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Non avrò vissuto invano

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03/10/2012

Tratto da:
Emily Dickinson, Tutte le poesie, a cura di Marisa Bulgheroni, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1997, p. 993

Selezione del brano, guida alla lettura e biografia a cura di Emanuela Aliquò

Guida alla lettura

Attraverso questi versi, Emily Dickinson confida al lettore il suo sguardo intimo e ardente sul senso del vivere. Per l’autrice americana, che definisce la propria opera poetica “la mia lettera al mondo”, il potersi fare prossimo del sofferente – anche con semplici gesti , com’è quello di «aiutare un pettirosso caduto a rientrare nel nido» – rende la vita degna di essere vissuta.
In questo componimento, il tema del patire degli esseri viventi e quello delle domande ultime sono profondamente interconnessi: nella poetessa del Massachusetts, la risposta alla sofferenza dell’altro – che le passa accanto – s’intreccia con la ricerca di senso che urge nel suo cuore. E nell’aprirsi ai deboli, con la tenerezza e la premura di una madre, la Dickinson trova la chiave per salvare se stessa.
In questa luce Edith Stein, nota fenomenologa del panorama filosofico del primo Novecento, evidenzia, in modo davvero straordinario, come la vocazione originaria della donna alla maternità «si estenda a tutti gli esseri umani che entrano nel suo orizzonte» (Edith Stein, La donna. Il suo compito secondo la natura e la grazia, Città Nuova, Roma 1998, p. 137).
Davvero significativi gli spunti di riflessione che questi versi possono evocare, e lasciare intravedere, a partire dal bellissimo e importante principio dell’interdipendenza, in virtù del quale siamo “fili di una trama” e tutto ciò che accade o che facciamo non può non produrre effetti sulla vita, sugli altri, su noi stessi.
C’è, poi, il tema dell’esperienza concreta dell’incontro con l’altro, che c’interpella sul nostro modo di prenderci cura. La prossimità amorevole reclama, infatti, il nostro esserci in modo attento (anche ai pesi nascosti portati in silenzio) e responsabile, nel profondo rispetto dell’altro in quanto altro.
Nella sua grandezza, il celebre romanziere russo Fëdor Dostoevskij così si esprime: «L’amore attivo, a paragone di quello fantastico, è una cosa assai dura e austera […] e per alcuni è addirittura, se si può dire, una scienza vera e propria» (F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov, traduzione di Agostino Villa, Einaudi, Torino 2005, p. 77).
C’è la calda e arricchente logica del dono, «esperienza di una identità non individualista», la quale, oltre a «irrigare il tessuto sociale», globalmente inteso, può davvero rinnovare la nostra vita: la persona, infatti, che è strutturalmente aperta alla relazione, nel suo libero donarsi all’altro non solo non si priva di qualcosa, ma ha l’opportunità di sviluppare e realizzare più compiutamente se stessa (cfr. Jacques T. Godbout, L’esperienza del dono, Liguori editore, Napoli 1998, pp. 116-144).
Non possiamo inoltre non accennare all’importanza dell’essere in ricerca (che di per sé è già un bene) e dell’apertura a quella tensione – verso una meta, un significato, un ideale –, a quell’impegno, a quell’assunzione di responsabilità, in grado di dare speranza, pienezza e sapore alla vita.
Infine questa poesia, che risuona come un monito affinché nessuno sia lasciato solo a soffrire, può suggerirci anche «che è il contatto con il prossimo che c’illumina su noi stessi» (Paul Claudel) e che la qualità della nostra impronta sulla terra molto dipenderà dal bene che avremo saputo seminare, nella concretezza della nostra situazione di vita.
Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano –
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena –
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano.

Biografia

Emily Elizabeth Dickinson, poetessa statunitense, nasce il 10 dicembre 1830 ad Amherst, una verde cittadina del Massachusetts occidentale, in una famiglia di solide tradizioni puritane.
A due anni e mezzo Emily affronta il primo dei suoi rari viaggi. La sorella della madre la porta con sé a Monson, poco a sud di Amherst e nella sua mente di bambina – secondo quanto viene messo in luce – «si depositano le prime indelebili impressioni del rituale femminile delle veglie accanto al letto di malati o morenti cui partecipa con la zia» (M. Bulgheroni [a cura di], Cronologia, in Emily Dickinson, Tutte le poesie, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1997, p. XXXIII). Al ritorno a casa l’attenderà la separazione dal nonno paterno, trasferitosi prima a Cincinnati, nel 1833, e poi a Hudson dove morirà nel 1838.
Frequenta per sei anni l’Accademia di Amherst e nel 1848 si trasferisce alla scuola femminile di Mount Holyoke. In quell’ambiente rigidamente puritano, l’insofferenza alle costrizioni e al conformismo si manifesta con il rifiuto di professare pubblicamente la propria fede cristiana. Tornata ad Amherst, nel 1851, si reca a Boston con la sorella Lavinia, e nel 1855 con la famiglia a Washington e a Filadelfia. Il ritorno ad Amherst segna l’inizio del suo progressivo isolamento nella casa paterna, anche se il suo orizzonte interiore abbraccerà tutto il mondo. Questo isolamento diverrà pressoché totale a trent’anni, nel 1860 (anno d’inizio della sua produzione poetica), anche in seguito alla partenza per la California di uno dei suoi pochi amici, il reverendo Charles Wadsworth. Trascorre la sua vita quietamente, intervallata da poche visite e scandita dalla corrispondenza epistolare con alcuni amici; decisa a perseguire nella solitudine la sua missione poetica e a generare le proprie ispirazioni.
Importante il carteggio con il critico letterario Thomas Wentworth Higginson, cui si rivolge nel 1862 per avere un giudizio sulle sue poesie, per chiedere se i “suoi versi sono vivi e respirano”. Higginson, pur esprimendo apprezzamento, ne sconsiglia la pubblicazione; tutta l’opera poetica, con l’eccezione di sette componimenti pubblicati nel 1850, rimarrà inedita.
In un bellissimo scritto dedicato alla poetessa americana, Natalia Ginzburg scrive: «Fu sola. Ebbe intorno persone mediocri e di idee ristrette. Penso che lei le arricchisse di generose qualità nel suo spirito, e ne sollecitava le visite…» (N. Ginzburg, Postfazione, in M. Bacigalupo [a cura di], Emily Dickinson, Poesie, Oscar Mondadori, Milano 2011, p. 479).
Nel 1878 inizia la corrispondenza con il giudice Otis Lord, rimasto vedovo l’anno precedente e allora sessantaseienne. L’affettuosa amicizia si concluse nel 1884 con la morte del giudice.
Emily Dickinson, che alla bellezza della parola ha dedicato tutto il suo slancio creativo, muore il 15 maggio 1886 a causa del morbo di Bright, una forma di nefrite di difficile diagnosi.
Alla sua morte lascia oltre mille poesie inedite di straordinaria bellezza, sull’amore, sulla natura, sulla morte, sull’eternità, cucite col filo bianco in fascicoletti. Per la poetessa, la morte è dolore perché ci separa fisicamente dalle persone amate, ma è un dolore riscaldato dalla speranza nell’immortalità. In una sua poesia così scrive: «Questo mondo non è conclusione./ C’è un seguito al di là-/ invisibile, come la musica-/ ma forte, come il suono-/ accenna, e quindi sfugge-/ filosofia lo ignora-/è l’intuizione/ che deve alfine penetrare l’enigma…» (M. Bulgheroni [a cura di], op. cit. p. 557).
Un filo comune attraversa i suoi temi ed è la consapevolezza del valore e della dignità di ogni essere vivente. La forma e il linguaggio sono davvero originalissimi: preferisce sempre composizioni brevi, senza rime; cerca di condensare la sua forza poetica in singole parole, a volte davvero curiose, in immagini efficacissime, in accostamenti sorprendenti; e in modo assolutamente semplice parla di cose che riguardano tutti.
Sulla sua poesia come “comunicazione ad personam”, è stato scritto: «La Dickinson chiarisce attraverso la parola il proprio animo a se stessa, si sforza di dire le intermittenze della sua coscienza, e ne mette al corrente gli intimi con cui è in corso un colloquio […]. Questo carattere preletterario della parola dickinsoniana è stato recepito dai lettori, che si sentono alla presenza di un’interlocutrice diretta» (M. Bacigalupo [a cura di], Introduzione, La lettera al mondo, in Emily Dickinson, Poesie, op. cit., p. VIII).
Notevole valore letterario hanno anche le Lettere, pubblicate nel 1958.
È considerata la più grande poetessa americana e tra i maggiori lirici moderni.
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