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01/06/2010

Se il pianoforte nobilita il dolore (Fryderyk Chopin, Polonaise Op. 53)




Fryderyk Chopin
Polonaise Op. 53
Vladimir Horowitz, pianoforte


Quando il 5 novembre 1989, a New York, morì Vladimir Horowitz – il pianista russo che aveva suonato per Alexander Scriabin, era stato amico e confidente di Sergej Rachmaninov, e aveva sposato la figlia di Arturo Toscanini – i giornali di tutto il mondo scrissero che se n’era andato “l’ultimo romantico”.
Avevano ragione. Dopo di lui nessun altro pianista ha saputo incarnare così profondamente l’ideale del concertista come si era diffuso durante l’imperioso sviluppo tecnico del pianoforte nella seconda metà dell’Ottocento, e dopo l’affermazione di grandi personalità della tastiera: da musicisti-compositori come Listz e Brahms ai celebrati solisti del primo Novecento come Alfred Cortot, György Cziffra, Nikita Magaloff, Dinu Lipatti, Wilhelm Backhaus, Edwin Fischer, Svjatoslav Richter…
E per ultimo, forse proprio l’ultimo, il grande Horowitz. Celeberrimo tanto per i concerti dal vivo, soprattutto alla Carnegie Hall di New York e in tournée a Mosca, quanto per le sue storiche incisioni. Per l’eleganza sul palcoscenico, appunto, da ultimo dei romantici: papillon e fazzoletto nel taschino, gemelli ai polsini della camicia, sobrietà, presenza scenica, raffinatezza dei movimenti (lo notate bene in questo video registrato al Musikverein di Vienna). E per il modo di suonare: energico senza darlo a vedere, senza essere eccessivamente vistoso (alla Karajan, insomma), sempre controllato, misurato, seppur passionale e appassionato, dotato di un eccellente feeling con il pubblico, brillante nel pianismo virtuosistico, con una predilezione per il “rubato”, per questa lieve alterazione del ritmo rispetto a quanto scritto in partitura, una delle cifre pianistiche di Chopin che proprio con Horowitz è diventata leggenda.
Per questo, quando abbiamo deciso di proporvi un ascolto di Chopin, il compositore polacco del quale si stanno ancora festeggiando, in tutto il mondo, i duecento anni dalla nascita (febbraio 1810), la scelta di farvi ascoltare Horowitz era quasi scontata. Non che su YouTube manchino le occasioni per vedere all’opera altri pianisti: ci sono alcune incisioni, solo in audio, di Cortot, inarrivabile nell’interpretazione dei Preludi chopiniani; e poi altre riprese di Michelangeli, Pollini, Marta Argerich, o di Krystian Zimerman, ovviamente polacco, che suona una strepitosa Ballata N. 1 (merita davvero la pena ascoltarla digitando su YouTube “Zimerman plays Chopin Ballade No. 1”). Ma come ha fatto notare un visitatore del sito, “se un brano è mai stato scritto specificatamente per un pianista, allora questa Polonaise Op. 53 è nata per Vladimir Horowitz. E un altro internauta, evidentemente musicista, in un commento precedente aggiunge: “Certo che Horowitz fa qualche errore, chi non ne fa? Però l’emozione e la passione che trasmette in questo pezzo lasciano senza fiato”.
È così. Vi invitiamo ad ascoltare più volte questa Polacca di Chopin. Ne sarete catturati. Non tanto dalla maestria pianistica dell’esecutore, autore di una lettura dal vivo di una forza impressionante per potenza dinamica, ardente, quindi “romantica” nel senso più pieno; piuttosto dall’ideale che sottintende questa composizione di Chopin. Che non è il musicista dei salotti imbellettati, delle fanciulle della buona borghesia, dei circoli raffinati e aristocratici, come si tende a credere in modo sbrigativo. Chopin fu artista di accese e tumultuose passioni, uomo lacerato da angosce e ossessioni profonde, dalla malinconia, dalla tristezza per la lontananza dalla sua terra. Segnato dalla solitudine, dalla depressione e dall’esplodere della malattia, la tubercolosi polmonare, che l’ha accompagnato sino alla morte dopo appena 39 anni di vita.
Il vero Chopin è questo. Ed è il compositore che reagisce al dolore con la musica, soprattutto al dolore “patriottico”, con pagine ispirate dalle notizie che gli arrivano dalla Polonia lontana, dalla quale si era allontanato a vent’anni per tentare la fortuna come compositore, in un momento in cui il suo popolo era dilaniato e disperso.
L’Europa vive momenti difficili. La Polonia ha subìto tre spartizioni, è scomparsa come Stato, annessa da Austria, Prussia e Russia. Caduto Napoleone, il Congresso di Vienna ha istituito il Regno di Polonia, “per sempre legato all’impero russo”. A Varsavia c’è tensione. La ribellione dell’esercito polacco costringe alla fuga re Costantino, fratello dello zar. Si scatena la repressione russa. La lotta dei polacchi per la libertà dura mesi, ma termina con la caduta di Varsavia, settembre 1831.
Sono le notizie che raggiungono Chopin mentre è a Vienna. E pur nella prostrazione della malattia, quella fisica, dovuta alla tisi, Chopin non abbandona il pianoforte e compone un’altra Polacca, Op. 40, uno dei tanti omaggi alla sua terra martoriata, così intenso dal punto di vista “politico” che lo zar di Russia, intuendone la forza rivoluzionaria, vieterà di suonarla.
La stessa forza s’annida nella Polacca che vi proponiamo in questo video, l’Op. 53. Secondo lo storico musicale Rodolfo Venditti, “un altro caso emblematico in cui il pianoforte si rivela strumento totale, capace di esprimere la coralità di tutto un popolo in rivolta”. E già dopo le prime battute, magnificamente sorrette da Horowitz, apprezziamo l’impetuosa forza di questa composizione. Scrive il musicologo: “Dopo una breve e possente introduzione, sboccia un canto appassionato: più che un canto, è un grido, un grido tempestoso, in cui la tastiera è impegnata in tutta la sua estensione. In un episodio dominano i bassi, come un sordo rullio di tamburi, che cresce con impressionante potenza. Il canto epico lascia poi spazio a un episodio di affettuosa tenerezza; la ripresa del grido tempestoso conclude la composizione”.
Vi suggeriamo di ascoltare tutto questo immaginando chi ha creato queste note nella solitudine di una stanza, in una città pur spumeggiante come Vienna ma “straniera”, in un esilio dorato ma doloroso, frustrato dal sentimento d’impotenza per non essere in grado di aiutare il proprio popolo e nello stesso istante “urlando” al mondo la propria vicinanza alla causa della Polonia dilaniata.
E a parte i passaggi di potente e rivoluzionaria forza patriottica che sorreggono tutta la Polonaise, vorremmo che vi soffermaste, esattamente al minuto 2’26’’, su una nota bellissima, brillante, coraggiosa come il popolo polacco che si batte per la propria indipendenza (alla quale nessuno ha mai dato l’accento interpretativo che dà Horowitz), appena “rubata” con maestria dal pianista russo e tenuta con il pedale per un tempo che sembra non finire. E che proprio per questa sua luminosa durata - come un raggio di luce e di speranza che squarcia l’angoscia - ci accompagna nelle profondità della musica di Chopin, fatta d’impeto, di passione civile, di moti rivoluzionari, di battaglie patriottiche, ma anche di lirismo, d’intimità, di abbandoni romantici.
E se il compositore polacco, nonostante i gravi problemi di salute e la tensione continua verso la libertà del proprio popolo, ha trasferito tutto questo sul pianoforte, allora la forza di questa Polonaise Op. 53 può accompagnare anche noi oltre la sofferenza. Può essere il simbolo di una ribellione anche nei confronti del dolore. Nel 1838, durante il periodo della relazione con la scrittrice Aurore Dupin (si faceva chiamare George Sand), la malattia di Chopin si aggrava. La tosse diventa perseverante. Per un po’ si trasferisce a Maiorca, in Spagna, ma l’umidità peggiora la situazione. Il musicista soffre di allucinazioni, confesserà in una lettera di avere avuto la visione di creature orrende che uscivano dal pianoforte.
Negli ultimi anni il dolore diventa insopportabile. La tisi è inesorabile: tosse, febbre, sbocchi di sangue. Eppure la sua musica, incredibilmente, diventa più eterea, più “pura”, quasi trasfigurata. Non si sentono più i “tamburi” ostinati dell’esercito polacco in lotta contro lo zar; e neppure i lirismi romantici con i quali si fa spesso, erroneamente, coincidere la poetica chopiniana. No, la musica del compositore polacco è come se, nell’avanzare del dolore, diventasse più impalpabile, spirituale. Si affina, la melodia si dissolve, anticipa l’impressionismo musicale di Debussy. È il periodo della Berceuce Op. 57, o della Barcarolle Op. 60.
Chopin muore a Parigi, al 12 di Place Vendôme, nel 1849. Aveva chiesto che al funerale, nella Chiesa della Madeleine, fosse suonato il Requiem di Mozart. Il corpo è sepolto nel cimitero di Père Lachaise, e nella tomba c’è la tazza di terra polacca che aveva portato con sé a vent’anni. Invece il cuore, per sua espressa volontà, è a Varsavia, murato in un pilastro della Chiesa di Santa Croce. Sopra è incisa una frase del Vangelo di Luca: “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”. Ma se riprendete la Polonaise suonata da Horowitz, e le altre incisioni che vi suggeriamo, sentirete che il cuore del più straordinario autore di musiche per pianoforte solo della storia, l’artista che ha portato alla perfezione il romanticismo musicale, batte ancora. Eccome. È vivo come non mai.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Favorite Chopin (Expanded edition)
Vladimir Horowitz, pianoforte
Sony BMG Music (disponibile anche su iTunes)

2) Chopin: 10 Mazurkas, Prelude N. 25, Ballade No. 1, Scherzo No. 2
Arturo Benedetti Michelangeli, pianoforte
Deutsche Grammophon (disponibile anche su iTunes)

3) Chopin: 24 Preludes, Impromptus, Berceuce, Tarantelle (*)
Alfred Cortot, pianoforte
Naxos (disponibile anche sulla libreria di iTunes)
(*) di rigore per l’interpretazione dei Preludi. Nonostante la trasposizione in digitale, si sente ancora il vecchio 33 giri. Ma è un disco leggenda.

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Parole chiave:
Dolore - Guerra - Malattia - Musica - Nostalgia - Resilienza

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