Fondazione Alessandra Graziottin onlus - per la cura del dolore nella donna Fondazione Alessandra Graziottin
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11/06/2008

La responsabilità del dolore


Tratto da:
Rowan Williams, Resurrezione, Edizioni Qiqajon, Monastero di Bose, Magnano (BI), 2004, p. 114-121; 130


Guida alla lettura

Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, ci accompagna in una lettura profonda e originale della croce, e dell’interpretazione proiettiva e pericolosa che un certo tipo di cristianesimo tende a darne.
Utilizzare la croce esclusivamente come veicolo per dar senso al nostro dolore, identificando con troppa facilità la nostra personale sofferenza con quella di Gesù, rischia di trasformare la croce stessa in una cieca difesa delle nostre posizioni e di asservirla così a uno scopo ideologico, individuale o collettivo che sia.
Dobbiamo invece imparare a vedere la croce come croce delle nostre vittime, non di noi stessi quali vittime. Questo cambio di prospettiva – cui Williams ci conduce con una tesa argomentazione sull’autentico significato della resurrezione di Cristo – ci rende capaci di scoprire con occhi nuovi la sofferenza del mondo: ci porta alla scoperta della vera compassione. Il dolore, infatti, non è soltanto quello che sopportiamo: è anche quello che possiamo a nostra volta trasmettere. Pensare alla croce come nostra croce sposta sempre altrove la responsabilità del dolore: presso Dio, la natura, il destino, gli “altri”. Vedere la croce come croce di un altro significa invece iniziare a capire che la sofferenza è qualche cosa che noi stessi siamo capaci di causare.
Questa scoperta, in apparenza sconvolgente e pessimistica, contiene in realtà un profondo messaggio di speranza. Se la responsabilità della sofferenza sta sempre altrove, il male può sembrare inevitabile, frutto di forze che non possiamo in alcun modo contrastare. Se invece ci sentiamo coinvolti nella trasmissione del dolore, non possiamo più illuderci di essere impotenti contro di esso: scopriamo che possiamo sempre scegliere (e soprattutto sempre scegliere da capo) e che, in questo mondo violento e ingiusto, l’agire responsabile, la solidarietà, il dono di sé sono sempre possibili, a partire da ciascuno di noi. Scopriamo che la violenza – palese o strisciante, “giusta” o ingiusta – non è l’unica opzione che ci è data per vivere e non sempre ha l’ultima parola.

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Cristo crocifisso diviene, con troppa facilità, nient’altro che il Dio della mia condizione. “Identificarsi” con Gesù sul calvario non fa problema, se il nostro è un mondo di fallimento e umiliazione; e se crediamo che Gesù sia Dio incarnato, il pensiero che Dio condivida il nostro soffrire può consolarci. Eppure Lutero ha criticato, più di una volta, quelli che “mischiavano” le loro sofferenze con quelle di Cristo: coloro, presumibilmente, che vedevano nelle loro sofferenze, autoinflitte o meno, una sorta di garanzia di partecipare alla grazia di Cristo assimilando il proprio stato al suo. Dorothee Sölle [teologa tedesca del Novecento, NdR], a sua volta, ha criticato Lutero per avere in tal modo dato per implicito che la sofferenza umana non sia in grado di partecipare del significato della croce di Cristo, riducendo così il dolore o la sventura presenti a qualcosa di moralmente e teologicamente neutro. Io penso, tuttavia, che non abbia colto il senso della critica di Lutero, perdendo di vista quindi una dimensione di vitale importanza e problematica della “devozione al crocifisso”. È precisamente quando le sofferenze di Cristo e le mie vengono intimamente connesse che l’immagine del crocifisso corre davvero il rischio della degradazione. Facciamo esperienza del nostro essere sofferenti, vittime, e così facciamo esperienza della croce di Cristo come il simbolo di chi e che cosa noi siamo. Gesù come vittima è l’immagine di me stesso come vittima. Dio, che si fa egli stesso vittima nella morte di Gesù, afferma me nel mio soffrire: egli è (secondo la celebre espressione di Whitehead) il “compagno di sventura che comprende”.
Ora, certamente è essenziale che debba esistere un modo di dare significato a ciò che soffro, e Dorothe Sölle ha assolutamente ragione di contestare qualsiasi teologia o ideologia che spogli di significato la sofferenza di qualcuno e raccomandi una pura sopportazione passiva. Usare la croce di Cristo come veicolo per dar senso al mio soffrire, come mediazione simbolica che mi restituisce la mia esperienza situata e interpretata in modo nuovo, non è necessariamente un passo illegittimo da intraprendere. La mediazione simbolica, però, è un argomento insidioso: se la mia interpretazione si ferma semplicemente a questo punto, rischio di trasformare la croce stessa in una difesa della mia posizione, in una legittimazione. È questo il modo in cui la croce può venire asservita a uno scopo ideologico. Dio viene identificato alla mia causa, poiché viene identificato con la mia sofferenza: la croce è lo stendardo del mio ego, o di un ego collettivo. Se soffro sono dalla parte del giusto, perché Dio “appoggia” il mio dolore.
Abbiamo visto nel primo capitolo quanto sia importante distinguere l’identificarsi di Dio con la vittima da una qualche sorta di divina approvazione della causa della vittima. Se la croce viene usata principalmente o esclusivamente come un simbolo del mio soffrire, la si usa allora come arma contro altri... Io sono crocifisso, tu sei il crocifissore; io sono vittima, tu sei oppressore; io sono innocente, tu sei colpevole. Il percorso porta in modo allarmante verso l’affermazione: “La mia sofferenza è più profonda, più importante della tua”; e quindi: “Niente di ciò che ti infliggo ha un’importanza comparabile a quello che tu hai inflitto a me”. È la peculiare logica ricattatoria del terrorismo, dal “terrorismo” psicologico mirato di relazioni familiari malate, alla violenza indiscriminata e anarchica del sequestro e del dirottamento.
In questa regione oscura dell’interazione umana, la sofferenza diviene un’arma invincibile, immensamente desiderabile, perché garante di giustizia e di innocenza... E nell’ambito del cristianesimo, è indubbiamente presente in certi stili di spiritualità un lodare la sofferenza e l’umiliazione che va precisamente in questa direzione. Soffri affinché tu sia innocente; fa’ della croce la tua croce, e sarai armato di rettitudine, nella certezza che Dio è con te... Questo genere di ricezione della croce come simbolo non cambia nulla e non cerca di cambiare nulla; il simbolo diventa poco più che uno specchio, piuttosto d’ingrandimento, per la mia condizione, e uno specchio anche per il mio approvarmi, il mio definire una posizione di certezza e rettitudine contro l’altro. Autocommiserazione, questa, che porta al piacere di conoscere l’inespugnabile armatura morale dell’innocenza: è proprio in tal modo che la croce può venire asservita all’ego. Se questo è ciò che Lutero condannava, aveva ragione di farlo.
La croce cessa di essere un’arma ideologica quando viene riconosciuta non soltanto come mia ma come quella di un estraneo; ed è l’estraneo che incontriamo nel mattino di Pasqua. Fermarsi al Venerdì santo è vedere soltanto che il crocifisso mi riflette la mia stessa condizione, e perfino la memoria del crocifisso, nel senso superficiale, può non lasciarci altro che un martire per la nostra causa. Le donne vengono nel mattino di Pasqua in cerca del corpo di un martire, e trovano un vuoto. Se veniamo in cerca del “Dio della nostra condizione” a Pasqua, non lo troveremo. «Voi cercate Gesù di Nazaret che è stato crocifisso... non è qui» (Mc 16,6; cf. Mt 28,5-6). La Settimana santa può sollecitarci a una certa identificazione con il crocifisso; la Pasqua sottrae con fermezza quel familiare “compagno di sventura”. Non permette neppure che egli resti una memoria consolante, un eroe del passato; egli non è qui perché è risorto, perché la sua vita continua e non va sigillata con una morte “da martire”. Non c’è, a Pasqua, nessun Cristo che ponga semplicemente il sigillo sulla nostra rettitudine e innocenza, nessun garante del nostro status, e perciò nessuna croce ideologica. Gesù è vivente, è qui per essere ancora incontrato, e perciò la sua identità personale rimane; il che significa che la sua croce è sua, non nostra, è parte della storia di una persona la quale ostinatamente si erge contro di noi e non verrà assimilata in modo indolore nelle nostre stesse memorie. Abbiamo già visto come Gesù a Pasqua sia insieme giudice e restauratore, perché egli può dirci: “lo, e non voi, sono il crocifisso”. E ho cercato di mostrare che la nostra restaurazione dipende dal prestare ascolto a queste parole e dal riconoscere la nostra responsabilità di crocifissori. Dobbiamo partire dal vedere la croce come croce della nostra vittima, non di noi stessi quali vittime. E’ vero che la ruota girerà, e toccherà a noi trovare parte della nostra identità in termini di privazione e diminuzione; ma questo può avvenire in maniera pienamente trasformante, “salvifica”, soltanto se è legato alla scoperta di come l’intero mondo umano (non solo io) sia caratterizzato dalla privazione: la scoperta, di fatto, della compassione, un appassionato impegnarsi in una sofferenza che non è la propria.
Ricevere l’immagine di me stesso come crocifissore, quale la ricevo nell’incontro pasquale, significa fare un’importante scoperta sulla natura della sofferenza stessa. Il dolore non è soltanto ciò che sopporto, è ugualmente anche ciò che trasmetto. Concentrarsi sulla croce come mia croce disloca altrove la responsabilità del dolore: presso Dio, la natura o il destino, quelli che hanno il potere che io non ho. Vedere la croce come croce di un altro significa apprendere che quel dolore, quella violenza sono qualche cosa che io sono capace di causare. Se la responsabilità della sofferenza sta sempre altrove, la realtà della sofferenza può sembrare automatica e inevitabile. Anche qualora essa venga inflitta da altri esseri umani, costoro formano una classe di gente potente e violenta diversa da me che soffro... Ma quando mi ritrovo responsabile della diminuzione di altri, scopro quella che David Jenkins [Vescovo di Durham, in Inghilterra, nato nel 1925, NdR] ha chiamato una “solidarietà nel peccato”, che è, paradossalmente, piena di speranza. Se sono coinvolto nella trasmissione della violenza non posso fingere che la violenza sia qualcosa al cui riguardo io non sono in grado di fare assolutamente nulla; e se scopro, mediante tale riconoscimento, una possibilità di relazione trasformata con l’altro della cui sofferenza sono stato complice, questo fa differenza, nella struttura di un mondo violento. lo sono, volente o nolente, coinvolto in una “violenza strutturale”, in sistemi di relazione economici, politici, religiosi e privati che sminuiscono l’altro (e devo ripetere ancora una volta che la vittima in un sistema è probabilmente l’oppressore in un altro: la polarità percorre ciascun individuo). Eppure scopro, attraverso l’evangelo della resurrezione, che mi è data una scelta rispetto al farmi complice di tali sistemi, una possibilità di appartenere a un altro “sistema“ in cui è costitutivo il dono, piuttosto che la diminuzione. Sono così dotato degli strumenti per comprendere che la violenza strutturale non è un monolito irremovibile: l’agire critico, la contestazione costruttiva sono possibili. Il mio coinvolgimento nella violenza è distruttivo al massimo quando raggiunge il minimo di autoconsapevolezza, e capire, semplicemente, quell’essere coinvolti costituisce un primo passo cruciale. Ma capirlo nella presenza di Gesù a Pasqua significa capire che la violenza non è onnipotente, e che mio esservi coinvolto non esclude la possibilità di trasformare le mie relazioni. Ciò che gli esseri umani fanno, lo possono in qualche misura ri-fare o riformare (non dis-fare)... Certo, il modello di distruttività nel nostro mondo viene da noi ereditato, non inventato da ogni nuova generazione (è continuamente ampliato ed elaborato proprio perché viene ereditato, perché siamo già in partenza “sminuiti”, come abbiamo visto nel primo capitolo), e perciò non può essere ricostruito interamente da una singola generazione. Tuttavia, la presenza critica di una nuova umanità in Gesù testimonia il fatto che il mondo non è una prigione in cui dobbiamo accettare l’inevitabilità di ogni dolore, poiché va al di là della nostra responsabilità. Conoscere noi stessi quali crocifissori significa conoscerci come responsabili: siamo in grado di dire sì o no alla violenza, di accettare o contestare...
La Pasqua, allora, porta con sé la possibilità di cambiare, a livello dell’individuo e a livello dell’umanità; ma tale possibilità dipende dalla comprensione della croce come, prima di tutto, qualcosa di “non mio”. Invece di adagiarmi soddisfatto in una facile assimilazione del mio soffrire con quello di Gesù, devo in primo luogo lasciarmi separare dal “compagno di sventura” e vedere la mia sofferenza nella prospettiva del dolore di un intero mondo, nel quale né io né alcun altro, ad eccezione del Dio crocifisso, siamo pure vittime. Devo incontrare di nuovo Gesù crocifisso come un estraneo risorto, il quale non mi permetterà di definire il mondo in termini di dolore indistinto e immutabile, ma sosterrà invece che la sofferenza è prodotta dall’interrelazione complessa delle persone, dall’impulso a rifiutare stessi e gli altri...
Nell’ultimo giorno non mi si chiederà se ho “sofferto bene”, ma fino a che punto ho lasciato che l’interrogare di Cristo trasformasse la mia vita in compassione, e fino a che punto, quindi, ho lasciato che la compassione in me trasformasse il mondo.

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Biografia

Rowan Williams è nato a Swansea, nel Galles, nel 1950. Ha studiato teologia a Mirfield e a Cambridge, ed è diventato uno dei più giovani professori di teologia all’Università di Oxford.
Esperto di patristica e del pensiero russo contemporaneo, da sempre impegnato per la pace nel mondo e la difesa degli ultimi, è stato eletto vescovo di Monmouth nel 1992 e arcivescovo del Galles nel 2000. Dal 2002 è arcivescovo di Canterbury e primate della Comunione Anglicana.

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Parole chiave:
Compassione - Cristianesimo - Dolore - Responsabilità - Resurrezione - Senso della vita - Sofferenza - Solidarietà - Speranza - Spiritualità - Violenza

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