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31/03/2010

Perché Cristo è stato ucciso


Enzo Bianchi, Priore di Bose
La Stampa, 18 aprile 2003


Si ringrazia l’Autore per la gentile concessione


Guida alla lettura

Uno scandalo per gli uomini religiosi ebrei, assetati di segni e prodigi, e una follia per gli intellettuali greci, alla ricerca della sapienza e della felicità. Questo rappresenta, secondo l’apostolo Paolo, la morte violenta e maledetta di Cristo in croce. Eppure proprio su quella croce, dirà Giovanni nel suo vangelo, si manifesta pienamente la “gloria” del Figlio di Dio, ossia – secondo un semitismo normalmente non conservato nelle traduzioni moderne – la sua “verità” di narrazione vivente dell’autentico volto del Padre: un padre che non rinnega il suo amore e la sua fedeltà nemmeno di fronte al rifiuto dell’uomo. Eppure i primi cristiani hanno fatto fatica ad accettare questo paradosso, e ancora oggi i credenti si chiedono perché quella morte sia diventata – soprattutto a partire dal IV secolo – il fulcro della loro fede e della loro speranza, al punto da poter affermare con Gregorio di Nissa che la croce è teologa, ossia “parla di Dio”.
Una risposta corretta a questa domanda è di importanza capitale per la credibilità del cristianesimo, perché solo grazie ad essa la vita e la morte di Cristo possono realmente diventare un modello capace di orientare e trasformare in profondità il nostro modo di vivere e di morire, soprattutto nelle situazioni di dolore e di emarginazione.
Enzo Bianchi, priore di Bose, ci aiuta a riflettere su questo tema escludendo innanzitutto le risposte sbagliate. Gesù non è stato ucciso per caso: la sua interpretazione della religione, il suo racconto di Dio erano talmente in contrasto con le idee del tempo, che lui stesso previde in più occasioni la sua fine. Gesù, inoltre, non è stato ucciso per una volontà di morte di Dio nei suoi riguardi: il Padre non voleva che morisse, e tanto meno ne pretese la morte – come purtroppo è stato insegnato per secoli – in espiazione dei peccati degli uomini. La risposta giusta è molto più semplice e al tempo stesso sconvolgente: Gesù è morto nella libertà, andando consapevolmente incontro al suo destino, e per amore, ossia per non venir meno alla sua missione, che era quella di annunciare la “buona notizia” di un Dio sempre pronto a perdonare, a guarire, a offrire ai suoi figli un’altra opportunità. «In un mondo ingiusto – osserva con efficacia Bianchi – il giusto è destinato a soccombere»: Gesù “doveva” morire perché, in questo mondo iniquo, le cose vanno così. E se si vuole proprio parlare della “volontà” di Dio, dobbiamo allora parlare di una volontà che chiese a Cristo di «vivere l’amore fino all’estremo, anche a costo della morte violenta».
Anche noi, di fronte al male in tutte le sue forme (fisico, emotivo, morale, sociale) siamo chiamati a prendere posizione: metterci (illusoriamente) in salvo contraddicendo l’amore, o riaffermare l’amore a costo della morte, ove “morte” significa non solo eliminazione violenta, ma anche – e quanto più spesso – indifferenza, incomprensione, derisione, discriminazione, emarginazione, ostilità, assenza di reciprocità. Per chi non crede, sono in gioco la coerenza etica di fronte all’ingiustizia, la responsabilità dell’esempio, il bene degli altri, il non scendere a patti con la propria coscienza; per chi crede, i medesimi valori (i soli fondativi di una convivenza autenticamente umana, dunque anche cristiana) e, in più, quella speranza nella “vita eterna” che altro non sarà che il pieno compimento delle donne e degli uomini che saremo stati, e la ricomposizione, nell’amore, di ogni nostra ferita.

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Ogni anno, nel venerdì “santo”, i cristiani ricordano e cercano di rivivere – leggendo i testi, celebrando insieme la liturgia e riflettendo personalmente in silenzio – la morte violenta di Gesù. Nessuno ha mai dubitato di questo evento, accaduto a Gerusalemme la vigilia del sabato di Pasqua, il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era: Gesù, un galileo che aveva radunato attorno a sé una comunità di pochi uomini e alcune donne coinvolti pienamente nella sua vita itinerante, ritenuto rabbi e profeta da questi discepoli e da un numero più ampio di simpatizzanti, è stato condannato e messo a morte mediante il supplizio della crocifissione. Questa fine fallimentare di una vicenda, questa morte è subito apparsa uno scandalo, un ostacolo per la fede in lui, soprattutto quando si cominciò a ritenerlo e a confessarlo Messia di Israele e perciò figlio di Dio, da Dio inviato al popolo dei giudei per chiedere conversione e annunciargli la venuta imminente del regno di Dio. Com’è stata possibile una morte così terribile, “mors turpissima crucis” (Tacito), “il supplizio più crudele e orrendo” (Cicerone), una morte che per i giudei era segno di maledizione da parte di Dio? Non diceva forse la legge di Mosè “maledetto chi è appeso al legno” (Deuteronomio 21,23)? Inoltre Gesù è morto condannato dall’autorità legittima della comunità di fede giudaica.
Non è stato facile accettare di mettere fiducia in un uomo morto in tal modo e aderire alle sue parole. All’inizio del II secolo dopo Cristo, il giudeo rabbi Tarfon così afferma nel dialogo con il cristiano Giustino: «Noi sappiamo che il Messia deve soffrire, ma che egli debba essere crocifisso e morire in modo così infame e ignominioso noi non possiamo neppure arrivare a concepirlo!». Un uomo crocifisso è un impuro, un escluso rigettato dalla comunità con la quale Dio si è legato in alleanza: eppure questa è stata la fine di Gesù.
Non è un caso che alcuni gruppi di cristiani finiranno per negare che Gesù sia morto in croce... Eppure per i cristiani è proprio il crocifisso colui che ha narrato Dio: «Nessuno ha mai visto Dio, ma Gesù lo ha raccontato, lo ha spiegato», dice il Vangelo di Giovanni (Gv 1,18). Ora, questa “spiegazione” è avvenuta soprattutto sulla croce, come scrive san Paolo ai cristiani di Corinto (“Tra di voi io ho voluto conoscere solo Cristo, e Cristo crocifisso”) nella consapevolezza che tale annuncio era scandalo per gli uomini religiosi ebrei in cerca di segni ed era follia per gli intellettuali greci in cerca di cultura.
Fedeli a questa fede degli apostoli, i cristiani non hanno velato la croce, ma l’hanno predicata, annunciata fino a farne, a partire dal IV secolo, il loro segno, l’unico loro vessillo. Ma noi ci chiediamo perché questa morte è diventata così significativa da essere determinante la fede cristiana: com’è stato possibile che un uomo appeso a una croce diventasse colui sul quale i cristiani tengono fissi lo sguardo e al quale indirizzano le loro preghiere? Certo, sono convinto che non sempre i cristiani comprendono la croce per quel che è realmente, cioè uno strumento di esecuzione, così come spesso quanti la portano al collo ingemmata (ormai sempre più numerosi anche tra quelli che non hanno nessuna prassi di vita cristiana...) la ostentano come gioiello; eppure, quando essa appare nella sua verità, dove c’è un uomo condannato a morte, trafitto, allora essa disturba ancora e contraddice il compiacimento di chi la porta. È così, secondo l’espressione di Gregorio di Nissa, che “la croce è teologa”.
Ebbene, perché questa morte di Gesù? I Vangeli si preoccupano di dirci chiaramente che Gesù è andato verso la morte non per caso, né a motivo di un destino incombente su di lui. No, Gesù non è stato arrestato casualmente: lui stesso aveva previsto la propria fine, la fine che era toccata a tutti i profeti, la fine fatta dal suo “maestro” Giovanni il Battista solo pochi anni prima, la fine che era l’esito di quell’opposizione crescente verso di lui da parte del potere religioso di Gerusalemme. Il suo non era neanche un destino, un fato ineluttabile, una volontà di Dio cui lui non si poteva sottrarre: Gesù restava libero di fronte al cerchio che si stringeva attorno a lui, libero di fuggire e tornare in Galilea, lontano dal potere giudaico, oppure di terminare a Gerusalemme, nel tempio stesso, quell’itineranza e predicazione alla gente iniziata nelle sinagoghe e nelle piazze dei villaggi.
Né caso, né destino divino: Gesù va verso la morte nella libertà e per amore. Gesù aveva detto che “era necessaria” quella passione, ma lo era di una “necessità” precisa, innanzitutto umana, una necessità inscritta in questo mondo, sulla quale avevano già meditato e si erano espressi i sapienti di Israele: «In un mondo di ingiusti, il giusto può solo essere osteggiato, rifiutato, perseguitato e, se possibile, ucciso», come riportano i primi due capitoli del libro della “Sapienza”. Non può essere diversamente, e la storia conferma questa “necessità” intraumana. Chi vive nella giustizia, ha sete di giustizia e la predica, incontra ostilità e rifiuto, ieri come oggi. Gesù avrebbe potuto tacere, o passare dalla parte degli ingiusti: allora l’ostilità verso di lui sarebbe cessata; continuando invece a essere fedele alla volontà di Dio, continuando a passare tra gli uomini facendo il bene, poteva solo preparare il suo rigetto.
Così la necessità umana diventa necessità divina, non nel senso che Dio, suo Padre, lo voglia in croce, sofferente, morto, ma nel senso che l’obbedienza alla volontà di Dio, volontà che chiede di vivere l’amore fino all’estremo, è una volontà che esige una vita di giustizia e di amore anche a costo della morte violenta. E Gesù, proprio per questa difesa della giustizia, era ritenuto profeta, proprio a causa della fedeltà alla legge aveva osato trascendere la legge di Mosè, proprio a causa dell’amore di Dio che voleva narrare aveva introdotto nel tempio quelli che ne erano esclusi e aveva fatto crollare ogni muro eretto dagli uomini come muro di divisione. Tra Gesù e i suoi oppositori il dissenso è totale: le sue pretese sul primato dell’uomo sul sabato, la sua predicazione sul tempio parevano solo bestemmie, così come i suoi attacchi agli uomini religiosi parevano apostasie, empietà. «Ciò che ha portato Gesù alla morte è la sua interpretazione della religione: lì è nato il conflitto, su questo tema la sua condanna», scrive il teologo Joseph Moingt. Sì, è a causa del volto di Dio predicato e narrato con la propria vita che Gesù andò verso la condanna del potere religioso: Gesù aveva reso Dio “evangelo”, buona notizia, e questo non era sopportabile. A questa condanna religiosa si sommò quella del potere politico, sensibile ad accuse quali quelle riferite dall’evangelista Luca: «Abbiamo trovato quest’uomo che incitava la nostra gente alla rivolta, a non pagare le imposte a Cesare; costui pretende di essere Messia e re». Anche qui i vangeli sono molto attenti a registrare che Gesù non fu condannato da Pilato, governatore romano in Giudea, sulla base di eventuali delitti comuni commessi: anzi, a questo riguardo Gesù è innocente. Egli fu condannato perché di fatto il suo messaggio poteva contraddire le pretese dell’imperatore e il suo totalitarismo. È così che Gesù viene condotto al supplizio, queste le cause della sua morte che raccoglie in sé quella di tanti uomini e donne che nella storia sono stati rifiutati e condannati perché assetati di giustizia, perché pronti a dare la vita per i fratelli, per la dignità di ogni essere umano.
Sì, il venerdì santo è giorno di dolore per i cristiani: dolore soprattutto per la consapevolezza che il mondo continua a restare ingiusto e a perseguitare chi invece tenta di essere giusto.

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Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. È tuttora priore della comunità, che conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di sei diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele) e Ostuni (Brindisi).
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2008 è stato invitato, in qualità di “esperto”, alla XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

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Parole chiave:
Amore - Cristianesimo - Ingiustizia - Libertà - Omicidio - Religione - Vita e morte

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