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12/08/2014

La tristezza si trasforma in serenità purissima (Antonín Dvořák, dal Trio per pianoforte OP. 65)




Antonín Dvořák
Trio per pianoforte, violino e violoncello Op. 65
Poco adagio
Leonore Piano Trio: Benjamin Nabarro, violino; Gemma Rosefield, violoncello; Tim Horton, pianoforte


Se dal dolore può nascere tutto questo, bellezza allo stato puro, allora non ci sono dubbi, aveva ragione il filosofo latino Lucio Anneo Seneca, al quale è attribuita una citazione che spiega come spesso il momento della creazione artistica tragga origine dalla sofferenza: «Per aspera ad astra», ossia «Attraverso le asperità, si giunge alle stelle». E’ qui a dimostrarlo l’avventura umana e professionale di Antonín Dvořák, il celebre musicista ceco spesso ricordato, nelle incisioni discografiche e nelle sale da concerto, per le Danze Slave, forse perché in queste pagine vibrano con più intensità la semplicità e la gioia del far musica tipico dei musicisti boemi, la loro cantabilità fortemente ispirata ai temi popolari. Nonostante Dvořák si sia fatto influenzare dalla musica occidentale tedesca, soprattutto dal sinfonismo di Brahms e dalle innovazioni armoniche di Wagner, è questo lo Dvořák più applaudito dal pubblico di tutto il mondo, che fa rivivere canti di strada, di campagna, di osteria nella spontaneità della sua produzione orchestrale, utilizzando materiali melodici e ritmici del patrimonio folcloristico, in particolare le danze, come la “Dumka”, canto popolare slavo di origine ucraina, dal carattere malinconico e assorto, che infatti diventa il materiale per comporre il Trio Op. 90, detto appunto “Dumky”.
Tuttavia, di Dvořák sono assai meno conosciute al grande pubblico proprio le altre creazioni cameristiche, tra le quali si nascondono gioielli come quello che vi proponiamo questa settimana: l’opera 65. Un Trio classico nella forma (pianoforte, violino e violoncello), che precede di qualche anno il più celebre “Dumky”, ma che in particolare nel suo terzo movimento, il “Poco adagio”, rivela con maggiore evidenza quanto Dvořák abbia assorbito la lezione brahmsiana e che, come scriveva il musicologo Sergio Sablich, «oscilla tra l’eloquenza del canto a tutto tondo (il cantabile del violoncello all’inizio) e l’assorta malinconia di un intenso ripiegamento lirico».
Ma se è vero che, attraverso le asperità, si giunge alle stelle, allora si spiega anche la musica meravigliosa di questo Trio, concepito in seguito a un lutto: la morte della madre del compositore. L’evento doloroso non ha una corrispondenza diretta con il materiale sonoro del Trio, che non è quindi funebre nel senso di “musica a programma”, ma mostra invece una luminosità straordinaria tipica, come abbiamo più volte visto in questa rubrica, dei musicisti che riescono a sublimare nella gioia delle note le sofferenze più intense. E questo Trio Op. 65 è una pagina straordinaria per la varietà di idee musicali, ricca di spunti, di invenzioni, di colpi di scena, bellissima da ascoltare più volte senza che venga mai a noia la sua trama strumentale, certo dominata da uno slancio drammatico ma anche portatrice di vigore vitale, nella quale è impossibile non riconoscere, soprattutto nel terzo movimento che qui abbiamo scelto, l’influsso della musica da camera di Brahms. E l’ammirazione per il genio di Amburgo è ben documentata da una lettera scritta da Dvořák al suo editore, nella quale il musicista racconta di una visita a Brahms durante un viaggio a Vienna, sei mesi dopo la composizione del Trio: «Non l’ho mai trovato in una così allegra disposizione di spirito. Siamo stati insieme sempre, a mezzogiorno e alla sera, e abbiamo conversato su parecchie cose. La mia compagnia sembra averlo rallegrato e io, attraverso la sua gentilezza, come uomo e come artista sono davvero così entusiasta di poterlo conoscere. Quale indole e quale anima c’è in quest’uomo!».
Non abbiamo un parere tecnico di Brahms sul “Poco adagio” messo sul pentagramma da Dvořák, che comunque immaginiamo abbia apprezzato, e forse suonato, in quei giorni spensierati a Vienna nel 1883. Ciò che certamente sappiamo oggi, ascoltando il terzo movimento del Trio Op. 54, è che si tratta di una fioritura di purissime invenzioni melodiche, e non una, ma tante, una di seguito all’altra, senza respiro. Un pezzo aperto da un’intensa melodia affidata al violoncello, che richiede profondità e maturità interpretativa, perché è su questo sbocciare delle tinte brunite e malinconiche (forse queste sì, l’unico pensiero alla madre morta) che si sorregge l’intero impianto stilistico ed emozionale del movimento. La melodia d’ingresso, infatti, viene subito ripresa dal violino, e seguita da un’idea musicale secondaria (minuto 1:17), ma ugualmente stupenda, quasi sussurrata, suonata a fior di corde dai due archi, accompagnati ritmicamente dagli accordi del pianoforte.
Poi è ancora il violino a riprendere il tema principale, dando vita a un dialogo fitto fra i tre strumenti, in un’atmosfera sempre più tesa e animata, a tratti febbrile, con l’indicazione dinamica di “fortissimo”, che culmina al minuto 3:58 con un passaggio d’intensa espressività, dove l’osmosi musicale con il lirismo brahmsiano è riconoscibilissima. Ed è da questa parentesi di agitata cantabilità che scaturisce e si distende, al minuto 4:27, un nuovo motivo che reca l’indicazione in partitura di “dolce ed espressivo”, un’ennesima svolta melodica che anche qui sembra avere il marchio a fuoco dell’amicizia, umana e stilistica, con Brahms. Nel Trio op. 65, insomma, si fondono le due caratteristiche compositive di Dvořák, i due fili conduttori della sua musica: da un lato gli influssi della tradizione classico-romantica, dall’altro il canto popolare riproposto in forme stilizzate.
Dopo aver dato alle stampe questa musica meravigliosa, Dvořák compone in sequenza le sue celeberrime Slavonic Dances e l’ultimo Trio, il Dumky, affidato appunto a stilemi popolari e nazionalistici. La fama di questi lavori giunge negli Stati Uniti, dove il compositore viene invitato a dirigere il Conservatorio di New York. Con condizioni assai favorevoli: contratto di due anni rinnovabile, una vacanza di quattro mesi ogni anno e un compenso stellare. Ma soprattutto (e pensiamo sia il motivo vero per cui Dvořák accettò la proposta) la possibilità di esplorare e infondere ai suoi allievi newyorchesi la passione per i patrimoni musicali nazionalistici, che in seguito avrebbe dato vita ad altri due capolavori, il quartetto ”Americano” e la Sinfonia “Dal Nuovo Mondo”, attraverso la quale torneremo presto a raccontare la musica del più grande compositore boemo.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Antonín Dvořák
Trio Op. 65 & Trio Op. 90 (Dumky)
Beaux Arts Trio (Philips)

2) Antonín Dvořák
The Piano Trios
Trio Fontenay (Teldec Classics, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

3) Johannes Brahms
The Piano Trios
Beaux Arts Trio (Philips, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

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Parole chiave:
Lutto - Morte - Musica da camera - Serenità

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