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Una vita avvolta da nubi di tenebra

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02/05/2012

Tratto da: Euripide, Ippolito
In: Tragici Greci, a cura di Raffaele Cantarella, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1977, p. 409

Guida alla lettura

L’azione della tragedia “Ippolito”, composta da Euripide nel 428 a.C., si svolge in Argolide, presso la reggia di Pittaco a Trezene. Qui Teseo, re di Atene e sposo di Fedra, ha inviato il figlio Ippolito avuto dall’amazzone Ippolita; e qui egli si reca, con Fedra, per un rituale di purificazione. Afrodite, adirata contro Ippolito che – casto e dedito alla caccia – la trascura a vantaggio di Artemide, spinge Fedra a innamorarsi del figliastro. La donna si strugge in silenzio, nascondendo la sua pena: ma, nel corso di un drammatico dialogo con la nutrice, finisce per confessare il suo amore. La nutrice, convinta dell’invincibilità di Afrodite e credendo di aiutare la padrona, rivela a Ippolito la passione di Fedra, dopo averlo impegnato con giuramento al segreto. Lo sdegno di Ippolito si scatena incontenibile: Fedra, udite per caso le sue rabbiose parole, corre in casa e si toglie la vita, lasciando però un messaggio in cui accusa Ippolito di averle usato violenza. Il giovane, fedele al giuramento prestato alla nutrice, tace la verità: e Teseo lo scaccia, invocando il padre Poseidon, dio del mare, di adempiere l’ultimo dei tre voti che un giorno gli aveva concessi. La maledizione si compie puntuale: mentre Ippolito viaggia alla volta di Epidauro, le cavalle vengono atterrite da un toro mostruoso uscito dai flutti e lo trascinano per lungo tratto, impigliato alle redini. Il giovane, ferito e agonizzante, è riportato da Teseo. Artemide in persona, la dea protettrice di Ippolito, appare a rivelare il disperato inganno di Fedra e l’innocenza di lui. Teso maledice la propria durezza di cuore, ma Ippolito lo perdona e muore sereno nella visione della dea.
Nel brano che proponiamo, la nutrice commenta la triste condizione di Fedra, poco prima che questa gliene riveli il motivo. Quattro temi emergono con forza, toccando in profondità il nostro animo. Primo, l’incertezza sul da farsi («Che cosa devo fare per te, che cosa non fare?»), che coglie spesso chi assista una persona ammalata o gravemente depressa: e si pensi poi all’atroce ironia con cui Euripide pone queste parole sulla bocca della nutrice, che poco dopo prenderà la decisione più dannosa possibile per la sua sventurata padrona. Secondo: l’acedia, la sottile inquietudine che spesso caratterizza la sofferenza emotiva, rendendoci impossibile vivere con serenità il “qui e ora”: «Subito muti animo e non gioisci di nulla; e quel che hai non ti piace, e ciò che non hai ritieni più caro». Terzo, il pessimismo radicale che domina non piccola parte del pensiero antico: «Tutta la vita dell’uomo è dolorosa e non v’è tregua agli affanni». Infine, il senso della vita come illusione, come cammino intessuto di inesperienza e ignoranza, tanto che «siamo sedotti da favole vane».
In un contesto così cupo, nemmeno l’amore è una forza positiva e liberante. Afrodite – detta “Cìpride” dall’isola di Cipro in cui, secondo una versione del mito, venne alla luce – è anzi una potenza oscura e minacciosa che insidia e rende schiavo ogni essere vivente, come canta mirabilmente il coro verso il termine della tragedia: «Tu, Cipride, l’animo inflessibile / trascini degli dei e degli uomini; / e insieme con te Eros dalle ali variegate, / vestito di celerissime penne. / E vola sulla terra e sul salso mare sonante, / Eros: alato, fulgido d’oro, ammalia colui / di cui assale il cuore con follia / e gli animali montani e marini e quanti / la terra nutre e il sole ardente vede, / e gli uomini ancora».

(la trama di “Ippolito” è liberamente tratta da: Tragici Greci, a cura di Raffaele Cantarella, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1977, p. 397).
[Nutrice]
O sventure dei mortali, o morbi odiosi!
Che cosa devo fare per te, che cosa non fare?
Eccoti dunque la luce, ecco il fulgido cielo;
eccoti qui, fuor della reggia, il giaciglio
del tuo letto di malata.
Ogni tua parola era di venire qui:
ma presto ti affretterai ancora alle tue stanze.
Poiché subito muti animo e non gioisci di nulla;
e quel che hai non ti piace, e ciò che non hai
ritieni più caro. (…)
Tutta la vita dell’uomo è dolorosa
e non v’è tregua agli affanni:
la tenebra avvolge di nubi e nasconde
ciò che è più caro della stessa vita.
Sembriamo infelicemente invaghiti
di quel che sulla terra brilla,
per inesperienza di un’altra vita
e per ignoranza di ciò che è sotterra.
E siamo sedotti da favole vane.

Biografia

Euripide nacque a Salamina, nel 485-484 avanti Cristo, da famiglia agiata. Ricevette una formazione rigorosa e iniziò la sua attività poetica intorno al 455, dopo essersi dedicato per alcuni anni all’atletica e alla pittura. Spirito solitario e inquieto, non partecipò alla vita pubblica, pur alludendo spesso nei suoi drammi a fatti della vita contemporanea; ed ebbe strette relazioni culturali con le più importanti personalità del suo tempo, fra cui Socrate, il filosofo Anassagora e i sofisti Protagora, Prodico e Antifonte. Intorno al 408, ormai anziano, si recò a Pella, presso la corte di Archelao, re di Macedonia: e là spirò due anni dopo, nella primavera del 406. Quando Sofocle seppe della sua morte, stava per far rappresentare una tetralogia: si presentò al proagone vestito a lutto, e i coreuti e gli attori senza la rituale corona.
La tradizione fornisce dati molto oscillanti sulla sua produzione poetica. Il numero più probabile è di ottantotto opere, di cui diciotto, certamente autentiche, pervenute integre sino a noi: diciassette tragedie e un dramma satiresco (Ciclope).
Rispetto agli altri grandi tragici del V secolo a.C., Euripide tende a rendere più complessa e realistica l’azione, ad approfondire la psicologia dei personaggi e a elaborare con notevole libertà il materiale mitico, aprendo a situazioni che verranno sviluppate anche dalla Commedia Nuova del IV secolo. Le parti liriche si estendono notevolmente e si caratterizzano per un virtuosismo sempre più ardito.
Poeta capace di scrivere composizioni di singolare tensione e potenza, Euripide ci ha lasciato ritratti femminili indimenticabili e profondamente differenti fra loro: la dolente Ecuba, che assiste alla caduta di Ilio e al tramonto della civiltà troiana; la mite Alcesti, che non esita a sacrificare la propria vita per salvare quella del marito Admeto; l’atroce Medea, che per vendicarsi del tradimento di Giàsone trucida la rivale, il padre di lei e i propri figli; la sfuggente Fedra che, innamorata del figliastro Ippolito, si toglie la vita pur di non venir meno al dovere di fedeltà verso Teseo.
Bernard M.W. Knox, filologo americano fra i più autorevoli del Novecento, afferma: «Nel raffigurare la sofferenza umana, Euripide sfiora i confini del tollerabile, per una platea di teatro; e alcuni suoi quadri varcano questo limite. I particolari macabri dello strazio di Penteo nelle Baccanti, della morte della principessa in Medea, di Egisto nell’Elettra, appaiono tipici casi di aggressione euripidea all’equilibrio psichico dello spettatore. La nenia funebre di Ecuba sul corpicino martoriato di Astianatte è la creazione di un poeta determinato a non risparmiarci nessuna emozione… Nel dramma di Euripide il caso dell’uomo è più disperato che nella visione degli altri tragici. Le sue creazioni non fanno brillare spiraglio di divini intenti nel dolore degli esseri umani. I suoi personaggi non sono eroi che nella sfida al tempo e al mutamento si protendono alla maestà degli dei: piuttosto soggiacciono alla passione e alle circostanze, vittime di un mondo che non sanno decifrare. In questo universo è lecito contare sull’aiuto di un’unica virtù: la muta pazienza» (AA.VV., La letteratura greca della Cambridge University, Volume primo, edizione italiana a cura di Ezio Savino, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1989, pp. 614-615).
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