Fondazione Alessandra Graziottin onlus - per la cura del dolore nella donna Fondazione Alessandra Graziottin
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25/01/2012

La compassione vince l'angoscia e libera la vita


Tratto da:
Roberto Mancini, "Il silenzio, via verso la vita", Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano (BI), 2002, p. 92-97


Si ringrazia l’editore per la gentile concessione


Guida alla lettura

In questo brano complesso e profondo, Roberto Mancini ci parla di desiderio di vita e angoscia di morte, di dolore e compassione, giungendo a una lettura originale della disperazione che segna l’esistenza di tante persone e dei rimedi che si possono porre in atto per uscire dal labirinto di sfiducia che ne deriva.
L’angoscia è il nemico più grande del nostro desiderio di vita, e nasce «da ogni esperienza intensa di dolore e di minaccia e, soprattutto, da quelle esperienze in cui non abbiamo la figura di un altro positivo al nostro fianco e in cui viene meno la possibilità di giungere a un’elaborazione che impedisca al dolore o alla minaccia di totalizzare senso e possibilità della nostra esistenza». L’enorme pericolosità dell’angoscia deriva dal fatto che essa, laddove si impossessa del desiderio, blocca anche la libertà, compromettendo in modo profondo la nostra capacità di relazione con noi stessi e con gli altri: nascono da qui il narcisismo, la possessività, la violenza, ma anche il mimetismo e la dedizione sacrificale, che ci spingono ad aderire a copioni che non ci appartengono e che finiscono per svuotare di significato la nostra vita personale, familiare, professionale.
Eppure, osserva Mancini, non siamo condannati a un destino d’angoscia. Ma un cambiamento radicale della situazione può avvenire solo quando possiamo vivere «una relazione in cui l’altro non si scandalizza del mio dolore, ma mi aiuta a dare ad esso un’elaborazione che non sia violenta o puramente reattiva». Da una relazione di questo tipo scaturisce un duplice effetto: da un lato, mi sento compreso e aiutato nel mio dolore; dall’altro, imparo poco per volta a non arrendermi di fronte al dolore dell’altro, a non «farmi vincere dal timore che esso risvegli e amplifichi anche il mio». In questo duplice movimento, maturo la capacità di dar voce al mio dolore senza farmene annientare, e accedo infine alla forma più compiuta di com-passione, per cui «nel mio dolore e in quello di chi amo sento all’improvviso il dolore di tutti gli esseri».
Solo in questo senso, conclude Mancini, si può parlare della sofferenza come “via per capire”: non perché il dolore punisca o redima, ma perché «ci restituisce il tatto, l’udito, la vista, il cuore, il pensiero per sentire le ferite di chiunque». A quel punto, il nostro desiderio – finalmente liberato dai lacci dell’angoscia – potrà realizzarsi per quello che veramente è: una forza profonda, costante, irriducibile «che si rivolge a una pienezza mai prima sperimentata, incapace di accontentarsi, di spegnersi in qualche appagamento, neppure quello di una mitica regressione all’origine del nostro essere», una tensione che – a differenza della nostalgia – «non aspira al ritorno, perché è il desiderio di un paese nel quale non siamo mai stati».

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Che cosa ha il potere di sedurre il desiderio, cioè di portarlo con sé per sequestrarlo e neutralizzarlo? Kierkegaard identifica a ragione nell’angoscia questa forza capace di conquistare il desiderio e di deviare la libertà. Il desiderio è un viaggio. Un viaggio a rischio, minacciato costantemente dalla frustrazione e dalla perdita dell’orientamento, dal rischio di veder naufragare il proprio essere. Abbiamo angoscia del nulla e, proprio perché siamo essere desideranti, vogliamo essere e con-essere: fallire in questa aspirazione equivale a sentirsi in uno stato di annientamento.
Di solito si definisce l’angoscia per la sua differenza dalla paura: essa sarebbe un disagio acuto e indeterminato, mentre la paura è riferita a un pericolo preciso. Questo senso di indeterminatezza non si produce però per dilatazione della paura, ma per una sfiducia radicale nella relazione, nell’esistenza di un’alterità o comunque di un’alterità positiva per noi. Qui l’indeterminatezza è espressione di un vuoto vissuto, dell’esperienza dello svanire, dell’interrompersi violento o del dissolversi del positivo essere in relazione. Perciò l’angoscia è un sentimento nullificante. Gli studi di Minkowski e di Bachelard [1] danno l’idea di come l’impoverimento delle esperienze del tempo vissuto e dello spazio vissuto sia legato a questa condizioni di angoscia. Proprio questo è il luogo emotivo ed esistenziale da cui proviene il nichilismo, quella esclusiva fede nel nulla che rappresenta l’unica possibilità di adesione esistenziale a qualcosa, benché individuato in un’assoluta negazione, per chi, in modo più o meno consapevole, vive nella disperazione.
Quando l’angoscia, in modo inavvertito, guida il desiderio, svia o blocca, con esso, la libertà. Le deviazioni che l’angoscia produce si configurano tutte come deformazioni, più o meno distruttive, della relazione o della capacità di relazione. Proporrei in proposito il quadro seguente:
- il desiderio dell’io proiettato verso sé blocca il soggetto nel narcisismo;
- il desiderio dell’io che persiste nella scissione instaura l’autocontraddizione;
- il desiderio sentito secondo il desiderio dell’altro dà luogo al mimetismo;
- il desiderio rivolto contro sé getta l’individuo nel masochismo;
- il desiderio cristallizzato in tendenza unilaterale e assolutizzante si fa passione autodistruttiva;
- il desiderio rivolto contro l’altro genera il sadismo e l’amore per la violenza;
- il desiderio di relazione vissuto secondo il primato dell’io si arena nella possessività;
- il desiderio di relazione vissuto secondo la subordinazione all’altro porta alla dedizione sacrificale.
Non voglio entrare qui nell’analisi dettagliata di ciascuna di queste forme. Lascio anche da parte la questione, senza dubbio assai rilevante, del condizionamento e della repressione sociale del desiderio. Vorrei chiedermi invece: perché l’angoscia? Da dove scaturisce? Da dove vengono le reciproche ombre per cui spesso gli incontri più rilevanti tra le persone avvengono secondo l’incastro di queste patologie, in una simbiosi che allontana per ognuno la possibilità stessa della libertà del desiderio?
Ciò che conta non è condannare l’angoscia, ma riconoscerne la fonte e recuperare la possibilità di traversarla. Essa sembra derivare da ogni esperienza intensa di dolore e di minaccia e, soprattutto, da quelle esperienze in cui non abbiamo la figura di un altro positivo al nostro fianco e in cui viene meno la possibilità di giungere a un’elaborazione che impedisca al dolore o alla minaccia di totalizzare senso e possibilità della nostra esistenza. L’angoscia è l’espressione emotiva di una ferita in cui soffrire è esperienza di un morire imminente. (…)
Eppure non siamo affatto consegnati a un destino di angoscia. In fondo già il desiderio ci dice che l’altro da cui mi distanzia una separazione, o anche l’altro scomparso, non è nel nulla; il suo silenzio mi accompagna, la sua presenza non è solo ricordo, è parte di me, e il mio desiderio – capace di attesa e di memoria – prefigura la possibilità del nuovo incontro. Possono accompagnarmi sino a questo riconoscimento del permanere della relazione anche nella separazione e nell’assenza quelle forme di relazione in cui l’altro non si scandalizza del mio dolore, ma mi aiuta a dare ad esso un’elaborazione che non sia violenta o puramente reattiva. Qui c’è il passaggio cruciale di inveramento del mio desiderio per l’altro: l’acquisizione della capacità di non arrendermi dinanzi al suo dolore, di non farmi vincere dal timore che esso risvegli e amplifichi anche il mio.
Questa svolta, in cui la passione che c’è nel desiderare diviene compassione, è determinante, oltre che per l’umanizzazione delle relazioni e per la realizzazione di un’effettiva comunione interpersonale, anche per lo sviluppo interiore della persona. L’apprendimento di questa capacità di desiderare e di sentire interagisce con il maturare, nella persona, della possibilità di elaborare il proprio dolore, di portarlo, di dargli voce. Mentre finché ero immerso nell’angoscia questa voce era per me un lamento assoluto e intollerabile, adesso può parlare e farsi ascoltare senza travolgermi e senza annullare ogni altra istanza. Il dolore “portato” mi apre gli occhi. Mi fa vedere quello degli altri e mi accompagna nell’ascolto della loro voce. Rivelatività del dolore. Non come punizione, non come espiazione, non come redenzione. Come risveglio di una sensibilità universale. Accesso a quella compassione per cui nel mio dolore e in quello di chi amo sento all’improvviso il dolore di tutti gli esseri.
E’ in questo senso che l’assurdità della sofferenza viene squarciata dal páthei máthos di Eschilo [2]. Soffrire per capire: non perché questa esperienza redima e consenta di vedere la propria o l’altrui colpa, non perché ci autorizzi a fare della sofferenza il principio di una metafisica, ma perché ci restituisce il tatto, l’udito, la vista, il cuore, il pensiero per sentire le ferite di chiunque. Che il dolore in quanto tale sia forza di redenzione lo può dire solo chi non ne vede la vera forza rivelativa. Ciò che conta qui non è l’espiazione, che non esiste se non come meccanismo crudele di vendetta, ma la compassione, la sola capace di farci uscire da una condizione di stupidità. E’ a questa apertura del sentire con gli altri, condividendo la sofferenza, che bisogna guardare per comprendere in che senso l’autentica universalità di un gesto, di una scelta, di un valore, di un’etica non derivi dalla generalità dei concetti che utilizziamo, ma dalla relazione concreta con il prossimo. Grazie alla compassione sono virtualmente aperto alla storia di ogni essere umano, posso vibrare con l’umanità di chiunque.

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Note dell'Autore

1) E. Minkowski, Le temps veçu, D’Atrey, Paris 1933, tr. it. Il tempo vissuto, a cura di G. Terzian, Einaudi, Torino 1971; G. Bachelard, La poétique de l’espace, P.U.F. Paris 1957, tr. it. La poetica dello spazio, a cura di E. Catalano, Dedalo, Bari 1975.
2) Eschilo, Agamennone 177, tr. it. di M. Valgimigli, in Il teatro greco, Sansoni, Firenze 1980, p. 113: “Soffrire è capire”.

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Biografia

Roberto Mancini, nato a Macerata nel 1958, è professore ordinario di Filosofia Teoretica presso l’Università di Macerata, dove è anche Presidente del Corso di Laurea in Filosofia e Vice Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia.
Collabora con le riviste “Servitium”, “Ermeneutica Letteraria” e “Altreconomia”. Dirige la collana “Orizzonte Filosofico” dell’editrice Cittadella di Assisi. E’ membro del Comitato Scientifico della Scuola di Pace della Provincia di Lucca e della Scuola di Pace del Comune di Senigallia.
E’ autore di oltre 200 articoli e saggi brevi di etica, antropologia filosofica, teoria della verità e filosofia della religione. Fra i suoi libri più recenti, spiccano Il silenzio, via verso la vita (Qiqajon 2002); Senso e futuro della politica (Cittadella 2002); L’uomo e la comunità (Qiqajon 2004); L’amore politico: sulla via della nonviolenza con Gandhi, Capitini e Levinas (Cittadella 2005); Esistere nascendo: la filosofia maieutica di Maria Zambrano (Edizioni Città Aperta 2007); Desiderare il futuro. Fede cristiana e unità della speranza umana (Pazzini 2008); L’umanità promessa. Vivere il cristianesimo nell’età della globalizzazione (Qiqajon 2009); Per un'altra politica. Scegliere il bene comune (Cittadella 2010); Per un cristianesimo fedele (Cittadella 2011); La logica del dono. Meditazioni sulla società che credeva d'essere un mercato (EMP 2011); Visione e verità (Cittadella 2011).

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Parole chiave:
Angoscia - Compassione - Desiderio - Filosofia - Relazioni umane - Senso del dolore - Senso della vita

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