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26/07/2016

L'ombra del dolore si allunga sulla serenità (Robert Schumann, Concerto per violoncello e orchestra Op. 129)




Robert Schumann
Concerto per violoncello e orchestra Op. 129
I. Nicht zu schnell – II. Langsam – III. Sehr lebhaft
Steven Isserlis, violoncello; La Chambre Philharmonique; Emmanuel Krivine, direttore


Abbiamo lasciato il Barocco di Vivaldi e il suo Concerto per due violoncelli composto intorno agli anni Venti del Settecento, per ritrovare questo strumento dalla voce calda e delicata, dalla cantabilità potentemente malinconica, con un salto in avanti di circa 130 anni, in pieno Romanticismo, quando il violoncello sembrava scomparso dalla scena. Sino a quel momento, infatti, l’Ottocento non aveva rivolto grandi attenzioni allo strumento nella versione solista, lasciandosi dominare dal pianoforte di Chopin, di Listz, di Schumann. Ed è proprio quest’ultimo, il tedesco Robert Schumann, che aveva sposato Clara Wieck, una delle più talentuose pianiste dell’epoca, a scrivere il primo grande concerto per violoncello e orchestra del secolo, in realtà uno dei capolavori assoluti della grande musica, capace di imporsi sui tempi, sui gusti, sugli stili. E’ romantico in senso stretto, come periodo storico, perché scritto nel 1850, anche se eseguito in pubblico soltanto dieci anni dopo, nell’estate 1860. Ma non ha confini, né etichette, né può essere ascoltato come semplice frutto del Romanticismo. E’ un pezzo eterno, una Gioconda musicale, un Faust sul pentagramma.
Strane ombre di sofferenza si allungano sul Concerto per violoncello Op. 129. Innanzitutto, quella personale, intima, mentale, dell’autore. Il primo movimento – dei tre scritti da Schumann, uno più stupefacente dell’altro – porta in chiave l’indicazione dinamica di “Nicht zu schnell”, cioè “Non troppo allegro”. Eppure il compositore, in una lettera all’editore Breitkopf & Hàrtel del 3 novembre 1853, lo definisce «un pezzo sereno». Vuole fortemente che sia così, ma il carattere e l’impronta che ne escono raccontano un’altra storia: il colore caldo e malinconico dello strumento solista e l’assenza di tessiture marcatamente virtuosistiche danno al brano una cifra nostalgico-meditativa, lontana da quelle che erano, per sua stessa ammissione, le intenzioni del compositore. Come se questo Concerto avesse imboccato una strada autonoma, o come se avesse fotografato, in senso inconscio, la vera natura nell’animo dell’autore. Sono infatti gli ultimi anni della vita di Schumann, tra i meno felici. Il musicista sembra aver trovato l’accettazione del mondo culturale tedesco: a settembre di quell’anno di composizione del Concerto per violoncello, il 1850, ottiene un posto di Musikdirecktor per l’orchestra di Düsseldorf, nella regione della Renania, non lontano dalla Francia. L’entusiasmo per l’affermazione in società si fa sentire sulla creatività. Nascono, tra gli altri, la Sinfonia in mi bemolle maggiore, detta Renana, e appunto il Concerto Op. 129. Lo compone in una settimana, la bozza pronta in sei giorni, l’intera orchestrazione dopo altri otto. E’ eccitato, soddisfatto, orgoglioso, lo immagina dispensatore di serenità, anche se la malinconia, la nostalgia, lo struggimento interiore, esaltati dal timbro carezzevole e umbratile del violoncello, lo percorrono dalla prima nota all’ultima. Ma Schumann – forse proprio perché la scelta dello strumento in versione concertante era alquanto insolita per l’epoca, e il violoncello uno strumento quasi dimenticato dai fasti settecenteschi di Vivaldi e Boccherini – non trova un solista all’altezza. S’insinuano i primi dubbi sulla reale consistenza della trama solistica e orchestrale. Solo nel novembre del 1852 l’autore scrive all’editore comunicandogli che il Concerto è pronto. Viene stampato nel febbraio 1854. Il 27 di quello stesso mese Schumann tenterà di suicidarsi gettandosi nel Reno, salvato solo dall’intervento dei barcaioli, tuttavia senza più la forza di riprendersi pienamente, tanto che passa gli ultimi due anni di vita in un istituto per malattie mentali, dove muore a 46 anni.
Ma un’altra storia di sofferenza sembra avere marchiato per sempre questa pagina. L’hanno eseguita i più grandi solisti del Novecento, e rimane un brano obbligato nel repertorio dei violoncellisti contemporanei. Due interpretazioni si segnalano sulle altre: quella di Pablo Casals, che in un’edizione storica, dopo i tre delicati accordi dei fiati che danno il via al “Nicht zu schnell”, sorregge l’entrata del meraviglioso tema iniziale con il suo inconfondibile “brontolio”, in realtà il musicista che “respira” in modo assai evidente e sonoro. Difetto interpretativo che alla CBS, etichetta originale di questa immancabile registrazione, cercarono di silenziare (senza successo) chiedendo a Casals di suonare con la pipa. E’ però la lettura della violoncellista Jacqueline Du Pré, unanimemente considerata la più straordinaria da tanti colleghi, che segna con la matita del dolore lo spessore di questa partitura. Perché ne è stata interprete sfolgorante per passione, temperamento, cantabilità, qualità di suono, intensità di fraseggio, soprattutto nel secondo movimento, “Langsam”. E questa musicista, la più vicina forse a toccare, a intuire, nonostante le striature brunite dell’intero lavoro, quella “serenità” d’animo alla quale aspirava Schumann, è stata spezzata da una malattia terribile, senza appello, la sclerosi multipla, ad appena 42 anni, dopo sofferenze indicibili per un’artista che vede portarsi via da un’incalzante immobilità l’uso delle braccia, delle mani, della volontà, che avevano sino ad allora consentito a questa ragazza israeliana (moglie di un allora giovanissimo Daniel Baremboin) di lasciare interpretazioni intense, dalle Suite di Bach ai Concerti di Haydn, passando per le due perle del Concerto di Elgar (che abbiamo qui presentato nel settembre 2013) e appunto del capolavoro schumanniano Op. 129.
Dunque, quando si parla di Concerto per violoncello di Schumann sono due i dischi da ascoltare assolutamente: quello di Casals della Sony, originariamente inciso nel 1953, che contiene anche un altro capolavoro dell’autore, i “5 Stücke im Volkston”, e quello di Jacqueline Du Pré, oggi contenuto in una collezione delle sue interpretazioni per l’etichetta Warner Classics. Tre i movimenti canonici del concerto solista: il primo, “Nicht zu schnell” (Non troppo allegro), introdotto dalle armonie dei legni e dal “pizzicato” degli archi, con la voce del violoncello che entra dopo quattro battute a esporre il primo appassionato tema. Non essendoci la tradizionale cadenza di chiusura per violoncello solo, proprio per la scelta di Schumann di farne un concerto non virtuosistico ma interamente lirico, si passa senza soluzione di continuità nel secondo movimento, “Langsam” (Adagio), una delle creazioni più struggenti del compositore tedesco, dove si rende ancora più protagonista il canto del violoncello; e si arriva, anche qui senza stacchi, all’ultimo movimento, “Sehr lebhaft” (Molto vivace), dove dominano energia e vitalità. La moglie Clara, che nella prima esecuzione privata aveva accompagnato al pianoforte la violoncellista Christina Reimers, scrive: «Il romanticismo, la vivacità, la freschezza, lo humor, la pregnanza del rapporto tra solista e orchestra, rendono questo concerto assolutamente incantevole. E quale bellezza del suono, quale intenso sentimento si ritrova in ogni melodia!».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Robert Schumann
Cello Concerto Op. 129 – Piano Trio No. 1 – 5 Stücke im Volkston
Pablo Casals, violoncello; Prades Festival Orchestra; Eugene Ormandy, direttore (Sony Classical, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

2) Robert Schumann
Cello Concerto Op. 129
The Concerto Collection
Jacqueline Du Prè, violoncello; vari direttori (Warner Classics, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

3) Robert Schumann
Romanzen Op. 94 – Fantasiestuke Op. 73 – Märchenbilder Op. 113 – Märchenerzählungen op. 132
Ingo Goritzki, oboe; Thomas Friedli, clarinetto; Hirofumi Fukai, viola; Riccardo Requejo, pianoforte (Claves Records, disponibile anche su Apple Music e Google Play Music)

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Parole chiave:
Dolore - Malattia - Malinconia - Musica - Nostalgia - Serenità - Strumenti musicali

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