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06/08/2013

Nel ritmo un elogio alla lentezza (Maurice Ravel, Boléro)




Maurice Ravel
Tempo di Boléro (Moderato assai)
Orchestra Sinfonica nazionale della Rai; Gabriele Ferro, direttore


Proprio per fuggire la banalità di commentare una musica universalmente nota, seppure un po’ consunta e logora – e tuttavia protagonista di una diffusione di massa da oltre 80 anni, precisamente dal 1930 – avevamo lasciato questa pagina nell’ombra della storia, fingendo di dimenticarla. C’è sempre il rischio, quando si discute di partiture entrate nel DNA di chiunque, di non coglierne la forza autentica finendo per metterle sullo stesso piano, “popolare”, di una canzonetta. Con tutto il rispetto per le canzonette, visto che un musicista come Ennio Morricone, 400 colonne sonore alle spalle, confida in un’intervista: «Scrivere una melodia è alla portata di qualsiasi studente di composizione, scrivere una bella melodia è questione che riguarda i grandi compositori, scrivere una melodia “orecchiabile” è un miracolo. Io quel miracolo non l’ho mai fatto, molti autori di canzonette sì».
Dunque, avevamo tenuto il celeberrimo Boléro di Ravel un po’ in disparte. Ma le recenti dichiarazioni del pianista e “compositore” Giovanni Allevi, dichiarazioni di un’inesattezza e superficialità sconcertanti («I giovani non si innamorano della musica classica perché manca di ritmo»), ci hanno convinto che è ora di riascoltare, con qualche consapevolezza in più, il Boléro, la cui forza – oltre a un principio di iterazione dei moduli melodici e un processo di accrescimento strumentale realizzato da Ravel con razionalità e senso dell’architettura orchestrale – sta proprio nell’efficacia delle sue pulsazioni ritmiche, che poggiano su un’idea musicale ancorata alla ripetizione ossessiva. Una pagina che si è miracolosamente trasformata, anche e proprio in virtù della potenza espressiva del ritmo (indicato da Ravel in partitura come “Tempo di Boléro-Moderato assai”), in un immaginario collettivo in cui è facile rintracciare le emozioni della trasgressione esotica, di una sensualità accesa, di un “erotismo sconfinato” (come scrive Paolo Conte in un suo pezzo dedicato al Tango, altra forma musicale incardinata nel ritmo). Ed è questo il giusto approccio all’ascolto del Boléro: una musica che proprio per le sue avvolgenti spire armoniche accende la fantasia, fa volare l’immaginazione, concede ebbrezza ai sensi, smorza le tensioni, regala pace interiore ed energia lenitiva.
Ma vale la pena ricordare, per non essere messi fuori strada da un’operazione mediatica e di marketing, che cosa ha affermato esattamente Allevi (un furbo che con queste dichiarazioni ha accesso ancora una volta, a costo zero, i riflettori sui suoi concerti e sui suoi dischi): «Un giorno stavo ascoltando a Milano la Nona Sinfonia di Beethoven e accanto a me c’era un bimbo annoiato che chiedeva insistentemente al padre quando finisse. Credo che in Beethoven manchi il ritmo. Con Jovanotti, con il quale ho lavorato, ho imparato il ritmo, elemento che manca nella tradizione classica. Nei giovani manca l’innamoramento nei confronti della musica classica proprio perché manca di ritmo».
Ora, a parte che il pezzo più famoso in assoluto di Beethoven, il brano che tutti conoscono, è l’attacco della Sinfonia No. 5 che guarda caso è ritmicamente formidabile, tanto che la gente ricorda la pulsazione di Beethoven ma non la curva della melodia, né l’armonia: nessuno sa che l’incipit della Quinta è una terza minore, che è un “levare”, a quali strumenti è affidato, ma tutti ricordano il ritmo; a parte che – in un altro capolavoro di Beethoven, la Sonata per pianoforte Op. 111 (se Allevi la riascoltasse ogni tanto) – il compositore tedesco, quanto a ritmo, ha addirittura anticipato gli stilemi del jazz di oltre un secolo; a parte tutto questo, ad Allevi ha risposto il musicista Nicola Piovani (premio Oscar per la colonna sonora de “La vita è bella”): «In Beethoven manca ritmo? Come dire che in Dante manca la metrica, in Caravaggio manca la luce, in Hitchcock manca il montaggio».
Perché, come dimostrano infinite musiche capaci di farci dimenticare sofferenze e inquietudini proprio grazie alle pulsazioni ritmiche (una ricchezza già presente in alcuni Canzonieri rinascimentali dipinti in modo mirabile da Jordi Savall e dal suo Hesperion XX, tutti basati sulla trascinante energia delle percussioni), non esiste musica senza ritmo, e quello della “classica” è infinitamente più vario e ricco del pop. Semmai può esistere la musica di “solo ritmo”, quindi più semplice, più povera, ed è per questo che un ragazzo abituato a sentire una melodia appoggiata esclusivamente sulla batteria, deve abituarsi a una realtà più complessa se intende apprezzare la musica d’arte: altrimenti, certo, ha l’impressione iniziale di annoiarsi. Ma non perché Beethoven e la classica non abbiano ritmo.
Il Boléro di Ravel è lì a dimostrarlo, una composizione costruita dall’inizio alla fine su un ritmo ostinato, che riassume tutte le conquiste dell’orchestra a inizio Novecento, pensata in origine per il teatro, ma che approdata in sala da concerto raggiunge fama globale. Lo stesso Ravel si stupì di questo successo e diceva: «Come possibile che questo brano sia così amato, quando in realtà non c’è musica». E Ravel aveva ragione. Come ha spiegato lo studioso Giovanni Bietti su Rai3, «è un pezzo costruito senza gli ingredienti che hanno fatto la storia dell’armonia, e cioè l’elaborazione, la variazione, la modulazione, il movimento, il cambiamento. Qui dentro la varietà è soltanto di colore orchestrale, perché la pagina non è altro che un enorme, straordinario crescendo che dura una quindicina di minuti».
E dunque in che cosa risulta così seducente questo brano? Appunto, nella qualità orchestrale, nel modo in cui Ravel è capace di mostrarci tutte le potenzialità strumentali dell’organico, la fantasia timbrica dei colori, e soprattutto nel rigore ritmico, in questo bellissimo crescendo “a terrazze” il cui risultato è il nostro coinvolgimento emotivo, la voglia quasi di danzare, un brivido che ci percorre aumentando d’intensità e facendoci viaggiare quasi come su un tappeto volante in un’atmosfera da Mille e una notte.
Il primo elemento della composizione, l’elemento a cui è affidato l’intero pezzo, è un tamburo militare che all’inizio suona pianissimo poggiandosi subito e in modo deciso sul ritmo. Fisso. Stabile. Per tutto il brano sentirete questo ritmo, affidato sempre al tamburo al quale di volta in volta si aggiungono gli altri strumenti, che si affiancano al tamburo nella pulsazione ritmica appena hanno terminato di svolgere i due temi melodici, celeberrimi, del Boléro. E il video di YouTube che abbiamo scelto ha il merito di essere molto “didascalico” in questo senso, aiutando l’ascoltatore a capire il ricamo di Ravel nella progressiva e irresistibile orchestrazione del suo capolavoro.
C’è una gradualità formidabile nella costruzione di questo brano: il compositore francese parte con il primo tema melodico assegnato al flauto – lo strumento più timbricamente delicato ed etereo dell’orchestra moderna (cosa assai diversa è il flauto nei suoi colori più asciutti del repertorio barocco) – poi passa al clarinetto e all’oboe, e si affida in seguito al fagotto che porta avanti il secondo tema melodico, per finire con la sezione più corposa, quella delle percussioni, passando dagli ottoni, trombe e tromboni, in un’ascesa della massa sonora in cui, se ascoltate questo brano non nel solito modo scontato, frettoloso, distratto, dovuto proprio alla popolarità e universalità della composizione, vi gusterete la pazienza certosina con la quale Ravel cresce a mano a mano in intensità e sensualità. Senza fretta o impazienza, dilatando gli spazi, quasi fosse una “slow music” che dev’essere consumata gustando la bontà degli ingredienti, e non per soddisfare un appetito vorace e immediato. Oggi, anche per combattere stress e dolore, si parla tanto di “vivere con lentezza”, sono nati anche siti Internet e associazioni. Ecco, il Boléro di Ravel è un ritmico elogio alla lentezza come qualità della vita.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Maurice Ravel
Boléro - Rapsodie Espagnole - Ma Mère l’Oye
Berliner Philharmoniker; Pierre Boulez, direttore (Deutche Grammophon, disponibile anche su iTunes e Google Play)

2) Maurice Ravel
Daphnis et Chloe - La Valse - Pavane pour une infante défunte
L’Orchestre Symphonique de Montréal; Charles Dutoit, direttore (Decca, disponibile anche su iTunes e Google Play)

3) Maurice Ravel
The orchestral masterpieces
L’Orchestre de la Suisse Romande; Ernest Ansermet, direttore (Decca, disponibile anche su iTunes e Google Play)

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Parole chiave:
Immaginazione - Musica - Strumenti musicali

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