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17/12/2013

Una musica per le fiabe che accarezza l'anima (Robert Schumann, Märchenbilder Op. 113)




Robert Schumann
Märchenbilder Op. 113
Nicht schnell (Non veloce) – Lebhaft (Vivace) – Rasch (Veloce) – Langsam, mit melancholischem Ausdruck (Lentamente, con espressione malinconica)
Martin Stegner, viola; Tomoko Takahashi, pianoforte


Chiudiamo con questa meraviglia tutta affidata alla poesia della viola il mini-ciclo cameristico iniziato con la Sonata per clarinetto Op. 120 No. 2 di Brahms, proseguito con la sua Sonata per violino No. 1, e che arriva ora al capolavoro d’intarsio dei Märchenbilder (Quadri fiabeschi) di Robert Schumann, per viola e pianoforte. C’è come un filo che li unisce: la scelta dei compositori di scrivere per le mezze tinte di clarinetto e viola nei loro momenti più disperati, e la vita di questi due musicisti che si sono conosciuti, hanno condiviso il tormento della musica romantica di metà Ottocento, con il più giovane, Johannes Brahms, che in un certo senso, come si direbbe oggi, è stato “lanciato” al successo dal più anziano Schumann. E ci piace pensare che anche Brahms fosse presente, appena ventenne, alla prima di questi Märchenbilder Op. 113 nell’Hôtel “Am goldenen Stern” di Bonn, seduto in prima fila mentre attaccava il quarto movimento, “Langsam, mit melancholischem Ausdruck”, e cioè “Lentamente, con espressione malinconica”, musica con una poetica così vicina a tante atmosfere liriche della maturità brahmsiana.
Se avrete pazienza di dare profondità all’ascolto, il primo e ultimo movimento sono in grado di staccarvi, letteralmente, dalla realtà, anche per la “chiusa” totalmente inaspettata. Qui, nel video che vi proponiamo da YouTube, suona Martin Stegner, prima viola dei Berliner. Bravissimo, sin dalla prima nota che segue a distanza di una pausa l’attacco pianistico, a farci respirare il clima ambrato della viola, il suo timbro caldo e carezzevole. E anche la “location” scelta per questo concerto – alla Philharmonie di Berlino, in una pausa-pranzo, con il pubblico seduto intorno, senza la fredda distanza del palcoscenico classico – bene illustra lo spirito di questa pagina di Schumann. L’opera 113, infatti, appartiene a una serie di composizioni destinate a un consumo privato, alla pratica della “Hausmusik” (musica domestica) che, oltre ad allietare le serate dei coniugi Robert e Clara, dei loro figli e degli amici più cari, era parte integrante della vita musicale tedesca. E che è sopravvissuta sino ai nostri giorni nella passione per la cameristica, seppure in “forma di concerto” in chiese e auditorium, visto che oggi non è così facile avere gruppi da camera nel proprio salotto. Occorre dunque rifarsi al “far musica insieme” per comprendere le brevi misure di queste creazioni, fatte più di intarsio che di lunghezza del discorso musicale, alla cordialità del loro contenuto, al fatto stesso che non siano previste (a parte l’accompagnamento pianistico obbligato) per uno strumento ben determinato, ma che sia libera la scelta tra diverse soluzioni strumentali. E infatti i Märchenbilder Op. 113 possono essere suonati anche per violino o per violoncello (andate ad ascoltare la versione di Martha Argerich con Mischa Maisky).
Tuttavia, le caratteristiche “private” di queste composizioni non devono far pensare a brani scritti da Schumann con la mano sinistra. Anche perché il compositore tedesco aveva una naturale propensione verso la miniatura, per i pezzi brevi, di limitata estensione, più che altro suggestioni in musica, dov’è protagonista il timbro dello strumento scelto, ed è la magia del suono a determinare l’essenza espressiva, gli stati d’animo. Nel periodo che va dal 1842 al 1853 Schumann scrisse molte composizioni da camera, a cominciare dai tre Quartetti per archi op. 41 dedicati a Mendelssohn per finire appunto con i Märchenbilder op. 113 per viola e pianoforte e con i Märchenerzählungen op. 132 per clarinetto e pianoforte. Dunque, ancora viola e clarinetto: le mezze tinte poi adorate anche da Brahms, i timbri della nostalgia e dell’introspezione. E’ il periodo, inoltre, in cui la salute di Schumann inizia a declinare verso la follia. Le sue condizioni di vita si fanno davvero serie dopo il trasferimento a Düsseldorf, nel settembre del 1850. Le difficoltà a integrarsi nella vita musicale della città, le crisi depressive e il tormento delle allucinazioni (dovute all’alcolismo) lo spingeranno verso il tentativo di suicidio: il 27 febbraio 1854 si getta nel Reno, ma viene salvato da alcuni pescatori. Internato nei pressi di Bonn, muore due anni dopo.
Eppure due delle opere cameristiche di questa fase, come appunto i Märchenbilder Op. 113, risultano ispirate al mondo leggero e leggiadro della fiaba, e segnano alcune delle trame cameristiche più squisite e delicate di Schumann, scritte tutte d’un fiato, a riprova, ancora una volta, che non c’è dolore capace di arrestare la musica e la voglia di vivere. Schumann annota in un diario, il 3 marzo 1851: “Marchen” (Fiabe). E infatti si ritrova qui lo spirito delle storie fantastiche di gusto tedesco, ricche di simboli e di allegorie legate alle leggende popolari. Il giorno dopo, la raccolta dei Märchenbilder Op. 113 per viola e pianoforte è pronta per essere suonata dalla stessa Clara, la moglie di Schumann, e dal suo primo biografo alla viola. Il movimento iniziale, “Non veloce”, si presenta con una malinconica melodia introduttiva. Il secondo movimento è una sorta di “scherzo”, mentre il clima espressivo di una ballata nordica s’impadronisce del terzo tempo. La parte conclusiva riprende le atmosfere iniziali ed è una delicata “berceuse” che anticipa certe suggestioni brahmsiane. Ha scritto la musicologa francese Brigitte Francois-Sappey: «La musica si spegne come la candela al termine di un’intima serata nell’angolo del focolare». Come un libro che si apre e si chiude con la malinconia, e in mezzo passa la vita con le sue contraddizioni, le gioie e i dolori, che lasciano alla fine una rinnovata consapevolezza, una saggezza interiore.
Il “Vivace” e il “Veloce”, meno immediatamente spontanei, si fanno apprezzare invece alla distanza: al primo ascolto faticano a passare, a farsi riconoscere con nitidezza nei loro contorni. Poi, con ripetuti ascolti, vengono fuori e conquistano per la ricchezza strumentale e per le idee musicali tutt’altro che banali: solo un po’ nascoste nelle pieghe di un tappeto armonico che cresce via via d’intensità per raggiungere l’apice nel “melancholischem Ausdruck”, cioè nel cuore della malinconia più struggente che Schumann ci ha lasciato sul pentagramma.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Robert Schumann, Märchenbilder Op. 113
Johannes Brahms, Sonata per viola Op. 120 N. 1 & 2
Lars Anders Tomter, viola; Leif Ove Andsnes, pianoforte (Emi Music, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

2) Robert Schumann
Romanzen Op. 94 – Fantasiestucke Op. 73 – Märchenbilder Op. 113 – Märchenerzählungen op. 132
Ingo Goritzki (oboe), Thomas Friedli (clarinetto), Hirofumi Fukai (viola), Ricardo Requejo (pianoforte) (Claves Records, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

3) Johannes Brahms and Robert Schumann
Concert Musikè: Sonata Op. 120 per viola N. 1 & 2 – Märchenbilder per viola e piano Op. 113
Bruno Pasquier (viola); Jean Bernard Pommier (pianoforte) (Gega New, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

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Parole chiave:
Fiabe e leggende - Malinconia - Musica da camera - Strumenti musicali

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