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28/06/2011

Quando la musica era un privilegio (Johann Sebastian Bach, dalla Suite in mi maggiore BWV 1006a)




Johann Sebastian Bach
Prelude, dalla Suite in mi maggiore BWV 1006a
Hopkinson Smith, liuto barocco


Un tempo era il re degli strumenti. Oggi è suonato da un ristretto numero di specialisti al mondo e frequentato, in disco o nei concerti, tra chiese e monasteri, da pochi appassionati di musica antica. Ma il suo suono, intimo e raccolto, è capace come pochi altri d’esaltare melodie e invenzioni polifoniche del repertorio rinascimentale e barocco. E di entrare immediatamente in empatia con chi ascolta. A patto di accettarlo per quello che è o, meglio, per ciò che è stato: una “voce” in punta di piedi, flebile, a volte quasi impercettibile, che risuonava per pochi eletti, in qualche salotto delle corti di principi e imperatori, magari davanti a un camino acceso o a una tavola imbandita, alla presenza di pochi invitati, forse gli amici del nobile signore, dove chi suonava era spesso l’autore delle musiche, come il nostro Francesco da Milano nel Cinquecento, o l’immenso Silvius Leopold Weiss, forse il più grande per questo strumento, contemporaneo di Johann Sebastian Bach.
Per questo abbiamo pensato di farvi conoscere e scoprire il liuto, strumento a corde doppie, chiamati “cori”, che si suona appoggiando il mignolo sulla cassa armonica e pizzicando le corde con le altre dita, e ha una valenza fortemente terapeutica. Non essendo dotato di una risonanza potente, come la chitarra, ha un suono piuttosto debole, e lo si comprende anche dalle prime note del video che abbiamo selezionato per voi. Un suono “in sordina”, tenue, timido, perché il liuto non nacque certo per le grandi folle o per i concerti all’aria aperta che tanto scatenarono la fantasia concertistica e pianistica di Mozart; al contrario, viveva la sua dimensione strumentale più autentica davanti a un pubblico ristretto, al massimo 5-6 privilegiati e fortunati ascoltatori. Una sorta di accompagnamento privatissimo, esclusivo, come se oggi chiamassimo un musicista a casa nostra, a suonare per noi, per la nostra famiglia o per un pugno di invitati.
La composizione che abbiamo scelto per voi è la Suite in mi maggiore BWV 1006a, un adattamento della Partita per violino solo BWV1006 che Bach compose nel periodo vissuto a Lipsia dove, dopo la pratica cameristica esercitata a Kothen, il liuto diventò protagonista del florilegio strumentale del Kantor. Complice, come racconta il massimo studioso di Bach, il torinese Alberto Basso, «l’affezione che la nuova e galante Lipsia nutriva per l’antico e nobilitato strumento della borghesia intellettuale. Nei territori tedeschi, il liuto godeva, ancora nei primi decenni del Settecento, di qualche considerazione».
Bach morì nel 1750, lasciandoci, oltre alle composizioni adattate da altri strumenti, anche pagine originali per liuto, o concepite per un repertorio comune: una delle più brillanti, per esempio, è il celebre Preludio, Fuga e Allegro BWV 998, indicato dallo stesso Bach “pour la Luth ò Cembal”, degli anni 1740-1745 circa, conservato autografo a Tokio (i giapponesi sono tra gli appassionati più convinti e invitano spesso gli specialisti per lunghe tournée).
Dopo la morte di Bach, il liuto entra in una sorta di limbo. Mozart lo dimentica, Beethoven altrettanto. Poi si entra nel Romanticismo: violino, pianoforte e il sinfonismo orchestrale diventano protagonisti assoluti del concertismo ottocentesco e degli epigoni del tardo romanticismo. Quasi all’improvviso, ma siamo ormai nel secondo Novecento, ecco la riscoperta del liuto, che avviene per impulso di alcuni artisti “nati” dalla chitarra: meravigliosi musicisti come l’americano Paul O’Dette, lo svedese Jakob Lindberg. Oppure come Hopkinson Smith, l’interprete che ascoltate in questo video, una sorta di Glenn Gould degli antichi strumenti a corde, che oggi vive e insegna a Basilea. Nato a New York, a 23 anni è volato in Svizzera per studiare il liuto, perché alla fine degli anni Sessanta negli Stati Uniti non c’era neppure una scuola che insegnasse lo strumento. Ovviamente l’Europa, anche per il background musicale e culturale del suo repertorio, è diventata il principale centro di attività di questo liutista. La cui attività e sensibilità, forse più di altri, sa trasmettere la magia che i repertori di Rinascimento e Barocco hanno portato a noi attraverso i secoli.
Smith ha studiato molti strumenti, dalla chitarra elettrica a quella folk, e poi corno, sassofono, tromba. Verso i 16 anni si è avvicinato alla chitarra classica, più tardi al liuto, la cui principale caratteristica è soprattutto il sistema delle corde doppie, che producono una particolare qualità di suono. Spiega Smith: «E’ come se avessi trovato finalmente la mia voce. Si tratta non solo di uno strumento affascinante per la forma (presente in tanta pittura del Cinquecento e del Seicento), delicato per la bellezza del timbro sonoro, intimistico, ma anche ricco di un repertorio originale sterminato, proprio perché doveva alimentare la quotidiana musica di compagnia nelle corti europee. Ed è un’emozione pensare che molte di queste pagine, giunte a noi da circoli esclusivi, dalle stanze private di re e imperatori, hanno in sé la bellezza eterna per essere finalmente apprezzate da un pubblico più vasto, che secoli fa non poteva ascoltarle».
La riscoperta del liuto ha fatto sì che in tutto il mondo – essendo davvero pochi gli specialisti in grado di studiare, eseguire e riproporre a distanza di secoli il repertorio direttamente sulle “intavolature” – il pubblico appassionato di musica rinascimentale e barocca da anni affolli con entusiasmo i (rari) concerti che permettono di scoprire, oltre a una sonorità perduta nel tempo, anche luoghi straordinari come vecchie abbazie, chiese romaniche o gotiche, chiostri di monasteri, castelli e antiche dimore. E cioè gli stessi luoghi per i quali, 300-400 anni fa, queste musiche furono composte e suonate. Meritevole, per esempio, è una rassegna piemontese, “Tastar de corda”, che si svolge ogni anno tra maggio e giugno in alcune delle più belle chiese alle porte di Torino – fra Sant’Antonio di Ranverso, Avigliana, Giaveno – e dove sono stati ospiti Hopkinson Smith e Jakob Lindberg, in concerti memorabili per intensità strumentale e raccoglimento spirituale.
In che cosa consiste allora oggi il valore terapeutico del liuto? Semplice: non essendo più lo strumento di pochi eletti, la colonna sonora di conti e marchesi, o della borghesia illuminata che viveva ai margini della nobiltà, capita di ascoltarlo anche in sale (bellissime dal punto di vista storico e architettonico) con 200-300 persone. Il suo timbro, tuttavia, non è cambiato, non è e non sarà mai amplificato, è rimasto quello dell’inglese John Dowland, per esempio, se parliamo di liuto rinascimentale, o di Johann Sebastian Bach se ci riferiamo al liuto barocco. Timbro antico, ma pubblico e spazio intorno sono di dimensioni moderne: non più la sala da pranzo o la sacrestia di qualche cardinale, ma chiese e monasteri in Italia, in Francia, in Giappone.
Dunque, come è sempre capitato a chi scrive queste note, occorre “andare incontro” al liuto, tendere l’orecchio, inseguirlo: è una disciplina d’ascolto che apre la mente. Non è una sinfonia con un organico brahmsiano che ti investe e ti abbraccia. Sei tu che devi fare “silenzio” e accogliere il liuto. Ascoltando un concerto devi salire verso il suono, che è lo stesso di 400-500 anni fa. Un “Ricercare” di Francesco di Milano – detto il Divino per l’abilità, soprannome che condivise con Michelangelo Buonarroti – è tutta una trama in filigrana strumentale, dove le dinamiche fortissimo-pianissimo sono assenti, e per farla propria occorre chiudere gli occhi e immaginare d’essere alla corte degli Sforza. Un Preludio “dal vivo” di Jacques de Gallot il Vecchio, attivo a Parigi alla corte del Re Sole, richiede che l’attenzione diventi partecipazione, e in cambio ti restituisce una pace interiore disegnata su un tessuto di freschezza melodica. E anche mettendo uno dei dischi che vi suggeriamo, con una presa di suono più “presente” dal punto di vista tecnologico, si tratta comunque di uno strumento da non ricevere passivamente attraverso le casse acustiche: occorre accarezzarlo, corteggiarlo, compiere un percorso d’avvicinamento alla sua voce.
In questa ricerca, in questa salita alle sorgenti della civiltà strumentale, in questo impegno per “ascoltare” una sonorità mai così lontana dalla nostra epoca tempestosa e acusticamente invadente, si fa largo un benessere che raggiunge l’anima, un riposo del pensiero e del cuore, con frasi melodiche e armonie ricamate. Con il liuto dobbiamo, per forza, andare incontro alla musica. Rincorrerla, più che farci inseguire. E’ un cammino, più che un ascolto. E può accadere che un lungo cammino porti con sé una guarigione.
Quindi, per questa volta, buon cammino...

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Per approfondire l'ascolto

1) Johann Sebastian Bach
Lute Music
Jakob Linberg, liuto (Bis)

2) Silvius Leopold Weiss
Pieces de Luth
Hopkinson Smith, liuto (Astrée)

3) Francesco da Milano
Intavolatura da liuto del divino Francesco da Milano
Hopkinson Smith, liuto (Astrée)

Oltre alla discografia suggeriamo anche il documentario “L’Ame du luth – Hopkinson Smith à Aix-en-Provence” (in francese), sull’attività concertistica e didattica del liutista newyorkese ai seguenti indirizzi: Prima parte e Seconda parte.

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Parole chiave:
Ascolto - Interpretazione musicale - Musica - Pace - Strumenti musicali

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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