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19/11/2013

L'ultima meditazione velata di nostalgia (J. Brahms, Sonata per Clarinetto Op. 120 n. 2)




Johannes Brahms
Sonata per clarinetto Op. 120 n. 2
Allegro amabile – Allegro appassionato. Trio: Sostenuto – Andante con moto. Tema con variazioni. Allegro
Andrew Moses, clarinetto; Martin Leung, pianoforte


Con questa Sonata Op. 120 n. 2 chiudiamo un mini-ciclo, un viaggio nella poesia del clarinetto brahmsiano, iniziato con il Trio Op. 114 e proseguito con il Quintetto op. 115. Viaggio iniziato dal compositore di Amburgo – e questa è la motivazione ufficiale – dopo l’incontro con un virtuoso dell’epoca, Richard Muhlfeld, “il migliore strumentista a fiato” nelle parole dello stesso Brahms. Ma forse deciso per gratitudine, per omaggio, al celeberrimo Quintetto mozartiano KV. 581, che avrebbe lasciato segni evidenti anche nel lirismo di Richard Strauss. Dunque, approdiamo agli ultimi due lavori brahmsiani destinati al clarinetto, le due Sonate op. 120, n. 1 e 2, entrambe composte in estate, quindi fra i suoi prediletti rifugi alpini. La prima è la più ampia delle due, ma è la seconda che, secondo noi, dà maggiore spessore alla “tinta” di questo strumento.
Ricordiamo che Brahms adorava il clarinetto perché, come abbiamo già avuto modo di sottolineare in queste pagine citando Massimo Mila, «amava i timbri modesti e discreti: la viola gli piaceva più del violino, la voce di contralto più di quella di soprano, il suono del corno più di quello della tromba». E’ importante sottolineare questo perché anche il clarinetto rientra in questa affinità elettiva di Brahms, ed è un innamoramento timbrico che racconta bene la psicologia brahmsiana, il suo stato d’animo, i giorni intrisi di nostalgia e solitudine affettiva. In un certo senso, è soprattutto il clarinetto che in Brahms dà voce al “dolore” del compositore, è attraverso questo strumento che il musicista colora il suo malessere.
Si diceva che le ultime due Sonate appartengono ai periodi “estivi” di Brahms: d’inverno scendeva in città (s’era stabilito a Vienna) per presentare le sue composizioni, per suonarle, farle eseguire, darle alle stampe. D’estate componeva. Quindi i soggiorni sulle Alpi svizzere e bavaresi sono testimonianza della creatività del musicista e della sua abilità nell’esplorare le possibilità espressive e coloristiche dello strumento. In termini di periodo compositivo, le Sonate Op. 120 vengono dopo i meravigliosi Klavierstucke Op. 117, 118 e 119, gli ultimi pezzi pianistici in cui Brahms dà piena voce alla fantasia lirica, librandosi dai rigidi schemi formali ai quali s’era rigorosamente aggrappato per tutta la vita. E con queste meditazioni pianistiche, veri e propri monologhi interiori, le Sonate per clarinetto condividono una patina autunnale, intrisa di struggente malinconia, che il vellutato timbro dello strumento a un tempo esalta ma che, rispetto ai chiaroscuri pianistici, contribuisce ad addolcire. Sonate che secondo il musicologo francese Claude Rostande possono essere giustamente considerate «opere scritte per se stesso, come pagine di un diario». A noi, nell’ascolto, arriva il Brahms più intimo, che attraverso la vena lirica e il colore del clarinetto si raccorda con empatia al nostro “diario” quotidiano, quasi una colonna sonora dei momenti più duri. Come sempre, parlando a se stesso, l’artista (questo è il suo compito e la sua abilità) sussurra anche alla nostra interiorità.
La Sonata Op. 120 n. 2 ne è un esempio folgorante. Concisa, essenziale, libera dal punto di vista formale: una composizione di valore assoluto per ispirazione poetica, ricchezza e invenzione melodica. L’elemento cantabile e intimistico emerge dal tema iniziale dell’Allegro amabile: dove “amabile” è aggettivo per nulla ridondante in questo caso, perché messaggero di un tema morbido e tenero nel pensiero del musicista (come in una Sonata di Mozart, la KV. 310, dove l’Andante è “cantabile ma con espressione”, irraggiungibile nell’interpretazione del rumeno Dinu Lipatti). Da esso si sviluppa quel gioco delle variazioni in cui Brahms era maestro. L’Allegro del secondo movimento sembra allontanarsi dalla riflessione intimistica, è animato da un’esuberante energia, quasi Brahms si fosse reso conto che anche la nostalgia ha bisogno di appoggiarsi a una speranza. Il movimento conclusivo è affidato a un Andante con moto, di nuovo intenso e malinconico, elaborato attraverso un Tema con variazioni, artificio compositivo assai caro al musicista, nato ad Amburgo e abituato sin da giovane a improvvisare nelle taverne del porto. Cinque variazioni, le prime tre poetiche e delicate, trattate per dare al clarinetto la possibilità di emergere e “cantare”.
Di certo la cameristica occupa un posto di rilievo nella produzione artistica di Brahms, per numero e varietà delle composizioni, e per la qualità di certi lavori, quasi tutti capolavori, che tratteggiano il profilo più schietto della sua personalità. Non solo nel timbro violaceo del clarinetto, si badi bene: il senso di struggente malinconia e di poesia crepuscolare (per sentirli “sulla pelle”, per esempio, ascoltate su YouTube un altro gioiello pianistico dell’ultimo Brahms, l’Intermezzo Op. 117 n. 3, magari nella lettura mozzafiato del serbo Ivo Pogorelich) si ascolta con abbondanza nei tre Quartetti per archi e nei sei Trii per pianoforte.
Gli estremi territori cameristici esplorati da Brahms, ai quali appartiene questa Sonata Op. 120 n. 2, sono un approdo alla sintesi della propria vita. Un tirare le somme, come ciascuno di noi prima o poi è costretto a fare, un bilancio, al quale spesso si arriva capaci di lasciare per strada i fronzoli e badare alle cose essenziali. E’ in questa essenzialità il canto della Sonata, nel clima malinconico e introverso che sta alla base della sua ispirazione, “spogliata” dall’età, dalla stanchezza di vivere e dal presentimento della morte. Accompagnando il manoscritto nel 1891 con una copia del testamento, Brahms scriveva all’editore musicale Simrock: «Comprenderà, immagino, le ragioni per le quali ho apposto la parola “fine” alla mia attività creativa e del resto con l’ultimo dei Volkslieder, nel raffigurare un cane che si morde la coda, alludo simbolicamente proprio a tale concetto, nel senso che la vicenda ormai è conclusa». Solo il clarinetto ha avuto la forza di spezzare il suo pessimismo.
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Johannes Brahms
Die Klarinettesonaten Op. 120
Karl Leister, clarinetto; Gerhard Oppitz, pianoforte (Orfeo, disponibile anche su iTunes e Google Play Music)

2) Johannes Brahms
The Clarinet Sonatas and Trio
Karl Leister, Ferenc Bognar & Wolfgang Boettcher (Nimbus Records, disponibile anche su iTunes)

3) Wolfgang Amadeus Mozart - Johannes Brahms
Clarinet Quintets
David Shifrin & Emerson String Quartet (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Malinconia - Musica da camera - Nostalgia - Speranza - Strumenti musicali

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