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20/03/2018

Ritorno all'essenziale, al nocciolo dei suoni (Philip Glass, Metamorphosis Two)




Philip Glass
Metamorphosis Two
Lavinia Meijer, arpa


Dopo la nostra tournée sudamericana, iniziata con il compositore argentino Carlos Guastavino, e proseguita con il brasiliano Heitor Villa-Lobos, prima di rientrare in Europa, cuore pulsante di tutta la musica d’arte, dal Medioevo alle sperimentazioni dodecafoniche e seriali della Seconda Scuola di Vienna, facciamo una sosta negli Stati Uniti, dove vive e lavora uno dei più ascoltati musicisti contemporanei, autore di pagine di successo presso il pubblico non solo colto, perché fruibili e immediate: Philip Glass, di Baltimora, 82 anni, il più autorevole compositore americano, ricco di commissioni per il teatro, la musica pura e il cinema.
L’arte di Glass spazia dalla sinfonia al quartetto (bellissimi quelli proposti dal Kronos Quartet), dai concerti per strumento (anche il clavicembalo) al pianoforte solo. Noi lo incontriamo qui in uno dei suoi capolavori della fine degli anni Ottanta, Metamorphosis Two, scritto per pianoforte, ma qui proposto in una suggestiva versione dell’arpista Lavinia Meijer, sudcoreana naturalizzata olandese, che attraverso i colori e il timbro del suo strumento dona nuove vibrazioni alla “Metamorfosi” del compositore americano.
Le sensazioni immediate che si colgono al primo incontro, e si confermano nel riascoltare questa pagina, anche nella versione originale, sono di una musica “semplice”, ripetitiva, quasi priva di melodia, governata da una struttura minima, che tuttavia, o forse proprio per questo, ci attraversa come una sorta di meditazione, di purificazione mentale, di sospensione dello spazio e del tempo. Se ne resta soggiogati senza quasi capire perché, o forse, più che soggiogati, incantati, in una dimensione di essenzialità che induce a fermarci da ogni attività quotidiana, in una sorta di benefica trance.
Ora questa musica è solo apparentemente semplice. E non lo è per caso. C’è dietro un pezzo di storia della musica classica contemporanea. Ed è opportuna qualche spiegazione.
Tutto inizia nel secondo Novecento, dopo i lavori di John Cage, compositore di peso ma complesso perché eccessivamente sperimentale, autore di studi sul rumore o sul silenzio che non sono così facili da ascoltare. Dalla generazione contemporanea e successiva a Cage, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, prende vita negli Stati Uniti una tendenza, la minimal music, o “minimalismo”. Il termine è stato coniato dal compositore inglese Michael Nyman per indicare un tipo di musica che contrappone alla modernità, alle sperimentazioni delle avanguardie più estreme, fatta di complessità quasi incomprensibili, spesso inascoltabili, un linguaggio di estrema semplicità, basato sulla ripetizione sfasata di mini strutture ritmico-melodiche.
In altri termini, per minimalismo s’intende l’estrema riduzione del materiale musicale tradizionale, e la reiterazione di una frase con microvariazioni. Uniforme, spesso pienamente tonale, priva di una struttura armonica definita, una composizione minimalista cambia progressivamente, ma in modo quasi impercettibile, dando l’impressione d’essere statica. Non si tratta, però, di compositori banalmente ripetitivi, ma di pagine che hanno una loro circolarità, con l’ambizione di avvolgere chi ascolta, di renderlo partecipe di un discorso che sembra non avere né inizio né fine, rendendo la musica stessa un modo d’essere, l’esperienza della vita in quel momento, dove è importante la coscienza, l’attimo dopo attimo, la consapevolezza.
A proposito di Philip Glass, infatti, si parla di “ripetizione nella sublimazione”. Dove non si annuncia nulla, dove non ci sono “programmi” o descrizioni. Un’esperienza che sta in sintonia con le nostre percezioni, più che con la volontà di andare in un auditorium, o di sedersi a casa davanti allo stereo, per sentire un racconto, una storia. Qui, a partire da questa Metamorphosis dipanata dall’arpa, come in tutte le altre composizioni di Glass e degli altri autori di minimal music, non si racconta il dolore, non lo si mette sul pentagramma perché vissuto dal compositore o preso a testimonianza dalle vicende altrui, ma si anticipa il dolore, lo si lascia fuori dalla vita come uno yogi immobile sulla riva del Gange.
Glass, infatti, dopo avere terminato gli studi musicali classici, violino, flauto e pianoforte, essersi perfezionato alla Julliard School di New York, e dopo una borsa di studio per studiare a Parigi, dal 1963 al 1965, con la celebre didatta Nadia Boulanger, che lo guida all’analisi delle partiture di Bach, Mozart e Beethoven, conosce il compositore indiano Ravi Shankar. Il sodalizio con il virtuoso del sitar lo guida alla ricerca di un’unione spirituale tra la musica e il nostro essere più profondo. E il solco lasciato da Shankar non è solo artistico: durante un viaggio in India entra in contatto con la comunità dei rifugiati tibetani; diventa buddhista e vegetariano, per un po’ anche vegano.
Glass fa parte di una generazione di compositori minimalisti nati tutti intorno al 1935-1936, i più celebri dei quali negli Stati Uniti sono Steve Reich e John Adams; in Europa l’inglese Michael Nyman e l’estone Arvo Pärt (che abbiamo già ascoltato qui e a proposito del quale si parla soprattutto di “minimalismo spirituale”). In Italia, oggi, sono considerati minimalisti di successo Ludovico Einaudi ed Ezio Bosso.
Occorre ricordare che la “minimal music” sta all’interno della più ampia “minimal art”, dalle arti plastiche alla letteratura. A metà anni Sessanta s’inizia a parlare addirittura di “minimal life”, nella vita quotidiana, in opposizione al boom consumistico degli anni ‘50. In questo senso il minimalismo può essere considerato il contrario del consumismo in musica, dello “spreco”, una reazione in forma artistica, un ritorno all’essenzialità, al nocciolo dei suoni, a una visione quasi monastica della musica (in fondo, che cosa c’era di più “minimal” del canto gregoriano?), nel senso di un uso parco degli ingredienti sonori, dei materiali.
E quindi il repertorio minimalista avrebbe buoni valori terapeutici, perché l’estrema semplicità di comunicazione non obbliga a processi cerebrali, è lontana da strutture armoniche difficili da comprendere, che solitamente prevedono studio e percorsi di educazione all’orecchio, e dunque è come una cantilena primordiale, una pulsazione che riporta all’origine della vita, annullando le incrostazioni di sofferenze, rancori, nevrosi.
Negli ultimi anni, senza rinunciare alla ripetizione di semplici formule ritmico-melodiche, combinate con suggestioni musicali extraeuropee, soprattutto orientali, Glass privilegia uno stile più vicino alla tradizione sinfonica americana, sulle rotte armoniche tradizionali di un compositore connazionale celeberrimo e non minimalista, quel Samuel Barber che abbiamo già ascoltato per il celebre Adagio per archi. Un Glass che si apprezza nella colonna sonora di un film d’autore, The Hours, del 2002, la storia di Virginia Woolf, che potete facilmente ascoltare su YouTube. E se è vero che una sequenza di Glass lascia in trance, vale la pena provare il potere sensoriale delle sue partiture.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Philip Glass
Solo Piano
Philip Glass, pianoforte (Sony Bmg, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Philip Glass
Kronos Quartet performs Philip Glass
Kronos Quartet (Nonesuch Records, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Great Performances
Barber’s Adagio and other romantic favorites for strings
New York Philarmonic; Leonard Bernstein, direttore (Sony Bmg, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Culture - Emozioni - Musica da camera

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