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31/05/2016

Uno stato perenne di meraviglia e serenità (Ludwig Van Beethoven, dal Concerto per pianoforte e orchestra No. 3 Op. 37)




Ludwig Van Beethoven
Dal Concerto per pianoforte e orchestra No. 3 Op. 37
Largo
Maurizio Pollini, pianoforte; Wiener Philharmoniker; Karl Böhm, direttore


Vale la pena proporla anche in inglese, nella versione originale, perché la traduzione potrebbe essere imprecisa, la frase con cui Glenn Gould commentò l’incisione storica delle sue Variazioni Goldberg, nel 1955, a New York: «The purpose of art is not the release of a momentary ejection of adrenaline but rather the gradual, lifelong construction of a state of wonder and serenity». E nessuna vita artistica più di quella di Gould – che 25 anni dopo, nel 1980, dopo averle studiate tutta la vita, registrò nuovamente le “Goldberg”, arrivando a conclusioni musicali e spirituali completamente diverse da quelle della sua giovinezza – ha incarnato questa certezza: «Lo scopo dell’arte non è il momentaneo rilascio di adrenalina, ma piuttosto il graduale consolidarsi di uno stato di meraviglia e serenità che duri tutta la vita». Sembra il manifesto delle nostre “Strategie per stare meglio”, che sono nate con questa ambizione.
La celebre affermazione gouldiana ci è tornata in mente ascoltando proprio una riedizione storica del pianista canadese diretto da Karajan nel Terzo Concerto per pianoforte e orchestra di Ludwig van Beethoven. L’incontro magico tra due giganti: straordinaria la limpidezza e l'articolazione ritmica di Gould. E dietro, la forza e la densità dei Berliner di Karajan che lo sostengono. Un Beethoven stellare che ovviamente vi proponiamo nei consigli discografici, ma non possiamo farvi vedere perché, sinora, nessuno ha ancora pubblicato il documento video di quell’esecuzione. Abbiamo però trovato su YouTube un’altra magia: il medesimo concerto eseguito da un giovane Maurizio Pollini con i professori dei Wiener Philharmoniker diretti da Karl Böhm.
Dunque, una stato di meraviglia, di serenità. Uno stato di grazia, insomma, che la (grande) musica può procurarci. E’ la sensazione che si ricava da questo Terzo concerto per pianoforte e orchestra, nella tonalità di do minore, dettaglio un po’ tecnico per coloro che non conoscono la musica, ma indispensabile, perché spiega il carattere mesto, umbratile, brunito, e insieme introspettivo, di scavo interiore, che domina questa pagina. Beethoven «scolpisce uno dei suoi lavori più plastici e incisivi», per usare le parole del compositore Giacomo Manzoni: «Il pianoforte acquista il ruolo di solista in vigorosa dialettica con la massa orchestrale, si definisce nella sua personalità di strumento inteso già quasi in senso romantico, capace di palpitanti voli lirici». Soprattutto, il genio di Bonn mette sul pentagramma un'opera di ampie dimensioni, volutamente drammatica: scelta che apparve sorprendente all’epoca, annunciando per la prima volta al mondo musicale europeo una concezione sinfonica del concerto solistico.
Sino ad allora, infatti, la tendenza era stata quella di relegare l’orchestra a semplice accompagnamento. Già a partire dal primo movimento di questo Terzo Concerto beethoveniano, Allegro con brio, si nota invece il protagonismo orchestrale, tanto che quando l’insieme di tutti gli strumenti ha sviluppato pienamente il materiale tematico del cupo tema principale, e quando ormai l’ascoltatore ha già chiaro il senso drammatico che dà sostanza alla pagina, e sembrerebbe non esserci più nulla da scoprire, proprio allora entra il pianoforte solista in uno scontro e confronto “titanico” con lo stesso tema annunciato dall’orchestra all’inizio.
E’ evidente il richiamo a un altro capolavoro di vent’anni prima, il Concerto per pianoforte KV 491 di Mozart (potete ascoltarlo qui), stessa tonalità di do minore, stessa impressione di partenza, tra momenti di angoscia che s’alternano a sprazzi di lirismo. Nell’attacco dell’Allegro con brio l’ispirazione beethoveniana è simile: stesso ripiegamento sulla drammaticità orchestrale, senza neppure che il pianoforte sia ancora comparso in scena. Tonalità di do minore che in Beethoven, dopo la celebre Sonata “Patetica” per pianoforte, era ormai definitivamente legata al racconto del tragico in senso esistenziale, a un «dramma inteso come dolorosa contrapposizione e lotta tra opposti principi, una lotta affrontata come resistenza morale alla sofferenza», secondo la definizione del poeta e drammaturgo Friedrich Schiller.
La composizione di questo Terzo Concerto impegna Beethoven dal 1800 al 1803, periodo nel quale viene terminata anche la Terza Sinfonia, “Eroica”, che abbiamo già ascoltato. Vi proponiamo soltanto il secondo movimento, Largo, che al contrario dell’Allegro con brio è aperto dal pianoforte, in una dimensione quasi solistica, con un tema melodico in “pianissimo”: è la pagina più meditativa dell’intero Concerto, con un forte contrasto tra la gravità del primo movimento e la delicatezza di questa seconda sezione, più giocata sul protagonismo pianistico ma impreziosita da una strumentazione delicata, affidata alla leggerezza e levità dei Fiati, due flauti, due fagotti e due corni. Un gioco di rimandi tra pianoforte e trama strumentale che ne amplifica l’espressività, rendendo più “scuro” e morbido il colore orchestrale con violoncelli e contrabbassi.
Il Largo è il cuore di questo Concerto. Dove l’Uomo si rigenera, dove riposa dalle tensioni, dalle fatiche, dalla lotta beethoveniana per imporsi e superare gli ostacoli posti sul cammino dal destino. Ascoltarlo è un meraviglioso esempio di come ci si possa fermare per esaminare la vita, per analizzarla dal punto di vista dell’arte, punto di osservazione privilegiato che ci consente di guardare dall’alto in basso le nostre miserie.
Quasi inarrivabile la descrizione particolareggiata ed emotiva che ne ha fatto il musicologo Franco Serpa, tanto è aderente allo spirito che emana e alle sensazioni che si ricavano da questo Largo quando lo ascoltiamo: «Nel silenzio dell'orchestra il solista inizia la melodia che ha la calma riflessiva di un “notturno”. A noi, attenti e stupiti, sembra che il pianista trovi le sue note per la prima volta. Quando l'orchestra risponde (archi con sordina), si espande nella quiete una luce delicata. Nulla turba o confonde la disposizione poetica alla fantasticheria e al sogno. In diversi momenti la musica rinuncia a una fisionomia melodica per espandersi mirabilmente in echi, brividi, sospiri, commosse esaltazioni (gli arpeggi del pianoforte), dunque in pura liricità astratta. Perfino la cadenza finale deve avere un suo estatico, sorridente pudore. Mirabile la serena semplicità delle quattro battute finali: percorrendo a eco le tre note dell'accordo di mi maggiore (si, sol diesis, mi) il pianoforte, un flauto, due corni scendono verso il buio e il silenzio».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Ludwig Van Beethoven
Piano Concerto No. 3
Glenn Gould, pianoforte; Berliner Philharmoniker; Herbert von Karajan, direttore (Sony BMG Music, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Ludwig Van Beethoven
The Piano Concertos
Alfred Brendel, pianoforte; Wiener Philharmoniker; Sir Simon Rattle, direttore (Philips, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Wolfgang Amadeus Mozart
Piano Concerto KV 591 – Piano Concerto KV 466
Clara Haskil, pianoforte; l’Orchestre des Concerts Lomoureux; Igor Markevitch, direttore (Philips, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Forme musicali - Introspezione - Musica - Serenità

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