Fondazione Alessandra Graziottin onlus - per la cura del dolore nella donna Fondazione Alessandra Graziottin
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23/03/2016

Maria: il lamento sul figlio perduto


Tratto da:
Iacopone da Todi, Donna de Paradiso
In: Maria Sofia Lannutti, La letteratura italiana del Duecento, Carocci Editore, Roma 2009, p. 142-144


Si ringrazia l'Editore per la gentile concessione


Guida alla lettura

La lauda più famosa di Iacopone da Todi narra la morte di Cristo e l’infinito dolore di sua madre, Maria, ai piedi della croce. L’azione si svolge in pochi quadri: l’arresto, la condanna, la salita al Golgota, la crocifissione. La drammaticità si evidenzia sin dalle prime parole del nunzio, si percepisce di scorcio negli altri personaggi, soprattutto nel popolo inferocito, e si addensa nella figura di Maria, che assiste impotente a tutte le fasi del martirio. Il culmine del pathos si raggiunge nei versi in cui la Madonna si rivolge a Gesù chiamandolo ripetutamente “figlio”: l’anafora (figura retorica basata sulla ripetizione di una stessa parola al principio del verso) è molto efficace, afferra e commuove il cuore, e trasmette un senso di angoscia quasi insopportabile.
La lauda è interamente dialogata e, nella sua straordinaria potenza, pone le basi del futuro teatro sacro in volgare. Evidente è anche il legame con il genere del “pianto della Vergine”, inaugurato dal tristico di Montecassino: «Te portai nillu meo ventre. / Quando te beio, moro presente: / nillu teu regno agi me a mmente» (Ti portai nel mio ventre. Vedendoti [in croce] mi sento morire: ricordati di me nel tuo regno).
Espressione delle confraternite dei laudesi e raccolte nei laudari, le laude – diffuse a partire dalla metà del XII secolo – costituivano una vera e propria liturgia in volgare e l’espressione della religiosità collettiva del popolo. Sullo sfondo delle molte composizioni anonime, quelle di Iacopone si stagliano nette per originalità, energia e qualità poetica, primo esempio – insieme a Francesco di Assisi – di quella convergenza di culto e lingua volgare che tanta fortuna avrà nella cultura e nella letteratura dei secoli successivi.
Dedichiamo “Donna de Paradiso” a tutte le madri che hanno perso un figlio, e la cui vita si è come smarrita nel pianto e nel rimpianto. Il nostro augurio è che possano trovare una nuova ragione di vita nell’amore dato e ricevuto, come forse avvenne per Maria con l’adozione di Giovanni, il discepolo prediletto di Gesù.

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Ripresa (ritornello)
«Donna de Paradiso
lo tuo figliolo è preso,
Iesù Cristo beato.
Nunzio
Accurre, donna, e vide
che la gente l’allide:
credo che lo s’occide,
tanto l’on flagellato».
(…)
Maria
«O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio!
Figlio, chi dà consiglio
al cor mio angustïato?
Figlio, occhi iocundi,
figlio, co’ non respundi?
Figlio, perché t’ascundi
al petto o’ si’ lattato?».
(…)
«E io comenzo el corrotto:
figlio, lo mio deporto,
figlio, chi me t’ha morto,
figlio mio dilicato?
Meglio averiano fatto
che ‘l cor m’avesser tratto,
che ne la croce è tratto,
stace disciliato!».
Cristo
«Mamma, ove si’ venuta?
Mortal me dài feruta,
ca ‘l tuo planger me stuta,
che ‘l veio sì afferrato».
Maria
«Figlio, che m’aio anvito,
figlio, pate e marito!
Figlio, chi t’ha ferito?
Figlio, chi t’ha spogliato?».
Cristo
Mamma, perché te lagni?
Voglio che tu remagni,
che serve ei mei compagni,
ch’al mondo aio acquistato».
Maria
«Figlio, questo non dire:
voglio teco morire;
non me voglio partire
fin che mo m’esce il fiato.
C’una aiam sepoltura,
figlio de mamma scura:
trovarse en afrantura
mate e figlio affocato!».
Cristo
«Mamma col core afflitto,
entro le man te metto
de Ioanne, mio eletto:
sia tuo figlio appellato
Ioanni, èsto mia mate:
tollela en caritate,
aggine pïetate,
ca ‘l cor sì ha furato».
Maria
«Figlio, l’alma t’è ‘scita,
figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,
figlio attosseccato!
Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, a chi m’apiglio?
Figlio, pur m’hai lassato!
Figlio bianco e biondo,
figlio volto iocondo,
figlio, per che t’ha ‘l mondo,
figlio, così sprezzato?
Figlio dolze e placente,
figlio de la dolente,
figlio, hatte la gente
malamente trattato!
Ioanni, figlio novello,
mort’è lo tuo fratello:
ora sento ‘l coltello
che fo profitizzato.
Che moga figlio e mate
d’una morte afferrate:
trovarse abraccecate
mate e figlio impiccato».

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Versione in lingua corrente

Ripresa (ritornello)
Donna celeste, il tuo figliolo è stato catturato, Gesù Cristo beato.
Nunzio
Accorri, donna, e vedi che la gente lo percuote: credo che lo uccidano, tanto l’hanno flagellato.
Maria
O figlio, figlio, figlio, amoroso giglio! Figlio, chi conforta il mio cuore angosciato?
Figlio, occhi che danno gioia, figlio, perché non rispondi? Figlio, perché ti nascondi al petto che ti ha allattato?
E io comincio il pianto: figlio, mia gioia, figlio, chi ti ha ucciso, figlio mio delicato?
Avrebbero fatto meglio se mi avessero strappato il cuore, che è lacerato e straziato sulla croce.
Cristo
Mamma, dove sei venuta? Mi infliggi una ferita mortale, il tuo piangere, che vedo così lancinante, mi uccide.
Maria
Figlio, quanto motivo ho di piangere, figlio, padre e marito! Figlio, chi ti ha ferito? Figlio, chi ti ha spogliato?
Cristo
Mamma, perché ti lamenti? Voglio che tu rimanga, che conservi i miei compagni che nel mondo ho acquistato.
Maria
Figlio, non dire questo: voglio morire con te; non voglio allontanarmi fino all’ultimo respiro.
Potessimo avere un’unica sepoltura, figlio di mamma infelice: che la madre e il figlio si trovino affogati nello strazio!».
Cristo
«Mamma col cuore afflitto, ti metto nelle mani di Giovanni, mio amato: sia da te chiamato figlio.
Giovanni, ecco tua madre: prendila per carità, abbine pietà, che ha il cuore così trafitto».
Maria
Figlio, l’anima ti è uscita dal corpo, figlio della smarrita, figlio di chi è annientata dal dolore, figlio avvelenato!
Figlio bianco e vermiglio, figlio senza pari, figlio, a chi mi appiglio? Figlio, mi hai lasciata per sempre!
Figlio pallido e biondo, figlio dal volto che infonde gioia, figlio, perché il mondo ti ha così disprezzato?
Figlio dolce e caro, figlio dell’addolorata, figlio, la gente ti ha maltrattato!
Giovanni, nuovo figlio, tuo fratello è morto: ora sento la spada che fu profetizzata.
Che muoiano figlio e madre in un’unica morte straziati: che si trovino abbracciati la madre e il figlio appeso alla croce».

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Biografia

Iacopo De’ Benedetti nasce a Todi intorno al 1230. Studia a Bologna, dove diventa dottore in legge. Ama la vita lieta e gaudente. Nel 1268 gli muore la moglie, Vanna dei conti di Coldimezzo, travolta – si racconta – da un soffitto crollato mentre danzava nel corso di una festa. Sul corpo di lei, Iacopo trova un cilicio: sconvolto dalla’inattesa rivelazione della pietà religiosa della donna, abbandona tutto e si dà a una vita di penitenza.
Nel 1278 entra come frate laico nell’ordine francescano e si fa ardente seguace degli Spirituali che, di contro ai Conventuali, sostengono un’interpretazione rigorosa della Regola di San Francesco, soprattutto per quanto riguarda il voto di povertà.
Dopo l’elezione a pontefice di Bonifacio VIII, avverso alla corrente degli Spirituali, Iacopone sottoscrive il Manifesto del castello di Lunghezza (1297), in cui i cardinali Iacopo e Pietro Colonna proclamano illegittimo il nuovo papa e promuovono una nuova elezione. Bonifacio scomunica i Colonna e gli altri firmatari, e li assedia nella fortezza di Palestrina, costringendoli alla resa e condannandoli al carcere perpetuo. Iacopone viene liberato nel 1303 dal nuovo papa, Benedetto XI, ottenendo anche la revoca della scomunica. Muore tre anni dopo nel convento di San Lorenzo a Collazzone, presso Assisi.
Iacopone vanta un’imponente tradizione manoscritta, quantitativamente inferiore, per l’epoca, alle sole rime di Dante. Scrittore tutt’altro che incolto, scrive in latino lo Stabat Mater e, in volgare, le Laude, di argomento satirico (contro la corruzione della Chiesa), realistico (sulla miseria della vita umana), didattico-allegorico (con ammonimenti ed esortazioni) e mistico. La più famosa di esse è “Donna de Paradiso”, ispirata all’agonia di Cristo e al dolore devastante di Maria. Il linguaggio è il tudertino illustre, ossia la lingua di Todi digrossata degli elementi più popolari ed elevata a fine strumento d’arte.

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Parole chiave:
Cristianesimo - Dolore - Sofferenza - Vita e morte

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