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14/07/2015

Un pensiero triste nei giardini di Aranjuez (Joaquín Rodrigo)




Joaquín Rodrigo
Concierto de Aranjuez
Allegro con spirito – Adagio – Allegro gentile
Pepe Romero, chitarra; Danmarks Radio SymfoniOrkestret; Rafael Frühbeck de Burgos, direttore


Dopo i quintetti mozartiani, la meditazione cameristica a 23 strumenti di Richard Strauss e il raccoglimento interiore bachiano sulle Partite clavicembalistiche, eccoci a cambiare nuovamente registro, ascoltando questa volta musica da concerto, tratta dal repertorio per solista e orchestra. Lo facciamo con una pagina, il Concierto de Aranjuez, del compositore spagnolo Joaquín Rodrigo, un lavoro capace di esercitare un indubbio fascino sul pubblico, partitura eseguitissima in queste settimane nei festival estivi, da sempre di grande successo discografico e star dei passaggi radiofonici su tutti i canali dedicati alla “classica”, anche se spesso ne viene proposto soltanto l’Adagio, mentre l’intero Concerto è di forte suggestione melodica e timbrica.
Il Concerto d’Aranjuez è probabilmente l’opera più nota di Joaquín Rodrigo, uno dei compositori spagnoli più famosi del primo dopoguerra, uomo segnato in modo indelebile dal dolore soprattutto interiore, cieco dall’età di tre anni a causa di una difterite. Scritto all’inizio del 1939 a Parigi, in un’atmosfera tesa da una parte per gli ultimi echi della guerra civile spagnola e dall’altra per l’imminente inizio della seconda guerra mondiale, è la prima opera di Rodrigo per chitarra e orchestra. La strumentazione è davvero unica e per questo merita d’essere conosciuta e ascoltata: non è così frequente infatti nella storia della musica trovare una chitarra solista che si confronta con il suono prodotto da un’intera orchestra, e dialoga, ma da protagonista, con altri strumenti che di solito hanno ben più peso e personalità solistica all’interno degli equilibri orchestrali di una sinfonia e dei più conosciuti concerti per pianoforte o per violino del periodo mozartiano, beethoveniano e romantico.
Nonostante Rodrigo consegni alla chitarra di questo suo Concerto una brillante scrittura virtuosistica, in più passaggi noterete via via anche l’emergere di altri protagonismi passeggeri, quello del violoncello, dell’oboe, ma sempre senza offuscare timbro e cantabilità del fraseggio chitarristico. Anzi, la bellezza di questo concerto, al di là della piacevole conferma delle potenzialità delle sei corde impegnate in ambito classico, è proprio la cura, esplicita lungo tutti e tre i movimenti in cui è suddiviso il Concierto de Aranjuez, con la quale il compositore spagnolo costruisce gli equilibri sonori tra solista e orchestra. E lo sentite già dall’inizio, quando il forte della chitarra si sposa con il pianissimo dei legni. E anche quando la chitarra, come dicevamo prima, dialoga con altri strumenti, questi devono suonare sempre, per espressa indicazione di Rodrigo, con sonorità soffuse: per esempio, un passaggio in contrappunto del fagotto è prescritto “piano e grazioso”, mentre la chitarra è indicata “mezzo forte”.
Dunque, sei corde assolute protagoniste in questo Concerto che è uno dei più popolari del Novecento. Piace intensamente a un pubblico trasversale, colto e meno assiduo alla classica, distante dalla timbrica delle sei corde o sensibile alla chitarra come strumento nobile che, ricordiamo, ha un repertorio ampio che va dalle trascrizioni della letteratura liutistica alle composizioni della musica contemporanea, basti pensare al cubano Leo Brower o anche al nostro Goffredo Petrassi, che ha firmato un pezzo per chitarra meraviglioso, “Nunc”. Da questo punto di vista Joaquín Rodrigo, pur avendo scritto il Concierto de Aranjuez nel 1939, quando la musica era già nel pieno delle sue evoluzioni prima impressionistiche e poi avanguardistiche, è certamente un compositore di retroguardia, e lo dimostra questo lavoro così legato a un linguaggio tradizionale, senza fughe verso armonie appena più ardite. Eppure l’Adagio del Concierto de Aranjuez ha un’impressionante capacità comunicativa ed evocativa ed è semplicemente il brano più famoso di tutta la letteratura per chitarra e orchestra. E poi c’è un altro aspetto che fa di quest’opera uno dei brani di musica classica più graditi: e cioè la sua musicalità iberica, la forte connotazione degli stilemi spagnoli. Diciamo che tutto ciò che l’ascoltatore normalmente si attende dai timbri e dalla pulsazione ritmica della cultura musicale di Spagna, intesa come patrimonio nazionalistico e popolare, è condensato in questa partitura al cui centro sta la chitarra, strumento storicamente spagnolo per eccellenza, ingrediente saporito anche nella declinazione “flamenca”, e idealizzato nelle musiche di altri compositori iberici come Albeniz, de Falla, Turina, oppure Granados, la cui musica per il pianoforte insegue costantemente, in una tensione ideale, le luminose sonorità chitarristiche.
E così fece anche Rodrigo, che era un pianista, e in fondo si sentiva quasi estraneo a questo strumento, ma che tuttavia considerava all’epoca quasi “mitico”, fino a scrivere che «il culto e l’amore che, per la chitarra, nutriva la Spagna più profonda avevano qualcosa di religioso e di esoterico». Non solo: il Concierto de Aranjuez ha una doppia anima che trova corrispondenza nella vita stessa di Rodrigo. E lui che lo racconta: «Il mio Concerto è sì emanazione dei ricordi felici delle passeggiate con mia moglie durante la luna di miele attraverso i giardini di Aranjuez», ispirato dalla bellezza dei palazzi residenza estiva dei re Borboni in Spagna nel XVIII e XIX secolo, una reggia costruita a una cinquantina di chilometri da Madrid quasi come risposta ai fasti di Versailles. E dunque la cornice storica in cui Rodrigo compone questo lavoro è il Settecento e in alcuni tratti si percepisce dalla strumentazione scelta dal compositore spagnolo. Tuttavia, racconta sempre Rodrigo, «l’atmosfera malinconica del secondo movimento mi ricordava anche della triste epoca in cui lo scrissi, coincidendo con la perdita del bambino che io e mia moglie stavamo aspettando nel 1939».
Se infatti il movimento iniziale, Allegro con spirito, ha un andamento brillante sin dalle prime battute, con i suoi tipici “rasgueados” protagonisti dell’esposizione del tema principale, in un’atmosfera flamenca, il secondo movimento, il celeberrimo Adagio in Si, esordisce con un dialogo profondamente dolente tra il corno inglese e la chitarra, impreziosito da ricchi arabeschi delle sei corde. Nel continuo alternarsi tra gli interventi della chitarra e del “tutti” orchestrale, la maggior parte degli studiosi è concorde nel riconoscere la tristezza di Rodrigo per il figlio perduto: infatti, l’autobiografia della moglie, Victoria Kamhi, sembra confermare queste impressioni, perché propone l’immagine del compositore che straziato per la sorte del figlio perduto accenna di notte la melodia che ha reso così celebre questo Adagio nella storia della musica per strumento solista e orchestra. Anche nel dialogo tra chitarra e oboe e nel sofferto “fortissimo” dei corni del finale si sottolinea l’emergere di un dolore forte, sostenuto appunto dal “forte” dell’orchestra che accompagna il lamento delle sei corde: «La suggestione – scrive il musicologo Claudio Bolzan – è che la partitura dia voce a uno straziante conflitto interiore».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Joaquìn Rodrigo
Concierto de Aranjuez – Fantasia para un gentilhombre
Pepe Romero, chitarra; Academy of St. Martin in the Fields; Neville Marriner, direttore (Philips, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Joaquìn Rodrigo
Concierto de Aranjuez – Fantasia para un gentilhombre
Narciso Yepes, chitarra; Philarmonia Orchestra; Garcia Navarro, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music )

3) Joaquìn Rodrigo: Concierto de Aranjuez - Manuel De Falla: Noches en los Jardines de España
Gonzalo Soriano, chitarra; Orquesta National de España; Ataulfo Argenta, direttore (Classic Style, disponibile anche Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Disperazione - Felicità - Morte - Musica - Strumenti musicali

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