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Il dolore è senza domani

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19/10/2016

Tratto da:
Alda Merini, Ieri ho sofferto il dolore
in: La presenza di Orfeo – La Terra Santa, Scheiwiller, 2005

Guida alla lettura

Questa splendida lirica di Alda Merini è tratta dalla raccolta “La Terra Santa”, ispirata alla terribile esperienza dell’ospedale psichiatrico.
Dal suo lettuccio di ricoverata, il dolore è visto in tutto il suo potere disumanizzante, senza edulcorazioni letterarie o pseudo-spirituali: il dolore è «mancanza netta di orizzonti» e «senza domani», ossia oblitera la prospettiva di futuro che alimenta la speranza e la vita degli esseri umani; il dolore, lungi dall’elevare lo spirito del sofferente, fa cadere in basso, «chiude le labbra», ossia annulla la possibilità di comunicazione con se stessi e gli altri, produce uno spavento che entra nel petto e toglie il fiato; il dolore, infine, oltraggia la bellezza del mondo – nulla più fiorisce, come in un eterno inverno – e genera un’immobilità che fa terrore.
Nella poesia contemporanea non esiste forse una testimonianza più dura e spietata della solitudine che colpisce il sofferente come una maledizione. Il linguaggio è asciutto e diretto, rivelativo; lo stile è semplice, ma al tempo stesso mosso e musicale (Alda Merini studiò pianoforte, e l’amore per la musica ispirò spesso la sua scrittura); la scelta dei vocaboli, accurata e immediata, denota una meravigliosa padronanza del lessico e delle sue sfumature.
Le parole di Alda Merini ci richiamano alla precisa e non rinviabile responsabilità della compassione. Dedichiamo questa lirica a tutti coloro che conoscono il dolore nel corpo e nella mente, che vivono giorni tutti uguali, senza luce e senza fine, che sperimentano l’amaro sapore dell’abbandono e dell’indifferenza.
Ieri ho sofferto il dolore,
non sapevo che avesse una faccia sanguigna,
le labbra di metallo dure,
una mancanza netta d’orizzonti.
Il dolore è senza domani,
è un muso di cavallo che blocca
i garretti possenti,
ma ieri sono caduta in basso,
le mie labbra si sono chiuse
e lo spavento è entrato nel mio petto
con un sibilo fondo
e le fontane hanno cessato di fiorire,
la loro tenera acqua
era soltanto un mare di dolore
in cui naufragavo dormendo,
ma anche allora avevo paura
degli angeli eterni.
Ma se sono così dolci e costanti,
perché l’immobilità mi fa terrore?

Biografia

«Sono nata a Milano il 21 marzo 1931, a casa mia, in via Mangone, a Porta Genova: era una zona nuova ai tempi, di mezze persone, alcune un po’ eleganti, altre no. Poi la mia casa è stata distrutta dalle bombe. Noi eravamo sotto, nel rifugio, durante un coprifuoco; siamo tornati su e non c’era più niente, solo macerie. Ho aiutato mia madre a partorire mio fratello: avevo dodici anni».
Così si racconta Alda Merini – poetessa, scrittrice e aforista – in alcune note biografiche. Nata in una famiglia e in un quartiere milanese popolari, s’iscrive alle scuole professionali, come tanti ragazzi di umili origini in quell’epoca. In seguito chiede d’essere ammessa al Liceo Manzoni, uno dei più prestigiosi di Milano, ma non supera l’esame di italiano.
Debutta come autrice di versi a 15 anni: due sue poesie – “Il gobbo” e “Luce” – entrano a far parte di una collezione, “Antologia della poesia italiana 1909-1949”. Segnata per tutta la vita da episodi di scompensi psichici, nel 1947 sperimenta quelle che lei stessa definirà le «prime ombre della mia mente»: viene ricoverata per un mese all’ospedale psichiatrico milanese di Villa Turno. E in un libro pubblicato dall’editore Frassinelli nel 2008, l’anno prima di morire, “Lettere al Dottor G”, racconterà della sua permanenza a più riprese nel manicomio Paolo Pini di Milano.
Nel 1951 s’interessa a lei Eugenio Montale, il quale convince l’editore Scheiwiller a stampare due poesie inedite di Alda. E’ il periodo in cui frequenta anche Salvatore Quasimodo. Nel 1953 sposa Ettore Carniti, proprietario di alcune panetterie. Due anni dopo nasce la prima figlia, Emanuela. Inizia a questo punto un periodo molto triste per la poetessa, che sino al 1979 è ricoverata più volte in clinica psichiatrica, interrompe la scrittura, alterna salute e malattia. Nei periodi di lucidità nascono le altre sue tre figlie: Barbara, Flavia e Simonetta.
Torna a scrivere. Vedono la luce liriche drammatiche nelle quali tratteggia la dura esperienza in manicomio, che confluiscono nella raccolta “La Terra Santa”. Nel 1986 sperimenta di nuovo il tunnel della clinica psichiatrica. Nel 1993, proprio per “La Terra Santa”, riceve il Premio Librex-Guggenheim “Eugenio Montale”. Nel 1996 vince il Premio Viareggio per il volume “La vita facile”. Nel 2003 Einaudi pubblica un cofanetto che include una videocassetta e un testo autobiografico: “Più bella della poesia è stata la mia vita”. Nel 2004 esce un disco di Milva con testi tratti da alcune sue poesie. Nel 2006 il suo ultimo lavoro, che sperimenta il genere noir: “La nera novella” (Rizzoli).
Muore a Milano il 1 novembre 2009 nel reparto di oncologia dell’ospedale San Paolo: s’era ammalata di tumore osseo. Le figlie Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta hanno creato il sito internet “aldamerini.it”, dedicato alla figura principale della loro vita affettiva e culturale.
(A cura di Pino Pignatta)
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