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Blue Jasmine: la tragedia di una donna senza carattere

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05/02/2014

Selezione e recensione di Pino Pignatta

Guida al film
Blue Jasmine, di Woody Allen
Con Cate Blanchett e Alec Baldwin
Jasmine è una donna elegante e mondana dell’alta società di New York. Ed è la protagonista assoluta dell’ultimo amaro film di Woody Allen, che durante la carriera ha creato molti personaggi femminili indimenticabili, a volte prigionieri di sofferenze e psicosi, interpretati da grandi attrici come Diane Keaton, Geraldine Page, Charlotte Rampling, Mia Farrow. Qui la star è l’australiana Cate Blanchett, candidata all’Oscar per questo suo ruolo multiforme. Il titolo è Blue Jasmine, dove “blue” in inglese significa triste: e infatti il film è triste e amarissimo, a tratti angosciante per il drammatico scivolare verso l’inferno di questa donna ricca, moglie d’un uomo ricchissimo, squalo della finanza (interpretato da Alec Baldwin). Il marito viene arrestato (si suiciderà in carcere) e lascia la moglie in miseria: dal lusso di Manhattan, yacht, ville e aerei privati la donna si ritrova all’improvviso senza un dollaro, con un tenore di vita che crolla e la lascia senza sostentamento. Ma il film è amaro non solo per questo, perché mette in scena il dolore di una donna che con la ricchezza perde anche il matrimonio, i sentimenti, la fiducia, la speranza, e si scopre fragile, piena di difetti, pillole e alcol, incapace di vivere con umiltà, di accettare la realtà della propria decadenza.
Un film durissimo, uno dei ritratti più dolorosi che abbia dipinto Woody Allen, il quale con questa pellicola ha voluto anche raccontare la congiuntura economica che ha lasciato sul campo persone e famiglie distrutte. Spiega Allen: «Per pura coincidenza, la crisi ha regalato maggiore risonanza alla vicenda di Jasmine. Ma negli ultimi dieci anni in America hanno perso tutti: ricchi, classe media e poveri hanno fatto un passo indietro. Io sono partito dal dramma personale, storia vera e tragedia greca insieme».
Jasmine non sa fare nulla. Scappa a San Francisco e decide di trasferirsi nel modesto appartamento della sorella Ginger, commessa al supermercato. Arriva in California in uno stato psicologico fragile, la mente annebbiata dall’effetto di farmaci antidepressivi. Sebbene ancora capace d’esibire un portamento nobile e affettato, in verità il suo stato emotivo e mentale è precario, instabile, non sa neppure badare a se stessa. Mal sopporta il fidanzato di Ginger, che considera un perdente e uomo volgare. E dunque anche in questo non s’arrende alla sopravvenuta “normalità”. Ginger, non comprendendo appieno l’instabilità psicologica della sorella, le suggerisce una carriera di arredatrice d’interni. Nel frattempo Jasmine accetta un lavoro come segretaria nello studio di un dentista per pagarsi corsi d’informatica. Ma lo fa malvolentieri, perché trova l’impiego denigrante, umiliante. A peggiorare le cose, i rapporti con il datore di lavoro, il dentista, diventano imbarazzanti, in una di quelle dinamiche tipiche di Woody Allen dove la frustrazione per il sesso e le psicosi sentimentali s’avvitano in spirali perverse.
E in questa vicenda di progressivo precipitare nell’alienazione, il momento peggiore di Jasmine è forse quando le si presenta l’opportunità di ricominciare un’esistenza al suo vecchio livello, di donna raffinata, elegante, sofisticata: non sapendo rassegnarsi a una vita normale, appena le si presenta l’occasione di agganciare un uomo che le prospetta nuovamente una dimensione di privilegio e ricchezza, tenta il colpo per la seconda volta. Perché l’unica ruolo che le si adatta davvero è quello della “scalatrice” all’ombra di un uomo potente. Non le andrà bene, ma non vogliamo raccontarvi tutto: vi invitiamo a vedere questo film sul dolore di una donna snob e aristocratica nei modi, ma in realtà fragile e inadeguata, incapace di trovare il bandolo della propria sofferenza, con uno stato d’animo in rapido deterioramento, e che – come dice Allen, tornato con questo lavoro ai suoi giorni migliori – «precipita in una realtà per lei assolutamente insostenibile e matura l’orribile consapevolezza d’essere stata strumento della propria distruzione».
Blue Jasmine è dunque un film drammatico. Cate Blanchett riesce a emozionare e a lasciare in una sorta di ansia e sbigottimento le donne in sala, con un’interpretazione che evidenzia la caduta inarrestabile verso il baratro: parla da sola, s’imbottisce di pasticche, è nevrotica e al tempo stesso ricca di femminilità, è gelosa ma anche distratta, ferita ma superficiale, esigente e insieme banale nel non saper trovare via d’uscita per un’autentica auto-affermazione. Trovandola inizialmente in una situazione privilegiata, lo spettatore potrebbe non rimanere colpito dalla sua storia: solo alla fine si ha la percezione netta del precipitare di questa donna, del suo scoprirsi via via inadeguata, lei sì perdente, anche come madre, anche come essere umano.
Al riguardo Allen commenta: «Jasmine ha perso il suo conto aperto da Prada, sulla Fifth Avenue. Ha perso la carta di credito gold e l’appartamento. Certo, è un peccato, ma c’è un sacco di gente in America che non ha neanche i soldi per mangiare. Ciò che deve colpire della sua storia è che qui si tratta non solo d’una improvvisa privazione economica, ma d’un tragico difetto caratteriale che l’ha resa artefice della sua stessa fine. E’ una persona che non si è mai interessata di conoscere la fonte, la provenienza della sua ricchezza, del suo benessere, del suo reddito, della sua stabilità; e per questo ha pagato un prezzo alto. In generale questo è un difetto umanamente comune: agiamo con superficialità in molte cose, spesso nei confronti dei nostri figli, dei nostri mariti o delle mogli».
La Blanchett ha confidato al termine delle riprese: «A un certo punto vediamo solo quello che vogliamo vedere, nelle persone che ci circondano, così come in noi stessi. E’ molto, molto difficile per un essere umano guardare veramente dentro se stesso, mettersi di fronte uno specchio, capire veramente chi è, nel bene e nel male; ed è molto difficile cambiare. Alla fine Jasmine è il prodotto della delusione e della voglia di evasione che in un certo senso tutti noi abbiamo. Ma con il passare del tempo la sua delusione raggiunge dimensioni tragiche».
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