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17/05/2011

L'eco di un'infelice storia d'amore (Johannes Brahms, dal Sestetto per Archi n. 2 op. 36)




Johannes Brahms
Allegro non troppo, Sestetto per Archi n. 2 op. 36
Peter Winograd, violino; Caterina Szepes, violino; Mark Holloway, viola; Jim Griffith, viola; Andres Diaz, violoncello; Susan Moyer, violoncello


Dopo il violino aspro ma “angelico” di Alban Berg, e dunque dopo il nostro primo incontro con la cosiddetta musica contemporanea, torniamo a fare rotta verso lidi rassicuranti, su mari armonici più calmi e immediatamente amici. Andiamo indietro di alcuni anni, in realtà neppure tanti, diciamo un’ottantina. E nel tornare a un impianto saldamente tonale, ci fermiamo a quel gigante buono nato musicalmente nelle osterie di Amburgo e diventato, nonostante le infinite malinconie che lo attraversavano (o forse proprio per queste), una delle tre “B” che, con Mozart, hanno sconvolto la storia della musica.
Eccoci ancora a Johannes Brahms, che sugli epigoni del romanticismo volle a tutti i costi ancorare la musica alla forma, come una sorta di disciplina, per sfuggire mentre era ancora in vita a quelle inquietudini armoniche che già iniziava ad avvertire intorno a sé, nelle pagine cromaticamente nuove di Listz e di Wagner.
C’è nella musica di Brahms, in particolare quella pianistica e cameristica (perché quella sinfonica insegue soprattutto la maestosità, tanto che la “prima” fu definita la “decima” di Beethoven), qualcosa che lacera nel profondo, quel senso tagliente della nostalgia che noi tutti a volte sperimentiamo. Qualcosa che può essere doloroso perché scava nei sentimenti, riporta alla luce vissuti di sofferenza, angoli bui della psiche che proteggono, nel segreto dell’inconscio, speranze e slanci andati in frantumi.
Povero Brahms. Quel meraviglioso “vecchio” con la barba brizzolata compose un Sestetto, l’op. 36 in sol maggiore – per due violini, due viole e due violoncelli – che contiene espliciti riferimenti autobiografici alla sua vita sentimentale. Quasi una confidenza tradotta in musica, forse per liberarsi di un peso, nella più classica delle dinamiche psicologiche, nelle quali si racconta un dolore, lo si manifesta, in realtà per fuggirlo, per allontanarlo dal Sé.
Fu lui stesso a ricordare che nel Sestetto in sol maggiore si trova un’eco dello stato d’animo prodotto da un’infelice storia d’amore di alcuni anni prima: durante l’estate del 1858, a Göttingen, il giovane maestro s’era innamorato di Agathe von Siebold al punto da pensare al matrimonio. Una relazione fallita che lasciò traccia nel secondo tema del primo movimento, dove il primo violino e la prima viola espongono a più riprese un motivo straordinario le cui note (la-sol-la-re/si-mi) non sono altro che la trascrizione nella notazione alfabetica tedesca del nome della ragazza, Agatha: A-G-A-D/H-E.
Anche se, come raccontano gli storici, nel rapporto vita-musica di Brahms non si trattò solo di sfortuna. C’era in lui, nato nella gelida Amburgo che guarda verso gli orizzonti scandinavi, una certa rudezza nordica e un’asprezza che forse non piacevano agli ambienti raffinati della Vienna che lo accolse come compositore. Uno che lo conosceva bene, il chirurgo viennese Theodor Billroth, scrisse: «Brahms resta per me un enigma pieno di punti interrogativi, che io non arrivo a risolvere. Sono incapace di scoprire il punto di congiunzione tra la sua profonda gravità, la sua grande tenerezza e la maleducazione nel suo modo di comportarsi nella società più seria. Il piacere di ferire, quella specie di piacere maligno a provocare dei risentimenti in altri, gli è connaturato quasi come una necessità. Si tratta senza dubbio di un resto di acredine, eredità degli anni della sua gioventù, del periodo in cui alcune opere sue, scritte col sangue, erano oggetto di riso per il pubblico. Ma, continuando in questo modo, riesce difficile volergli bene».
E ancora, in una lettera che scrisse nel 1872 a Clara Schumann, moglie del compositore che l’aveva “lanciato”, lo stesso Brahms annotava: «Passo sempre le feste in grande solitudine, tutto solo o con pochi cari amici nella mia stanza e molto tranquillamente – giacché i miei sono morti o sono lontani. Come mi fa bene allora sentire con voluttà quanto l’animo umano possa essere colmo d’amore. La verità è che io non dipendo dal mondo esterno; la baraonda in cui si vive non mi fa ridere e non partecipo alla menzogna».
Mettiamola così: Brahms era certamente anche un po’ orso. Ma proprio grazie a questa chiusura – verso gli altri e verso se stesso, frutto anche dei lunghi periodi di isolamento tra i ghiacciai delle sue montagne svizzere e austriache – ci ha lasciato capolavori che “tagliano” ancora oggi, a distanza di oltre 150 anni, l’animo di chi ascolta con dentro una sofferenza. Perché quelle modulazioni armoniche sono capaci, come poche altre, di sintonizzarsi sull’angoscia e sulle nebbie della nostalgia. Quindi d’intercettare facilmente tutti noi. E’ un compositore con cui prima o poi, nei meandri dei nostri malesseri, abbiamo a che fare.
Nel catalogo della musica da camera di Brahms, dominata dalla presenza del pianoforte, la produzione per archi soli occupa uno spazio importante: sette opere in tutto, composte nell’arco di poco più di trent’anni, dal 1859 al 1890. La serie è appunto inaugurata da due Sestetti, op. 18 e op. 36, in si bemolle maggiore e in sol maggiore; due tonalità tra le più sperimentate che nonostante tutto, in genere, annunciano ottimismo e tinte solari.
Al tempo del primo Sestetto, nel 1859, il musicista aveva 26 anni. Aveva composto ancora poco e sulla scia di Robert Schumann, che lo aveva presentato al mondo come un nuovo protagonista. Un articolo intitolato “Vie nuove”, scritto proprio da Schumann nel 1853, rimane nella storia per la capacità di prefigurare il genio del Brahms: «Ed è venuto questo giovine sangue [già il termine “sangue” descrive in modo acceso il senso del romanticismo, NdA], alla culla del quale hanno vegliato Grazie ed Eroi. Si chiama JOHANNES BRAHMS (...) Trasparivano dalla sua persona tutti quei segni che ci annunciano: ecco un eletto! Quando si mise al pianoforte cominciò a scoprirci regioni meravigliose: noi venimmo attirati in un circolo sempre più magico. Aggiungete a questo un modo di suonare quanto mai geniale, che fa del pianoforte un’orchestra dalle voci ora lamentose ora esultanti di gioia... Poi sembrava ch’egli, passando come un fiume scrosciante, riunisse tutte queste sorgenti in una cascata che, coronata da un calmo arcobaleno, veniva accompagnata nel precipitare del suo corso da svolazzanti farfalle e da canti di usignoli».
Il secondo Sestetto, oggetto della proposta d’ascolto di questa settimana, scritto tra il settembre 1864 e il maggio 1865 nei pressi di Baden-Baden, cinque anni dopo l’incontro decisivo con Schumann, chiude la prima fase creatrice di Brahms, quasi un’esclusiva frequentazione cameristica, per virare decisamente l’attenzione del compositore verso la mèta suprema, inseguita con determinazione e fatica, della Sinfonia.
Nel Sestetto op. 36 l’“Allegro non troppo” iniziale non è immediatamente emozionante come altre opere di Brahms: lo diventa nella parte centrale, verso il minuto 6:20 del video, quando – come dicevamo – prima la viola e poi il violino (sorretti dal pizzicato del primo violoncello) si rincorrono in uno di quei temi lirici brahmsiani che tolgono il fiato, e che gettano una luce di speranza a tutti noi, perché provengono da un uomo deluso che di colpo mostra ottimismo e ritrova la voglia di vivere.
Il primo movimento che ascoltiamo qui su YouTube è come se avesse bisogno di “scaldarsi”, di entrare a poco a poco in quei territori sublimi della cantabilità che sono la cifra essenziale di Brahms: a volte poche battute di pentagramma, come in certi Intermezzi pianistici che ci fanno raggomitolare su noi stessi per il concentrato di pura bellezza. Tuttavia, questo movimento è segnato dall’inizio da una decisa libertà di scrittura, dal controllo rigido dello stile, dalla ricchezza del materiale armonico e, via via, dall’abbondanza di fraseggi melodici, alcuni dei quali sono hanno reso leggendario il Brahms cameristico.
Nel “Finale” (“Poco allegro”), riprendendo in sintesi un saggio del musicologo Sergio Sablich, Brahms si lancia «in un turbinio di brillanti proposte strumentali dichiaratamente virtuosistiche. Solo adesso il primo violino (non si dimentichi che il dedicatario ideale di questo come dell’altro Sestetto era il grande violinista Joseph Joachim, loro primo esecutore) assume sino in fondo il ruolo di guida, riassestando quell’equilibrio sereno di soave dolcezza che in molti momenti la composizione sembrava aver abbandonato per scrutare gli orizzonti brumosi del dolore e della nostalgia».
Buon ascolto.

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Per approfondire l'ascolto

1) Johannes Brahms
String Sextets n. 1 & 2
Yehudi Menuhin (Emi Records, disponibile anche su iTunes)

2) Johannes Brahms
Complete String Quartets, Quintettes & Sextettes
Amadeus Quartet (Deutsche Grammophon, disponibile anche su iTunes)

3) Johannes Brahms
Ballate, Rapsodie, Intermezzi
Glenn Gould, pianoforte (Sony, disponibile anche su iTunes)

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Parole chiave:
Amore - Dolore - Forme musicali - Malinconia - Musica - Solitudine - Speranza

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ATTENZIONE: Ogni terapia va individualizzata e monitorata in ciascuna paziente dal medico specialista esperto nel campo. Queste schede informative non possono in alcun modo sostituirsi al rapporto medico-paziente, né essere utilizzate senza esplicito parere medico

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