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07/03/2017

La Madre stende il suo pianto di dolore (Antonio Vivaldi, dallo Stabat Mater RV 621)




Antonio Vivaldi
Stabat Mater RV 621
Quis est homo, qui non fleret – Quis non posset contristari
Orchestre de Chambre Orfeo 55; Nathalie Stutzmann, direttore e contralto


Musicisti e musicologi hanno festeggiato da poco, appena tre giorni, il compleanno di Antonio Vivaldi, nato il 4 marzo di 339 anni fa a Venezia. Raitre gli ha dedicato una bella puntata della trasmissione Wikiradio, raccontata dal direttore d’orchestra Federico Maria Sardelli. E oltre ad ascoltare musica meravigliosa, è stata l’occasione per approfondire un lato di Vivaldi assai poco conosciuto, cioè quello di un uomo sofferente, una gloria del Settecento ma gravemente malato, e sulla cui malattia e morte aleggiano ancora oggi notizie confuse e misteri. Sì, perché molti credono di conoscere bene Vivaldi vista la sua fortuna popolare, per le decine di rivisitazioni commerciali dei suoi capolavori in salsa elettronica, o per le celeberrime “Quattro Stagioni”, prese un po’ così, come fossero pezzi di circostanza, mentre nessuno ricorda mai che sono i primi quattro numeri di un’opera gigantesca che ha segnato la musica strumentale del Settecento, e cioè “Il cimento dell’armonia e dell’inventione”.
Ma conoscendo un po’ meglio questo musicista barocco – spesso ricordato anche come “Prete Rosso” perché era rossiccio di capelli ed effettivamente fu ordinato sacerdote nel 1703 – si scopre che di là dai soliti cliché Vivaldi è stato uno degli autori più prolifici del suo tempo. Oltre 800 titoli, quindi un compositore generoso nella sua spinta creatrice, al pari di Bach, Haendel, Telemann. E prolifico in tutti i campi: nella musica operistica, perché oltre a essere violinista era anche uomo di teatro, capace di scrivere per le voci, e sapeva tutto della macchina teatrale, essendo egli stesso un impresario; nella musica da chiesa, spesso a servizio nella cattedrale di San Marco; e poi, ovviamente, nella musica strumentale, con la quale influenzò anche Bach trasformando il “concerto grosso” di Corelli, che sino ad allora si era retto sulla contrapposizione tra il “concertino” e il “tutti”, in un vero e proprio concerto con uno o più solisti: violino, violoncello, oboe, fagotto, eccetera.
Figlio d’arte – il padre era violinista nella cattedrale di San Marco, uno dei centri artistici più illustri dell’epoca – viene avviato alla carriera musicale e anche a quella ecclesiastica. Come dicevamo, nel 1703, a 25 anni, diventa prete, ordinato dal Patriarca di Venezia, e quello è anche l’anno in cui dà alle stampe la sua prima opera: le 12 Sonate a 3 Op. 1, che contengono la Follia, omaggio al capolavoro di Arcangelo Corelli che abbiamo ascoltato qui nel novembre dello scorso anno. Tuttavia, da quando diventa sacerdote, comincia ad avere problemi di salute che lo perseguitano per il resto dei suoi giorni. I musicologi non lo possono dire con certezza, ma il povero Vivaldi soffriva di asma bronchiale. Aveva seri problemi a respirare correttamente. Lui stesso scrive di «mal di petto» e, precisa meglio, di «stretezza di petto». Noi siamo abituati a ricordarlo – sulle ali della sua musica, segnata dalla facilità melodica, spesso allegra, festosa, danzante – come un uomo di successo, e la sua arte faceva davvero impazzire le corti europee dell’epoca. Ma Vivaldi era anche un uomo dalle forti limitazioni fisiche. Come ha spiegato il direttore d’orchestra Sardelli, «era quello che oggi chiameremmo un disabile. Per camminare in strada aveva sempre bisogno di gente intorno a sé che lo accompagnasse anche per pochi metri, in gondola o in carrozza, da una parte all’altra di Venezia». Addirittura, per la sua malattia debilitante dovette spesso lasciare più volte l’altare mentre celebrava, e per questo fu dispensato dal celebrare la messa.
Ma ancora una volta, come abbiamo più volte ricordato, la musica, l’arte, si rivelano più forti del dolore. Negli anni Dieci del Settecento, infatti, Vivaldi è un compositore richiestissimo, all’apice della carriera, che non molla neppure un centimetro davanti ai gravi problemi di salute. Malattia o non malattia, nel 1711 pubblica l’Estro armonico, un successo strepitoso in tutta Europa. La sua musica fa scuola. Bach la trascrive per tastiera. Altri compositori lo prendono a modello, in Francia, in Germania. Vivaldi diventa di moda: scrive musica attraente per un ascoltatore dell’epoca, mai sentita prima. Anche se dopo la sua scomparsa, nel 1741, su di lui cade un lunghissimo oblio, rotto soltanto all’alba della seconda guerra mondiale, nel 1939, quando il nostro compositore Alfredo Casella firma un festival vivaldiano nell’ambito dell’Accademia Chigiana di Siena. Insomma, Vivaldi s’impone come un creatore di pagine giocose, applaudite, che riesce ad accontentare il pubblico, e i suoi committenti, in tutti i campi: dal teatro, alla musica strumentale, alle pagine da chiesa.
Ed è forse nella musica sacra che Vivaldi riversa il suo dolore. Uno dei suoi capolavori in tal senso, che porta la data del 1712, è lo Stabat Mater, pezzo con il quale, dopo tanta produzione sinfonica e cameristica, ritorniamo ad ascoltare la voce umana come protagonista del pensiero musicale. Lo facciamo con l’interpretazione del contralto francese Nathalie Stutzmann, solista, fondatrice e direttrice dell’ensemble Orfeo 55. Ed è proprio questa pagina sacra che Alfredo Casella rispolverò per tornare a illuminare nel Novecento inoltrato il genio di Vivaldi.
Lo Stabat Mater è stato musicato da più compositori: tra gli altri, Palestrina, Scarlatti, Pergolesi, Haydn, Rossini, Schubert, Dvorak. Si tratta di un’antica sequenza latina, attribuita a Jacopone da Todi, che medita sul dolore di Maria ai piedi della croce. E’ un poema che, al di là del modo di pensare di ciascuno, trasmette una profonda umanità, e per questo ha attraversato i secoli. Inizia con le parole “Stabat Mater dolorosa” ed è una meditazione sulle sofferenze della madre di Gesù, durante la crocifissione. Prima della Riforma liturgica era utilizzata nell’ufficio del venerdì della settimana di passione. Ma era popolarissima anche perché accompagnava il rito della Via Crucis.
Oggi questa musica bellissima, intonata su un poema del dolore materno, è cantata dai più celebri controtenori che si dividono la scena operistica internazionale, come il francese Philippe Jaroussky o lo statunitense David Daniels. Il controtenore, che può essere “sopranista” o “contraltista”, è un uomo che canta, angelicamente, studiando e raffinando la tecnica del falsetto, che nel Seicento e Settecento era praticata dai cantanti “castrati”, perché era giudicato sconveniente che le donne si esibissero su un palcoscenico. Oggi i controtenori sono richiestissimi da tutti i direttori che intendono proporre le opere di Monteverdi, di Haendel o di Vivaldi nel modo più filologico possibile. Tuttavia, Vivaldi sembra avere pensato musicalmente lo Stabat Mater, già dalla prima strofa, per la voce ambrata di una donna nella tessitura di contralto, che stende il suo pianto accompagnato dagli archi e dal basso continuo. Ed è per questo che abbiamo scelto l’interpretazione di Nathalie Stutzmann, che canta la quinta e la sesta terzina dello Stabat Mater, “Quis est homo, qui non fleret” e “Qui non posset contristari”. Ma vi invitiamo ad ascoltare su YouTube anche le toccanti versioni dei controtenori, per cogliere le differenze di timbro dei falsettisti maschi.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Antonio Vivaldi
Stabat Mater RV 621
David Daniels, controtenore; Europa Galante; Fabio Biondi, direttore (Erato, disponibile anche su Apple Music e su Google Play)

2) Antonio Vivaldi
Stabat Mater RV 621
Philippe Jaroussky, controtenore; Ensemble Matheus; Jean-Cristophe Spinosi, direttore (Naïve Records, disponibile anche su Apple Music e su Google Play)

3) Antonio Vivaldi
Gloria RV 589
Concerto Italiano; Rinaldo Alessandrini, direttore (Naïve Records, disponibile anche su Apple Music e su Google Play)

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Parole chiave:
Cristianesimo - Forme musicali - Letteratura - Morte - Musica antica - Poesia - Rapporto genitori-figli

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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