il centro culturale del piccolo paese, e in questa atmosfera di effervescenza intellettuale Emily inizia a scrivere. Da qui in poi aumenta la produzione letteraria in versi ed esplode l’ispirazione nel senso più romantico del termine, perché stilisticamente parlando è al Romanticismo che la poesia di Emily Dickinson appartiene.
In questi anni compone circa quattrocento liriche, nonostante gran parte dei versi rimangano nel cassetto: la fama – e dunque le riflessioni della critica sul valore della sua poesia – sarà quasi tutta postuma. A questo contribuisce Thomas Wentworth Higginson, giornalista e scrittore, al cui giudizio Emily sottopone un centinaio di poesie, che tuttavia Higginson, pur intuendone il valore, le sconsiglia di pubblicare: il vero motivo non è noto, ma è probabile che nella società americana dell’epoca, segnata dalle rigidità religiose protestanti, risultasse sconveniente che una donna scrivesse in modo così libero e aperto delle proprie inquietudini.
I lutti iniziano a colpire la famiglia: muoiono il padre, la madre, il nipote. Dal 1864 Emily si chiude in modo totale nella sua stanza: rifiuta di vedere estranei, veste solo di bianco, e dà sfogo al suo dolore interiore nelle poesie e nelle lettere. Nel 1885 si ammala. Muore il 15 maggio 1886, a 56 anni, nella casa di Amherst, senza essersi mai allontanata dal paese eccetto brevi viaggi. E’ la sorella Vinnie a scoprire i suoi versi nascosti e a quel punto iniziano varie pubblicazioni, sino all’edizione critica completa del 1955, che comprende 1775 poesie.
L’Enciclopedia Treccani, nella sua essenzialità, ci aiuta a capire il mondo interiore di questa autrice: «La tematica della poesia dickinsoniana è senza zone intermedie: dalle piccolissime cose della vita quotidiana che rappresentano la cornice esterna della sua esistenza, ai grandi temi della vita dell’anima (amore, morte, eternità) che ne rappresentano le angosce essenziali e permanenti e che acquistano effettiva dimensione lirica nel dominante tema della solitudine, che si risolve in stato di sospensione e paura, senso di esclusione ed esasperata consapevolezza della fragilità del reale».
(A cura di Pino Pignatta)

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Parole chiave:
Disperazione - Dolore - Letteratura - Poesia

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