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La calma di un morto

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17/10/2018

Tratto da:
Pier Paolo Pasolini, Tutte le poesie, Meridiani Mondadori, 2003

Guida alla lettura

Il primo verso di questa lirica di Pier Paolo Pasolini è fulminante: «Ho la calma di un morto». Ricorda, sia pure con toni e colori diversi, l’incipit di una grande poesia di Sylvia Plath: «Sono verticale. Ma preferirei essere orizzontale», che abbiamo proposto alla lettura nel lontano 2013.
E’ il grande male della disillusione e della depressione: il letto ci attende per un sonno senza riposo, lo specchio rimanda un’immagine livida, l’angoscia – con il suo gelo – cristallizza la potenza liberatrice del pianto, l’indifferenza e le altre «giovanili prodezze» non sono più alla portata di un’anima che ha scoperto, leopardianamente, il “vero”; solo una preghiera riesce a sgorgare da questa mente resa ottusa dalla sofferenza, ma è una preghiera che sale a un Dio immoto (simile alla divinità indifferente e quasi meccanica di tanta teologia medioevale) e persino odiato, e soprattutto è una preghiera che invoca vita, ma senza preoccuparsi del “modo” di questa vita.
E’ una condizione che chiunque soffra di quello che i clinici chiamano “depressione maggiore” ha sperimentato almeno una volta nella vita: lo scorrere del sangue nelle vene sembra cessare, in una sorta di perversa calma piatta; il cervello fa fatica ad apprezzare la bellezza del cielo o di un bosco, per non parlare del pensiero, che si paralizza e non elabora più idee e progetti; le membra sono sfinite e nulla sembra poterle riposare. Il tempo passa infruttuoso, e solo uno stato di semi-sonno inquieto sembra soddisfare il desiderio di fuga dalla realtà.
Pasolini ci dona, con questa lirica, una limpida ed elegante rappresentazione dello stato di quieta disperazione che coglie chi alla vita non ha più niente da chiedere e da dare. Apprestiamoci a lottare, quando avvertiamo l’alba di questi sintomi all’interno di noi o delle persone che amiamo. Perché la calma è dei vivi, non dei morti, ed è proprio la calma che può aprire nuovi orizzonti di vita e di azione.
Ho la calma di un morto:
guardo il letto che attende
le mie membra e lo specchio
che mi riflette assorto.

Non so vincere il gelo
dell’angoscia, piangendo,
come un tempo, nel cuore
della terra e del cielo.

Non so fingermi calme
o indifferenze o altre
giovanili prodezze,
serti di mirto o palme.

O immoto Dio che odio
fa’ che emani ancora
vita dalla mia vita
non m’importa più il modo.

Biografia

«Per essere poeti, bisogna avere molto tempo». Non ne ha avuto poi molto Pier Paolo Pasolini, uno dei principali scrittori e artisti italiani del secondo dopoguerra, nato a Bologna nel 1922 e morto a Ostia Lido, Roma, nel 1975. Sono 53 anni, però intensi, interrotti in modo violento e brutale, così come confermato in due sentenze passate in giudicato, da un “ragazzo di vita”, Piero Pelosi, uno di quelli raccontati nel libro omonimo del 1955 – Ragazzi di vita, appunto – sul mondo delle borgate dei quartieri periferici di Roma e dell’adolescenza difficile, che ottiene un immediato successo ma subisce critiche, contestazioni, e addirittura un processo, con l’accusa di pornografia. Denuncia dalla quale poi l’autore viene assolto grazie alle testimonianze di alcuni letterati, fa cui Moravia e Ungaretti. Una vita intensa, dunque, quella di Pasolini, come lo è stata la sua esperienza di intellettuale, a tutto tondo, frutto di sensibilità diverse ma tutte efficaci dal punto di vista espressivo.
Una delle principali caratteristiche di Pier Paolo Pasolini, infatti, è stato l’eclettismo, la poliedricità, il talento per dedicarsi a più forme d’arte: romanzi, poesie, saggi di critica letteraria, opere teatrali. È stato anche sceneggiatore e regista per il cinema, traduttore e giornalista. E in tutti gli ambiti utilizzati per esprimersi è presente un comune denominatore: l’attenzione ai deboli, alle classi popolari, agli emarginati, pronto sempre a pagare di persona per quello che scrive in forma di prosa o in versi, rifiutando ogni ipocrisia e convenzione, raccontando, nella scrittura o per immagini cinematografiche, ciò che considera giusto, in questo ispirandosi alle fonti artistiche del Neorealismo italiano, senza filtri moralistici.
Nel 1939 si iscrive alla facoltà di Lettere e inizia a dedicarsi alla scrittura. Nel 1942 fugge dalla seconda guerra mondiale e si rifugia a Casarsa nel Friuli, il paese della madre, dove pubblica le prime liriche, “Poesie a Casarsa”. Nel 1950 fa ritorno a Roma dove, in condizioni di estremo disagio economico, al limite della sussistenza, si fa largo nel mondo della letteratura e del cinema. Nel 1953 lavora a un’antologia di poesia popolare per la casa editrice Guanda, e nel 1954 pubblica la raccolta di liriche in friulano, “La meglio gioventù”, con cui vince il Premio “Giosuè Carducci”, dove ancora una volta, nel dialetto parlato dai contadini, si schiera dalla parte degli umili. Nel 1957, edita da Garzanti, esce una nuova collezione di liriche, “Le ceneri di Gramsci”. Nel 1961, sempre da Garzanti, un’altra raccolta poetica, “La religione del mio tempo”. Nel 1964 l’ultima antologia, “Poesie in forma di rosa”. Pur essendo a tratti, come nel periodo successivo alla guerra, vittima di sofferenze e angosce esistenziali, la sua è soprattutto una poesia civile, in cui esprime le proprie idee per migliorare il mondo e utilizza i versi come strumento per descrivere i dolori degli uomini, però proponendo soluzioni politiche e morali.
Tuttavia, sempre per la sua avversione alle ipocrisie sociali dominanti, si allontana, con rigore tutto intellettuale, anche dall’ortodossia che negli anni Settanta dominava l’Italia e i valori alla base del movimento operaio e studentesco. Pur essendo iscritto al Partito Comunista, ne sarà espulso nel 1949, per la sua omosessualità e a seguito di accuse di corruzione di minori e atti osceni in luogo pubblico, che si riveleranno poi infondate.
Nel 1961, sei anni dopo il debutto nel romanzo con “Ragazzi di vita”, ecco il debutto in un’altra forma d’arte, il cinema, con il film “Accattone”, che più ancora dei libri e delle poesie gli dà riconoscimenti e popolarità. Altri celebri film di quegli anni, di cui firma la sceneggiatura, sono “Il vangelo secondo Matteo” del 1964, “Uccellacci e uccellini” del 1965. Nei primi anni Settanta si dedica al famoso “trittico della vita”, un progetto cinematografico che comprende l’ormai celeberrimo “Decameron” ispirato alle novelle del Boccaccio, “I racconti di Canterbury” (1972), tratti dall’opera di Chaucer, e “Il fiore delle Mille e una notte” (1974).
Il 1975 è l’anno della morte. La mattina del 2 novembre, sul litorale romano a Ostia, in un campo incolto, viene ritrovato il suo cadavere. E’ stato ucciso. Scrive il filologo Francesco Zambon in un libro su Pasolini intitolato “Poesie scelte”: «Narciso, dolceardente usignolo, eretico, martire, barbaro, animale senza nome o bestia da stile – a seconda delle maschere sublimi o infami assunte sulle diverse scene della vita – egli rimase sempre fedele, con eroica ostinazione, al ruolo di poeta, inteso in un senso che si potrebbe dire “romantico” e perfino “sacrale”: quello di testimone solitario di una dimensione altra, di verità che agli uomini non possono apparire se non come scandalo e bestemmia».
(Biografia a cura di Pino Pignatta)
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