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Dove ci incontreremo dopo la morte?

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08/10/2008

Tratto da:
Angelo Maria Ripellino, Poesie 1952-1978, Einaudi, Torino 1990

Guida alla lettura

Questa dolente e originalissima lirica di Angelo Maria Ripellino è una profonda dichiarazione d’amore, forse la più intensa che un essere umano possa concepire nel proprio cuore: “Il tempo di questa vita con te, su questa terra, in questi giorni che implacabilmente passano e finiranno, non mi basta, non mi può bastare. Ho bisogno di te, per sempre”. Ma la visione che il poeta ha della morte non gli accorda facili speranze: il suo aldilà assomiglia all’Ade degli antichi Greci, ove i defunti si aggirano come ombre, privi di coscienza e di ricordi, o allo Sheol degli strati più arcaici dell’Antico Testamento: un buco spalancato, un pozzo profondo, un luogo di silenzio, di perdizione, di dimenticanza, in cui tutti partecipano della stessa misera sorte. Solo lentamente, nella cultura del popolo ebraico, maturerà la speranza di poter sopravvivere nel ricordo di Dio.
Dedichiamo la poesia a chi soffre la perdita della persona amata e non trova – nella famiglia, nell’amicizia, nella fede, nella bellezza del mondo – motivo di conforto al proprio dolore.
Dove ci incontreremo dopo la morte?
Dove andremo a passeggio?
E il nostro consueto giretto serale?
E i rammarichi per i capricci dei figli?
Dove trovarti, quando avrò desiderio di te, dei tuoi occhi smeraldi,
quando avrò bisogno delle tue parole?
Dio esige l’impossibile,
Dio ci obbliga a morire.
E che sarà di tutto questo garbuglio di affetto,
di questo furore? Sin d’ora promettimi
di cercarmi nello sterminato paesaggio di sterro e di cenere,
sui legni carichi di mercanzie sepolcrali,
in quel teatro spilorcio, in quel vortice
e magma di larve ahimè tutte uguali,
fra quei lugubri volti. Saprai riconoscermi?

Biografia

Angelo Maria Ripellino – poeta, saggista e traduttore – nasce a Palermo nel 1923. Durante i primi anni universitari, la sua preferenza va alle letterature ispaniche: Capdevila, Machado, Jiménez e Garcìa Lorca lasciano forti tracce nel suo immaginario. In seguito, si specializza in letteratura slava, laureandosi nel 1945 con una tesi sulla poesia russa del Novecento. In quegli stessi anni accusa i primi sintomi di una grave forma di tubercolosi.
Nel 1946 si reca a Praga per specializzarsi in lingua e letteratura ceca: nasce per la città un amore profondo che non lo abbandonerà mai. Dal 1948 al 1952 insegna Filologia Slava e Lingua Ceca a Bologna; dal 1961, sarà docente di Lingua e Letteratura Russa all’università “La Sapienza” di Roma. I suoi scritti sono apprezzati per il taglio innovativo, l’apertura verso ogni manifestazione dell’arte contemporanea e la ricerca delle analogie fra la letteratura e la pittura, la musica, il teatro.
Nel 1949 ritorna a Praga e percepisce, con sgomento, che “lo stalinismo già volpeggia negli arcani casamenti di Kafka”.
Negli anni Cinquanta diventa consulente della casa editrice Einaudi per le letterature slave: curerà le edizioni di molti importanti scrittori, fra i quali Puskin e Dostoevskij. Nel 1960 pubblica il suo primo libro di poesie, “Non un giorno ma adesso”.
Nel 1964, un’improvvisa ricaduta della tubercolosi lo costringe a ricoverarsi per qualche tempo nel sanatorio di Dobris, presso Praga: un’esperienza che segnerà indelebilmente la sua poesia e il suo sguardo sulla vita. Tre anni dopo, nella primavera del 1967, partecipa ai lavori del IV Congresso degli Scrittori Sovietici e scrive articoli severi sul conformismo della cultura di regime.
Nel luglio del ‘68 è a Praga come inviato dell’“Espresso”, dove è testimone – con cronache memorabili – dei tragici eventi dell’invasione sovietica. In “Praga magica”, pubblicato nel 1973, scriverà dolcissime parole di rimpianto e speranza per la città tanto amata: «Non avrà fine la fascinazione, la vita di Praga. Svaniranno in un baratro i persecutori, i monatti. Ed io forse vi ritornerò. Certo che vi ritornerò... Vi porterò i miei nipoti, i miei figli, le donne che ho amato, i miei amici, i miei genitori risorti, tutti i miei morti».
Fra il 1976 e il 1977 escono le sue ultime raccolte poetiche, “Lo splendido violino verde” e “Autunnale barocco”. Nell’aprile del 1978, muore improvvisamente a Roma per un collasso cardiocircolatorio.
Il tema della malattia e della morte ritorna in molte sue liriche: il sanatorio viene rivissuto come un castello surreale, un luogo d’incubo in cui si muovono personaggi grotteschi e disperati. Il senso del dolore, poco per volta, si insinua profondamente nei suoi versi più belli, insieme con un’aspra nostalgia per chi non è più, e la paura dell’oblio.
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