Fondazione Alessandra Graziottin onlus - per la cura del dolore nella donna Fondazione Alessandra Graziottin
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21/03/2018

Come vivere l'impegno a favore degli altri: riflessione su Marco 1,29-31;35


Liberamente tratto da:
Enzo Bianchi, Come Gesù cura e guarisce, monasterodibose.it/preghiera/vangelo/12076-gesu-cura-guarisce


Guida alla lettura

In questo brano Enzo Bianchi, fondatore della comunità monastica di Bose, svolge un’importante riflessione su alcuni aspetti della cosiddetta “giornata di Cafarnao” narrata nel Vangelo di Marco: una giornata che vede Gesù guarire molte persone, e poi – dopo il riposo notturno – ritirarsi in un luogo solitario per pregare. Bianchi, in particolare, sottolinea quattro dettagli che sono importanti per tutti: per i credenti che cercano di uniformare la propria vita a quella di Cristo, ma anche per i non credenti che però sentono il richiamo di un impegno etico a favore degli altri.
Primo: Gesù aveva una vita privata. Dopo la predicazione, si ritrovava a sera con i discepoli e gli amici, mangiava, discorreva, si riposava. E’ una dimensione umanissima della sua esistenza che spesso tendiamo a dimenticare, presi come siamo a enfatizzarne la missione salvifica. E che spesso trascuriamo anche nelle nostre vite, a discapito nostro e di chi ci vuole bene, in un vortice di attivismo che non lascia spazio alla pausa rigenerante, al momento conviviale, alla conversazione pacata nella gioia dell’intimità. Gesù non era un super-uomo, e nessuno di noi deve sentirsi obbligato a diventarlo: vivere la dimensione familiare è giusto e legittimo, e fa parte del nostro essere pienamente uomini e donne aderenti alla realtà quotidiana delle cose.
Secondo: Gesù guarisce la suocera di Pietro avvicinandosi a lei, prendendola per mano, e aiutandola con forza a rialzarsi. E’ un miracolo, che però rivela qualcosa di vero e necessario anche per noi: spesso chi è ammalato, o povero, ha innanzitutto bisogno di una vicinanza sincera, e solo dopo di un aiuto concreto a riprendere il cammino. I «gesti semplici, umanissimi, affettuosi» di Cristo ci insegnano che cosa conta di più nelle relazioni di aiuto, nel nostro fare a favore degli altri.
Terzo: non appena guarita, la suocera serve la cena a Gesù e ai suoi discepoli. I miracoli non sono mai azioni magiche fini a se stesse, ma ci insegnano che, una volta risollevati, anche noi siamo chiamati ad aiutare chi ha bisogno. In questa circolo virtuoso sta il segreto profondo della solidarietà.
Quarto: prima di iniziare una nuova giornata, Gesù si ritira in preghiera. Ogni cristiano è invitato a fare altrettanto. Ma anche chi non crede, e agisce in favore degli altri in base a un imperativo etico che prescinde dalla religione, ha bisogno di “ricaricare” periodicamente la propria idealità: leggendo un libro che ne possa ispirare le azioni, confrontandosi con chi porta un’esperienza vissuta, rimeditando sulle motivazioni e gli obiettivi del proprio impegno.

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Gesù e i suoi primi quattro discepoli, usciti dalla sinagoga, vanno a casa di due di loro, Pietro e Andrea. Come c’era una dimensione pubblica della vita di Gesù, così ce n’era anche una privata: la vita vissuta con i suoi discepoli, o con i suoi amici, la vita in casa, dove si parlava, ci si ascoltava, si mangiava insieme e ci si riposava. Anche queste sono dimensioni umane della vita di Gesù, alle quali purtroppo facilmente non prestiamo attenzione, eppure fanno parte della realtà, del mestiere del vivere quotidiano… Così come ci si dimentica che Pietro, avendo una suocera, non era celibe ma sposato, anche se non abbiamo notizie più precise: aveva figli? Era vedovo? Certamente l’incontro con Gesù ha mutato la vita del pescatore Simone, che significativamente dirà in seguito a Gesù: «Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mc 10,28).
Ora, entrati in casa di Pietro e Andrea, si accorgono che nessuno li accoglie: dovrebbe essere compito della suocera di Pietro, ma una febbre la tiene a letto. La febbre è un’indisposizione che accade sovente, e non è certo grave o preoccupante. Gesù, informato della cosa, si avvicina a questa donna allettata, la prende per mano e la fa alzare. Egli vuole incontrarla e, non appena le è vicino, senza dire una parola compie gesti semplici, umanissimi, affettuosi: prende nella sua mano quella mano febbricitante, attua una relazione carica di affetto, e quindi con forza la aiuta ad alzarsi. Questi sono i gesti di Gesù che guariscono: non gesti di un guaritore di professione, non gesti medici, né tantomeno gesti magici. Se siamo attenti comprendiamo che, sull’esempio di Gesù, a un malato dobbiamo soprattutto avvicinarci, renderci prossimi, toglierlo dal suo isolamento, prendendo la sua mano nella nostra, in un contatto fisico che gli dica la nostra presenza reale, e infine fare qualcosa perché l’altro si rialzi dal suo stato di prostrazione.
Questa azione con cui Gesù libera la donna dalla febbre può sembrare poca cosa («un miracolo sprecato», ha scritto un esegeta!), ma la febbre è il segno più comune che ci mostra la nostra fragilità e ci preannuncia la morte di cui ogni malattia è indizio. Sì, Gesù è sempre all’opera verso i nostri corpi e le nostre vite e sempre discerne, anche dove c’è soltanto la febbre, che l’essere umano si ammala per morire, che qualunque malattia è una contraddizione alla vita piena voluta dal Signore per ciascuno di noi. Non fermiamoci dunque alla cronaca dell’azione di Gesù, ma comprendiamo come egli, il Veniente con il suo Regno, è in lotta contro il male, lo fa arretrare, fino a vincere la morte il cui re è il demonio, colui che dà la morte e non la vita.
Gesù appare così come colui che fa rialzare, risuscita – verbo “egheíro”, usato per la resurrezione della figlia di Giairo (cf. Mc 5,41) e per la stessa resurrezione di Gesù (cf. Mc 14,28; 16,6) – ogni uomo, ogni donna dalla situazione di male in cui giace. Egli dà “i segni” del regno di Dio veniente, dove «non ci sarà più la morte, né il lutto, né il lamento, né il dolore, quando Dio asciugherà le lacrime dai nostri occhi» (cf. Ap 21,4; Is 25,8). Quando Gesù guarisce concretamente, narra Dio come Rapha’el, “colui che guarisce” (cf. Es 15,26) e appare come il medico dei corpi e delle anime (cf. Mc 2,17).
Ciò che è messo in rilievo come frutto di quel “far rialzare” da parte di Gesù è l’immediato servizio, la pronta “diakonía” da parte della suocera di Pietro. Rialzati dal male, a noi spetta il servizio verso gli altri, perché servire l’altro, avere cura dell’altro è vivere l’amore verso di lui: l’amore dell’altro è il volere e il realizzare il suo bene. Nel caso presente questa donna, ormai in piedi, offre da mangiare a Gesù e ai suoi discepoli, servendo chi l’ha servita fino a liberarla dalla sua malattia. (…)
Viene la notte, ma anche questa è fatta per operare: prima dell’alba Gesù esce di casa, va in un luogo solitario e là prega. E’ la sua preghiera del mattino, preghiera che attende il sorgere del sole invocando il Signore e lodandolo per la luce che vince la notte. Questa azione notturna di Gesù non è secondaria, non è una semplice appendice al giorno. E’ la fonte del suo parlare e del suo agire, è l’inizio del suo “ritmo” giornaliero, è ciò che gli dà la postura per vivere tutta la giornata nella compagnia degli uomini: perché egli è sempre l’inviato di Dio, colui che deve sempre “raccontarlo” (cf. Gv 1,18) agli uomini, e per questo è sempre in comunione con lui. (…)

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Il brano del Vangelo di Marco

In quel tempo, Gesù e i discepoli, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. (…) Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava.

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Biografia

Enzo Bianchi nasce a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943. Dopo gli studi alla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, nel 1965 si reca a Bose, una frazione abbandonata del comune di Magnano sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nel 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrive la regola della comunità. E’ stato priore dalla fondazione del monastero sino al 25 gennaio 2017: gli è succeduto Luciano Manicardi. La comunità oggi conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle di sei diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, anche a Gerusalemme (Israele), Ostuni (Brindisi), Assisi e San Gimignano.
E’ membro dell’Académie Internationale des Sciences Religieuses (Bruxelles) e dell’International Council of Christians and Jews (Londra).
Fin dall’inizio della sua esperienza monastica, Enzo Bianchi ha coniugato la vita di preghiera e di lavoro in monastero con un’intensa attività di predicazione e di studio e ricerca biblico-teologica che l’ha portato a tenere lezioni, conferenze e corsi in Italia e all’estero (Canada, Giappone, Indonesia, Hong Kong, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire, Ruanda, Burundi, Etiopia, Algeria, Egitto, Libano, Israele, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Ungheria, Romania, Grecia, Turchia), e a pubblicare un consistente numero di libri e di articoli su riviste specializzate, italiane ed estere (Collectanea Cisterciensia, Vie consacrée, La Vie Spirituelle, Cistercium, American Benedictine Review).
E’ opinionista e recensore per i quotidiani La Stampa e Avvenire, membro del comitato scientifico del mensile Luoghi dell’infinito, titolare di una rubrica fissa su Famiglia Cristiana, collaboratore e consulente per il programma “Uomini e profeti” di Radiotre. Fa inoltre parte della redazione della rivista teologica internazionale “Concilium” e della redazione della rivista biblica “Parola Spirito e Vita”, di cui è stato direttore fino al 2005.
Nel 2009 ha ricevuto il “Premio Cesare Pavese” e il “Premio Cesare Angelini” per il libro “Il pane di ieri”.
Ha partecipato come “esperto” nominato da Benedetto XVI ai Sinodi dei vescovi sulla “Parola di Dio” (ottobre 2008) e sulla “Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” (ottobre 2012).
Il 22 luglio 2014 papa Francesco lo ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

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Parole chiave:
Cristianesimo - Guarigione - Malattia - Sofferenza - Solidarietà

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