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20/03/2012

Un Requiem dolce e senza dolore (G. Fauré, dalla Messe de Requiem Op. 48)




Gabriel Fauré
Libera Me, dalla Messe de Requiem Op. 48
Orchestre de Paris; Choeur de l’Orchestre de Paris; Matthias Goerne, baritono; Paavo Järvi, direttore


Requiem: letteralmente, una messa in musica per i morti, composta sulla base di un testo sacro e che prende il nome dall’introito: Requiem aeternam dona eis, Domine. Ci sono Requiem non cattolici, come quello di Johannes Brahms che abbiamo già incontrato in queste pagine e che ha un orizzonte più laico, con un libretto scritto dallo stesso Brahms prendendo spunto dalla Bibbia in tedesco nella versione di Martin Lutero; oppure, Requiem ebraici nella tradizione kaddish, una delle antiche preghiere legate ai precetti della Torah. Tuttavia, nella lunga tradizione che va dal Rinascimento ai giorni nostri – con il “Requiem Polacco” di Krzyztof Penderecki, o con il dolente “War Requiem” dell’inglese Benjamin Britten – centinaia di Requiem sono stati composti nei secoli essenzialmente per musicare la Messa cattolica in favore dei defunti. Insomma, per onorare e accompagnare la morte secondo il rito liturgico della Chiesa di Roma.
Ma qui non c’è la morte. Siamo oltre. Il Requiem di Gabriel Fauré – compositore contemporaneo di Claude Debussy, Maurice Ravel e Camille Saint Saens, protagonista dell’arte francese all’alba del Novecento – è una musica di luminosità intensa, di serenità e leggerezza, che scavalca la sofferenza e la morte, le libera dal peso del terrore e dell’angoscia, e le guarda come dal Paradiso, da una prospettiva escatologica, senza pathos, senza fragore. Come se ci fossero soltanto la vita e poi la trasfigurazione. Come se Fauré avesse saltato il buio, il dramma dell’ultimo istante. E’ un Requiem senza paura, senza dolore. Com’è stato detto, una sorta di “berceuse”, dunque una ninna nanna, funebre. E crediamo che mai definizione sia più appropriata, ad esempio, per spiegare la lievità corale e la trama armonica e organistica nell’attacco del “Sanctus”, o la raffinata filigrana vocale del “Pie Jesu”, che nella versione discografica diretta dall’americano di origine estone Paavo Järvi è affidata al controtenore Philippe Jaroussky: sembra una voce femminile, ma si tratta in realtà di una voce maschile che canta in falsetto e raggiunge un’estensione da contralto-mezzosoprano, soprattutto in quelle tessiture vocali che nel Settecento erano affidate ai “castrati”.
Nel terzo video che vi proponiamo, il direttore d’orchestra Paavo Järvi spiega alcuni tratti della musicalità di Gabriel Fauré. Fra l’altro potete ascoltare un frammento del Pie Jesu cantato dal soprano Chen Reiss, comprendendo quindi la differenza tra il brano intonato dalla voce femminile e quello cantato da un controtenore sopranista maschile come Philippe Jaroussky, scelto da Järvi per l’incisione discografica del Requiem.
Nulla, per capire la meraviglia (non solo musicale, ma filosofica e spirituale) di questa “Messe de Requiem” – eseguita per la prima volta il 16 gennaio 1888 nell’Eglise de la Madeleine a Parigi – vale come le parole dello stesso compositore. Nel 1902, a circa quindici anni dalla prima versione del suo capolavoro, Fauré confidò a un giornalista: «È stato detto che il mio Requiem non esprime il terrore della morte, qualcuno l’ha definito una ninna nanna. Ma è così che io sento la morte: come una liberazione, un’aspirazione alla felicità dell’aldilà, piuttosto che un passaggio doloroso […]. Può darsi che d’istinto abbia anche cercato di uscire dalle convenzioni; da tanto tempo accompagno all’organo servizi funebri. Ne ho fin sopra i capelli. Ho voluto fare un’altra cosa».
E se ascolterete l’intero Requiem non avrete difficoltà a comprendere all’istante ciò che Gabriel Fauré intendeva: un’idea della morte semplice e discreta. Nessuna impennata solenne o svolta drammatica. Nessun sconquasso, afflizione o inquietudine delle tenebre. Prendete la parte che abbiamo scelto per la proposta d’ascolto, il Libera Me: Gabriel Fauré, a proposito del suo Requiem parlava di “liberazione”. Bene, osservate il possente baritono tedesco Matthias Goerne: nonostante la fisicità imponente, è come se fosse reso “leggero” dal superamento stesso della vita terrena. Dispiega la sua vocalità profonda – carnale, ma al tempo stesso angelica e dotata di un meraviglioso “legato” – con grazia e delicatezza. Non c’è davvero la morte qui, siamo in quell’aldilà immaginato dal compositore francese: Libera me Domine, liberami Signore, in die illa tremenda, in quel giorno tremendo.
Ma proprio nella declamazione di Matthias Goerne della parola latina tremenda, non c’è più nulla di “tremendo”, di spaventoso, e il baritono tedesco diventa “strumento” di un’idea della morte luminosa e liberatoria. Sensazione rafforzata dalla ripetizione del Libera Me da parte del coro, che riprende in consegna l’intera frase melodica dandole una visione di eterna pace e bellezza. Il terrore procurato dal pensiero del giorno del Giudizio si dissolvono nel momento di maggiore potenza vocale del coro: Fauré, evidentemente, anziché manifestare l’angoscia interiore della morte con sonorità cupe e spettacolari, assegna al coro il compito di guardare al Paradiso – anzi, dal Paradiso – con un crescendo melodico e tenerissimo sulle parole quando coeli movendi sunt et terra / Dum veneris iudicare sæculum per ignem, cioè “quando la terra e il cielo si muoveranno / mentre tu verrai a giudicare il mondo con il fuoco”. Ponendo così anche la potenza sonora del coro in sintonia con lo stile dolce e carezzevole di tutto il Requiem.
E di estrema dolcezza è anche la struttura del brano che precede il Libera Me, l’Agnus Dei, che vi proponiamo sempre tratto da un’interpretazione dal vivo dell’Orchestre de Paris e del relativo Coro diretti da Paavo Järvi. L’introduzione strumentale è caratterizzata da una melodia scorrevole, che nella frase Agnus dei qui tollit peccata mundi non ha nulla di un Requiem perché serena e affettuosa, soave, sostenuta da un’armonia semplice, eseguita dai violini all’unisono con le viole. Questa medesima melodia è subito dopo impostata da Fauré come controcanto della parte dei tenori che cominciano l’Agnus Dei, dove orchestra e soli sono protagonisti di una pagina il cui tratto fondamentale è la cantabilità. L’inizio dell’Agnus Dei e il Libera Me sono le meravigliose parti di una composizione che supera il concetto di “requiem”, cioè di riposo, per diventare musica assoluta e bellissima, ricerca di intimità, di abbandono tra le braccia del Padre, con un raffinato gioco timbrico tra coro e orchestra. Com’è stato osservato in modo acuto dal musicologo Marco Bernabei, «il Requiem di Fauré è nostalgia della vita piuttosto che terrore della morte, quasi che fossero i morti a cantare per i vivi, e non viceversa».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Gabriel Fauré
Messe de Requiem; Elegie for Cello and Orchestra; Pavane for Orchestra and mixed Choir
Orchestre de Paris; Choeur del l’Orchestre de Paris; Philippe Jaroussky, controtenore; Matthias Goerne, baritono; Paavo Järvi, direttore (Virgin Classics, disponibile anche su iTunes)

2) Gabriel Fauré
Messe de Requiem; Pelléas et Mélisande; Pavane for Choir and Orchestra
L’Orchestre Symphonique de Montréal; Charles Dutoit, direttore (Decca, disponibile anche su iTunes)

3) Gabriel Fauré
L’oeuvre d’orchestre Vol. I e II
Orchestre du Capitole de Toulouse; Michel Plasson, direttore (Emi Classics, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Fiducia - Musica - Paura - Senso della vita - Serenità - Vita e morte

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