EN
Ricerca libera
Cerca nelle pubblicazioni scientifiche
per professionisti
Vai alla ricerca scientifica
Cerca nelle pubblicazioni divulgative
per pazienti
Vai alla ricerca divulgativa

La separazione dalla speranza

  • Condividi su
  • Condividi su Facebook
  • Condividi su Whatsapp
  • Condividi su Twitter
  • Condividi su Linkedin
La separazione dalla speranza
02/03/2022

Tratto da:
Emily Dickinson, Poesie, a cura di Barbara Lanati, traduzione di Margherita Guidacci, Bur Rizzoli, 2017

Guida alla lettura

Questa splendida lirica di Emily Dickinson ci mostra la morte per quello che è: una discesa alla «odiata dimora», la perdita definitiva della speranza, un incontro non desiderato con un dio da evitare e, infine, da accettare come una «avversità». Nessuna giustificazione filosofica, nessuna edulcorazione religiosa.
Nel dibattersi del naufrago che annega riconosciamo la cruda denuncia di Angelo Ripellino in “Dove ci incontreremo dopo la morte?”: «Dio esige l’impossibile, / Dio ci obbliga a morire». La poetessa americana, che ha lucidamente descritto il dominio del dolore di vivere («Non si può ricordare / quando iniziò, se giorno / ne fu mai libero»), altrettanto lucidamente confessa come a quella vita spesso avara di felicità tutti siano disperatamente attaccati, e tentino negli ultimi istanti di riemergere a rivedere il cielo.
I termini inglesi sono duri, talvolta più degli equivalenti italiani trascelti dalla raffinatissima intelligenza di Margherita Guidacci, fiorentina, a sua volta poetessa e a lungo docente di letteratura anglo-americana all’Università di Macerata: l’espressione “hope and he part company” indica una separazione radicale dalla speranza, una rescissione senza appello e senza possibilità di sutura; l’azione di Dio che si prende il morente è resa con il verbo “to grasp”: agguantare, artigliare; la frase “we must admit it”, riferita a Dio e tradotta con un verbo potenzialmente ambiguo («bisogna riconoscerlo»), fa riferimento alla necessità di prendere atto, di accettare una situazione che non ammette alternative (in inglese, il nostro “riconoscere” nel senso di “accorgersi, da qualche indizio, che una persona o cosa si era già conosciuta” è reso con “to recognize”).
L’espressione più terribile, tuttavia, è quella di apertura: «Annegare non è così penoso / come quel tentativo di riemergere». E’ chiaro che per Emily quell’affanno esprime un’illusione assurda, un prolungare inutilmente l’agonia. Ma tutta la nostra vita è uno sforzo di rimanere a galla: a volte per navigare con le vele gonfiate da un vento propizio, a volte nel ristagno in acque ferme di palude. E’ il nostro destino, il nostro istinto, la nostra grandezza: soprattutto quando sono altri, che aiutiamo a non affondare. Per ogni volta che si «discende per sempre», ce ne sono innumerevoli altre in cui la vita ha il sopravvento, in cui le “felici illusioni” di cui parlava Leopardi ci scuotono e spronano a un nuovo tratto di cammino.
Si tratta allora di fare in modo che per nessuno la discesa finale avvenga nella solitudine e nel disamore: e che per tutti il «volto cordiale del Creatore», sia esso Dio o più semplicemente lo specchio della nostra memoria che si spegne, risplenda dei volti che abbiamo amato e ci hanno amati in questa vita, contro ogni tentazione di abbandono alle forze del nulla.

Il testo

Annegare non è così penoso
come quel tentativo di riemergere.
Dicono che tre volte chi sprofonda
torna a vedere il cielo,
poi discende per sempre
all’odiata dimora
dove da lui dilegua la speranza,
perché Dio se lo prende.
Ed il volto cordiale del Creatore,
per quanto bello a vedersi
è schivato, bisogna riconoscerlo,
come un’avversità.

Drowning is not so pitiful
as the attempt to rise.
Three times, ’t is said, a sinking man
comes up to face the skies,
and then declines forever
to that abhorred abode,
where hope and he part company, —
for he is grasped of God.
The Maker’s cordial visage,
however good to see,
is shunned, we must admit it,
like an adversity.

Biografia

«Mi piace il volto dell’agonia perché so che è sincero». Questa affermazione, asciutta e spietata, rende immediatamente cara alle nostre lettrici Emily Dickinson, tra le poetesse più lette dell’Ottocento romantico americano, una vita priva di eventi esteriori, tutta essere e niente apparire, culminata dopo i trent’anni in un volontario isolamento nella casa paterna.
Nata nel dicembre 1830 ad Amherst, Massachusetts, secondogenita di Edward Dickinson, avvocato che diventerà deputato al Congresso di Washington, prende lo stesso nome della madre, Emily Norcross, dalla personalità fragilissima: e ancora oggi i biografi s’interrogano su quanto questa scelta abbia influito nell’elaborazione della personalità della Emily figlia e poetessa, che già a 23 anni inizia a isolarsi.
Compie studi essenzialmente da autodidatta, dopo che il padre l’aveva ritirata da scuola ai tempi delle superiori. Nel 1852 conosce un’altra poetessa, Susan Gilbert, che diventa sua cognata dopo avere sposato il fratello maggiore, Austin. Matrimonio che le farà fare un importante incontro: con Ralph Emerson, tra i più influenti filosofi e scrittori americani.
Grazie a questa “liason” Emily conosce Samuel Bowles, direttore dello Springfield Daily Republican, un quotidiano che nel 1861 – anno in cui in Italia nasce la lira e si proclama l’Unità del Regno, e negli Stati Uniti diventa presidente Abraham Lincoln – pubblica per la prima volta alcune sue poesie. A poco a poco la casa dei Dickinson diventa il centro culturale del piccolo paese, e in questa atmosfera di effervescenza intellettuale Emily inizia a scrivere. Da qui in poi aumenta la produzione letteraria in versi ed esplode l’ispirazione nel senso più romantico del termine, perché stilisticamente parlando è al Romanticismo che la poesia di Emily Dickinson appartiene.
In questi anni compone circa quattrocento liriche, nonostante gran parte dei versi rimangano nel cassetto: la fama – e dunque le riflessioni della critica sul valore della sua poesia – sarà quasi tutta postuma. A questo contribuisce Thomas Wentworth Higginson, giornalista e scrittore, al cui giudizio Emily sottopone un centinaio di poesie, che tuttavia Higginson, pur intuendone il valore, le sconsiglia di pubblicare: il vero motivo non è noto, ma è probabile che nella società americana dell’epoca, segnata dalle rigidità religiose protestanti, risultasse sconveniente che una donna scrivesse in modo così libero e aperto delle proprie inquietudini.
I lutti iniziano a colpire la famiglia: muoiono il padre, la madre, il nipote. Dal 1864 Emily si chiude in modo totale nella sua stanza: rifiuta di vedere estranei, veste solo di bianco, e dà sfogo al suo dolore interiore nelle poesie e nelle lettere. Nel 1885 si ammala. Muore il 15 maggio 1886, a 56 anni, nella casa di Amherst, senza essersi mai allontanata dal paese eccetto brevi viaggi. E’ la sorella Vinnie a scoprire i suoi versi nascosti e a quel punto iniziano varie pubblicazioni, sino all’edizione critica completa del 1955, che comprende 1775 poesie.
L’Enciclopedia Treccani, nella sua essenzialità, ci aiuta a capire il mondo interiore di questa autrice: «La tematica della poesia dickinsoniana è senza zone intermedie: dalle piccolissime cose della vita quotidiana che rappresentano la cornice esterna della sua esistenza, ai grandi temi della vita dell’anima (amore, morte, eternità) che ne rappresentano le angosce essenziali e permanenti e che acquistano effettiva dimensione lirica nel dominante tema della solitudine, che si risolve in stato di sospensione e paura, senso di esclusione ed esasperata consapevolezza della fragilità del reale».
(Biografia a cura di Pino Pignatta)
Sullo stesso argomento per pazienti

Il dolore e la cultura

Il dolore e la cultura

Il dolore e la cultura

Vuoi far parte della nostra community e non perderti gli aggiornamenti?

Iscriviti alla newsletter