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05/04/2011

La gioia scolpita nell'orchestra (Bedřich Smetana, Vltava Moldau)




La gioia scolpita nell’orchestra Bedřich Smetana
Vltava Moldau, da Ma Vlàst (La mia Patria)
Südfunk Symphony Orchestra
Ferenc Fricsay, direttore
(registrazione del 14 giugno 1960)


Chi scrive qui aveva sei mesi e sul podio c’era un genio, il direttore ungherese Ferenc Fricsay. La musica che ascoltate fa parte di un ciclo di sei poemi sinfonici, “La mia Patria”, scritto tra il 1874 e il 1879 dal compositore ceco Bedřich Smetana, per celebrare, con ampiezza di coloritura orchestrale, l’epopea del proprio Paese e l’idioma nazionale boemo, ricorrendo però allo stile della produzione sinfonica europea in voga nel secondo Ottocento. Potrete gustare per intero queste splendide melodie nazionalistiche sulle registrazioni che vi consigliamo, o direttamente su YouTube cliccando sul capolavoro di Smetana; in particolare, sul secondo di questi poemi sinfonici, il più celebre: “Vltava Moldau”, “La Moldava”.
Qui, invece, vogliamo farvi ascoltare (e vedere) le fasi dell’orchestrazione che precedono il concerto, grazie a un video storico disponibile con sottotitoli in italiano. Vi farete un’idea precisa di che cosa significa leggere le note sul pentagramma e trasformarle in energia e vita, di che cosa vuol dire essere davvero musicisti. Perché l’arte che può guarire è questa: è la gioia scolpita nell’orchestra, la potenza di un linguaggio in virtù del quale il solista, i professori d’orchestra e chi sta sul podio devono essere “strumento” del compositore.
E allora lasciamo a Ferenc Fricsay, a questo meraviglioso direttore morto a soli 49 anni, il compito di spiegarvi ancora una volta – molto meglio di quanto abbiamo fatto sinora come semplici appassionati – la forza che ha la musica nel battersi (al vostro fianco) contro la malattia e il dolore. Fricsay registra questa pagina, e consente che la TV riprenda le prove, il 14 giugno 1960. Entro quella data era già stato sottoposto a due lunghe operazioni chirurgiche ed era ormai noto a tutti quanto fosse grave la malattia. Ma l’inesauribile voglia di vivere e l’infuocato amore per la musica lo trascinano di nuovo sul podio: ne nascono registrazioni e concerti che i musicologi considerano l’apice della sua carriera di direttore d’orchestra, l’apoteosi del suo essere artista, proprio nei giorni del dolore, nei momenti più bui della sua esistenza.
E la realtà di una rigenerazione attraverso la musica, pur nella consapevolezza del proprio destino, è evidente nelle immagini che vi proponiamo, nel modo in cui Fricsay plasma l’orchestra, nella pazienza con la quale costruisce, nota per nota, il paesaggio boemo e le nostalgie intime disegnate da Smetana in partitura. Fricsay allora fu quasi sul punto di dare forfait e non entrare neppure in studio di registrazione con l’orchestra, tanto era debilitante il suo stato di malattia. Eppure la vitalità del suo gesto direttoriale, l’entusiasmo del lavoro con i professori della Südfunk Symphony Orchestra, e la luce radiosa delle sue parole non lasciano dubbi sulla scommessa che, ancora una volta, il direttore ungherese fa sulla musica e sulla sua capacità di salvezza e rigenerazione.
All’inzio del video, mentre con un gustoso siparietto dà le indicazioni ai flauti per capire e interpretare l’attacco voluto da Smetana («Il sole deve splendere!»), prestate attenzione alla felicità che Fricsay porge ai musicisti, alla sua contagiosa simpatia, dove non c’è spocchia, né altezzosità né saccenza. Solo una pace che, grazie alla musica, è più forte della sofferenza. A chi non conosce il dramma del direttore in quel momento della vita, a chi è all’oscuro del fatto che Fricsay è malato e stanco mentre sta sul podio, sfugge la portata di questo stato d’animo: quasi non c’è segno esteriore di malattia, che invece purtroppo è ben presente, ma è stata domata e trasfigurata dalla forza della musica. E ancora, verso la fine della registrazione, Fricsay dirà ai suoi musicisti: «Com’è bello vivere. È così. È veramente bello vivere», confidandolo in realtà a se stesso, per andare comunque oltre i confini del proprio dramma (trovate il passaggio qui: Ferenc Fricsay - La Moldava rehersal [5/5], precisamente al minuto 0:19). Insomma, Fricsay sapeva che il suo tempo sulla Terra era ormai limitato, ma ha voluto lasciare questa testimonianza, grazie alle prime tecnologie di registrazione, per ricordare alle future generazioni quanto l’arte lo abbia sostenuto, nella gioia, sino all’ultimo istante.
Non servono altre parole. Se non per raccontarvi qualcosa di Smetana e del suo capolavoro. Come ha scritto il musicologo Sergio Sablich, «Vltava (La Moldava) descrive con immagini di immediata freschezza le sorgenti e il corso del fiume nazionale per eccellenza: non esistesse “Il bel Danubio blu” di Johann Strauss figlio, questa descrizione di Smetana avrebbe la palma della più famosa rappresentazione fluviale di tutta la storia della musica. Prima che il celeberrimo tema ad arco della Moldava (violini primi) si espanda in tutta la sua forza trascinante, ecco la prima e la seconda sorgente del fiume (due flauti muovono lusingando una carezzevole figura ondeggiante, cui si aggiungono dopo i clarinetti); poi, guidati da quel ritornello (formalmente si tratta di un rondò, segnato dalla sempre più solenne riaffermazione del tema principale), assistiamo a tutta una serie di visioni che si dispongono lungo il corso del fiume: una caccia nel bosco (corni e trombe), una festa popolare che accompagna a ritmo di danza un matrimonio di contadini, la poetica ridda delle ninfe delle acque al chiaro di luna (archi e legni drappeggiati in un clima arcano e arabescato dalle armonie dell’arpa), il precipizio drammatico delle rapide di San Giovanni. Dopo quest’episodio vorticoso lentamente le acque si acquietano per scorrere nuovamente solenni (ripresa del tema principale): la Moldava entra fluente nella città di Praga, saluta la mitica rocca di Vyšehrad (e i fiati intonano il tema del poema sinfonico precedente) e scompare alla nostra vista in tutta la sua raggiunta, gloriosa maestà».
È questa una delle pagine sinfoniche per grande orchestra, con ricca strumentazione e ampiezza di temi e suggestioni timbriche, che meglio incarna, insieme con i caratteri iberici dipinti da Albeniz o da De Falla, gli stilemi delle scuole nazionali. La musica di Smetana fa continuo ricorso a motivi popolari e “Ma Vlàst” è ancora oggi una composizione di riferimento per riconoscere il marchio dell’identità nazionale, linguistica e culturale. Inoltre, in quel periodo la Boemia era ancora sotto il giogo straniero e la causa del riscatto nazionale era un’aspirazione che trovava particolare risonanza negli artisti, come lo era stato qualche decennio prima per Chopin nei confronti della sua tormentata Polonia. Nel caso di “Ma vlàst”, per quanto ognuno dei sei poemi sia autonomo (e dunque possa essere eseguito da solo), è soltanto dal ciclo completo («sorta di inno in sei quadri idealmente complementari in lode di un’immaginaria geografia e storia nazionale», Sergio Sablich, Teatro alla Scala, 22 aprile 2002) che si ricava la vastità e l’unità del sentimento di Smetana per la patria.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Bedřich Smetana
Vltava Moldau, da Ma Vlàst (La mia Patria)
London Symphony Orchestra; Sir Colin Davis, direttore (London Symphony Orchestra Ltd, disponibile anche su iTunes)

2) Bedřich Smetana
Vltava Moldau, da Ma Vlàst (La mia Patria)
Boston Symphony Orchestra; Rafael Kubelik, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

3) Brahms, Dvorak, Borodin and Smetana
Dances
Berliner Philharmoniker; Herbert von Karajan, direttore (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Felicità - Forme musicali - Malattia - Musica - Patria - Prove orchestrali - Scuole musicali nazionali - Senso della vita - Strumenti musicali

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