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16/10/2013

L'essenza del tragico: quando la malattia spezza la personalità


In: Thomas Mann, La montagna magica, a cura e con introduzione di Luca Crescenzi e un saggio di Michael Neumann, traduzione di Renata Colorni, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2010, p. 140-145


Guida alla lettura

“La montagna incantata” è considerato il più importante romanzo tedesco del Novecento. Dal 2010 è disponibile in Italia una nuova edizione a cura di Mondadori, con il titolo mutato – sulla scorta di solide considerazioni linguistiche e filologiche – in “La montagna magica”. L’edizione include una traduzione completamente rinnovata e un imponente apparato di introduzioni, commenti e note.
Il romanzo è di una complessità tale da non poter essere riassunto nello spazio di poche righe. In una lettera del 1915, Mann spiega: «Un giovane deve confrontarsi con la più seducente delle potenze, la morte, e viene condotto attraverso gli opposti spirituali di umanità e romanticismo, progresso e reazione, salute e malattia, ma più per orientarsi e per amore di scienza che non per decidersi» (Introduzione, pag. LIV). Nell’agosto 1907 il giovane in questione, Hans Castorp, si reca dal cugino Joachim Ziemssen, ammalato di tubercolosi e ricoverato nel sanatorio svizzero di Davos. La visita dovrebbe durare solo tre settimane, ma la scoperta di un principio di tisi anche nel suo organismo prolungherà la permanenza di sette anni. Al termine del racconto Hans, lasciato il sanatorio, si arruola e prende parte alla prima guerra mondiale: l’ultima scena lo ritrae nel pieno della battaglia, ma nulla viene detto del suo destino.
Questo, in estrema sintesi, l’inquadramento esteriore. Ma “La montagna magica” si presta a più livelli di lettura, e – come si diceva – presenta enormi difficoltà interpretative, alla cui comprensione è utilissima l’introduzione di Luca Crescenzi: romanzo di formazione, ma non a lieto fine, romanzo psicanalitico e irto di simbolismi, romanzo del tempo e sul tempo, romanzo sulla melancolia, la morte, la vita e l’amore, romanzo che – stando alla convincente interpretazione dello stesso Crescenzi – sarebbe alla fin fine null’altro che «il sogno del soldato Hans Castorp nell’infuriare della guerra» (Introduzione, pag. LXXXVIII).
Venendo al brano qui condensato, il dialogo si svolge fra Hans e Lodovico Settembrini, studioso umanista, di solida fede nel progresso, anch’egli da tempo ricoverato. Orfano precoce, il giovane Castorp è come invaghito dell’idea della morte e le tributa parole di rispetto e venerazione, arrivando ad affermare che la coincidenza di malattia e stupidità nella medesima persona è «un dilemma per il sentimento umano, un dilemma penoso al di là di ogni dire». Settembrini replica che la malattia non è mai nobile e degna di venerazione, ma «una dolorosa umiliazione che lede l’idea stessa di uomo», soprattutto quando la natura unisce «una mente nobile e bramosa di vivere a un corpo inetto alla vita».
Entrambi hanno qualche ragione, ed entrambi hanno torto. Settembrini ha ragione quando stigmatizza la malattia: ma la malattia è sempre tragica, perché sempre spezza la personalità, non solo quando si tratti di una “mente nobile”, ma anche nelle persone più semplici – e forse, per ciò stesso, ancora più indifese. Castorp, dal canto suo, fa bene a porsi con serietà e rispetto di fronte al malato, ma lo dovrebbe fare per il dramma che si consuma nel corpo e nello spirito della persona, e non perché la malattia in sé sia “degna di venerazione”. Si tratta di temi che abbiamo toccato molte volte nelle nostre rubriche, soprattutto nella sezione dedicata a “Il dolore e la spiritualità”.
Chi vorrà leggere l’intero romanzo scoprirà che questo dibattito è solo una tappa di uno strano percorso di crescita che a un certo punto sembrerà farsi circolare, riportando Hans Castorp al punto di partenza, alla medesima mentalità, alle medesime fissazioni, alla medesima «paralisi melancolica della volontà» (Introduzione, pag. LXXXVI). Ma, dietro ogni apparenza, il cammino del giovane si sarà rivelato intenso e profondo, anche se problematico, e l’impronta culturale ed emotiva di questo irripetibile capolavoro si sarà fissata saldamente nel cuore del lettore.

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«La compagnia è un po’ variegata in istituti come questo. E scegliersi i commensali non è possibile… dove si andrebbe a finire. Anche al nostro tavolo c’è una signora del genere… la signora Stöhr… presumo che lei la conosca, non è così? E’ una donna di un’ignoranza atroce, bisogna pur dirlo, e a volte non si sa proprio dove guardare, quando blatera a quel modo. Si lamenta, si lamenta della sua temperatura, del fatto di sentirsi così fiacca, e purtroppo il suo non dev’essere un caso tanto semplice. E’ talmente strano… malata e stupida… non so se mi spiego, ma a me sembra molto singolare che uno sia stupido e per di più malato, quando le due cose vanno insieme il risultato è quanto di più affliggente possa esserci al mondo. Non si sa proprio che faccia fare, perché di fronte a un malato vien voglia di porsi con serietà e rispetto, non è vero, la malattia, in un certo senso, è degna di venerazione, se così posso esprimermi. Ma se ci si mette continuamente di mezzo la stupidità (…), davvero non si sa più se si debba ridere o piangere, è un dilemma per il sentimento umano, un dilemma penoso al di là di ogni dire. Le due cose non coincidono, insomma, non si accordano, non siamo abituati a immaginarcele insieme. Pensiamo che un uomo stupido debba essere sano e volgare, e che invece la malattia renda l’uomo raffinato, intelligente e speciale. Di norma la pensiamo così. Non è vero? Ma forse sto dicendo troppo, più di quanto sia in grado di sostenere» concluse. «E’ solo che per caso siamo venuti in argomento…» E si smarrì.
Anche Joachim era un po’ in imbarazzo, e intanto Settembrini taceva, le sopracciglia inarcate, dandosi l’aria di aspettare per gentilezza la fine di quella tirata. In realtà aveva atteso che Hans Castorp perdesse del tutto il filo del discorso per rispondere:
«Sapristi [termine francese equivalente ad “accidenti”, NdR], ingegnere, lei manifesta un talento filosofico di cui non l’avrei mai ritenuta capace! Stando alla sua teoria, lei dovrebbe star meno bene in salute di quanto non voglia dare a intendere, poiché è evidente che non è privo di intelletto. Mi permetta però di farle notare che non posso seguirla nelle sue deduzioni, e anzi le rigetto, e provo nei loro confronti una vera e propria ostilità (…)».
«Ma signor Settembrini…»
«Mi per-metta… (…) Lei ha detto che la malattia, accoppiata alla stupidità, è la cosa più affliggente del mondo. Questo glielo concedo. Anch’io preferisco un malato intelligente a un tisico imbecille. La mia protesta comincia laddove lei considera, in un certo senso, che la malattia unita alla stupidità sia una sorta di errore di stile, una mancanza di gusto della natura, un dilemma per il sentimento umano, per usare l’espressione da lei prediletta. Quando mostra di ritenere la malattia una cosa nobile e – come ha detto poc’anzi – degna di venerazione, tanto da non potersi accordare con la stupidità. Anche questa è un’affermazione sua. Ebbene, no! La malattia non è affatto nobile e non è affatto degna di venerazione… Tale concezione è già malattia, o ad essa conduce. Per esser sicuro di suscitare in lei ostilità nei confronti di un simile punto di vista, le dirò che è qualcosa di orrendo e antiquato. Risale a epoche di superstiziosa contrizione nelle quali l’idea di umanità s’era ridotta a caricatura, epoche colme di paura nelle quali armonia e benessere erano considerati sospetti e diabolici, mentre le infermità equivalevano a un lasciapassare per il regno dei cieli. Ragione e Illuminismo hanno scacciato queste ombre stagnanti nell’anima dell’umanità… non del tutto, però, la battaglia contro di esse è in corso tuttora; e la battaglia si chiama lavoro, signor mio, lavoro terreno, lavoro per questa terra, per l’onore e gli interessi dell’umanità (…)».
Accidenti, pensò Hans Castorp, costernato e umiliato, questa è una vera e propria aria d’opera. Cosa avrò fatto per provocarla? Peraltro mi pare un po’ arida. E cosa vorrà mai, con questo lavoro. Ce l’ha sempre col lavoro, anche se qui c’entra ben poco. E disse:
«Magnifico, signor Settembrini. Ha un modo così bello di dire le cose che vale assolutamente la pena di starla ad ascoltare. Sarebbe impossibile esprimersi… voglio dire, esprimersi in modo più plastico».
«Tendenza retrograda» ricominciò Settembrini alzando il suo ombrello per scansare la testa di un passante, «tendenza dello spirito a retrocedere alle visioni di quelle epoche cupe e tormentate… mi creda, ingegnere, questa è malattia… (…) Si metta bene in testa che la malattia, ben lungi dall’essere nobile e troppo degna di venerazione per potersi alleare senza problemi con la stupidità, che la malattia, dicevo, coincide piuttosto con una umiliazione… sì, una dolorosa umiliazione che lede l’idea stessa di uomo; si ficchi bene in testa, dunque, che in certi singoli casi si può seguirla da presso e curarla, ma che volerle intellettualmente rendere onore è un traviamento, un traviamento che sta all’origine di ogni altro traviamento intellettuale. Quella signora che lei ha menzionato – e il cui nome rinuncio a ricordare – già, la signora Stöhr, molte grazie – insomma quella ridicola signora… non mi pare che il suo caso ponga un dilemma, come ha detto lei, all’umano sentimento. Malata e stupida… in nome di Dio, è la miseria stessa, ma la faccenda è semplice, non resta altro che avere pietà e scrollare le spalle. Il dilemma, signor mio, il tragico, ha inizio laddove la natura è stata così crudele da spezzare l’armonia della personalità – o da renderla impossibile fin dall’inizio – unendo una mente nobile e bramosa di vivere a un corpo inetto alla vita. (…) E’ qui il tragico, ingegnere. Qui c’è davvero il suo “dilemma per il sentimento umano” – non in quella signora là (…) E non venga a parlarmi della “spiritualizzazione” che potrebbe risultare dalla malattia, per amor di Dio, non lo faccia! Un’anima senza corpo è altrettanto disumana e atroce di un corpo senz’anima».

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Biografia

Thomas Mann nasce a Lubecca, in Germania, nel 1875. Fin da giovanissimo si dedica al giornalismo e alla letteratura, scrivendo saggi per la rivista studentesca Der Frühlingssturm (La tempesta primaverile). Nel 1894 si trasferisce a Monaco di Baviera, ove in un primo tempo lavora per una compagnia di assicurazioni. Un anno dopo decide di diventare scrittore a tempo pieno.
Nel 1897, su invito dell’editore Fischer, inizia a lavorare al suo romanzo più famoso, i Buddenbrooks, che sarà pubblicato quattro anni dopo con grande successo.
Nel 1905 sposa Katharina Pringsheim (1883-1980), figlia del matematico Alfred Pringsheim e nipote di Hedwig Dohm, un’appassionata propugnatrice dei diritti della donna, famosa nell’Ottocento per il sostegno dato al suffragio femminile e alla lotta a favore dell’aborto. Dal matrimonio fra Thomas e Katharina nasceranno sei figli.
Nel 1929 gli viene conferito il Premio Nobel per la Letteratura.
Nel gennaio del 1933, Mann tiene una celebre conferenza all'Università di Monaco, che segna la sua ultima apparizione pubblica in Germania: “Dolore e grandezza di Richard Wagner”. In quell'occasione lo scrittore mette radicalmente in discussione i legami fra nazionalsocialismo e arte tedesca. La conferenza suscita molte proteste. L’11 febbraio, pochi giorni dopo l’ascesa di Hitler al potere, Mann si reca all’estero per un ciclo di conferenze e non fa ritorno. Si stabilisce dapprima presso Zurigo, poi – nel 1941 – a Pacific Palisades, in California, ove frequenta tra gli altri Arnold Schoenberg e Theodor Adorno.
Nel 1944 diviene cittadino americano. In un famoso appello radiofonico della serie “Attenzione, tedeschi!”, sostiene che gli alleati non mirano a ridurre la Germania in schiavitù, ma a ripristinare la democrazia in Europa.
La prima visita in Germania dopo la guerra risale al 1949. Nel giugno 1952 si trasferisce a Zurigo. Tre anni più tardi, mentre si trova in Olanda, viene colpito da una trombosi: muore la mattina del 12 agosto.
Il primo romanzo di Mann, I Buddenbrooks, narra la storia e la decadenza di una ricca famiglia di mercanti, seguendone le vicende attraverso diverse generazioni: all’analisi psicologica dei personaggi si affianca una altrettanto acuta osservazione della società europea e dei suoi mutamenti nei primi anni del Ventesimo secolo.
Ai Buddenbrooks fanno seguito numerosi racconti, fra i quali Tonio Kröger (1903) e La morte a Venezia (1911). Nel 1912, durante una visita alla moglie nel sanatorio di Davos, in Svizzera, nasce l’idea di Der Zauberberg (La montagna magica): concepito anch’esso in un primo momento come racconto, si trasformerà in un ampio romanzo pubblicato nel 1924.
Fra il 1933 e il 1942, Mann scrive la tetralogia Giuseppe e i suoi fratelli. Nel 1947 compare il suo romanzo più complesso, Doctor Faustus, storia del compositore Adrian Leverkühn e della corruzione della cultura tedesca negli anni precedenti la seconda guerra mondiale. Nello stesso anno, durante un viaggio in Italia, lo scrittore riceve il premio dell’Accademia dei Lincei.
Nel 1951 esce il romanzo L’eletto, e Mann diviene membro della “Academy of Letters” americana. Il racconto L’inganno, ultimo romanzo breve, viene pubblicato nel 1953.

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Parole chiave:
Letteratura - Malattia - Vita e morte

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