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Noi siamo come acqua gettata fra gli scogli

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Noi siamo come acqua gettata fra gli scogli
03/02/2021

Tratto da:
Friedrich Hölderlin, Il canto del destino di Iperione
In: Poesie scelte, Feltrinelli, 2018

Guida alla lettura

In questa splendida lirica in versi liberi, Friedrich Hölderlin canta con accenti pindarici il diverso destino degli dei e degli uomini: felici, animati da uno spirito perenne, con occhi che «brillano di quieta eterna chiarezza», i primi; instabili, destinati a svanire nell’abisso del tempo come acqua gettata fra gli scogli, i secondi.
Susanna Mati, curatrice dell’edizione Feltrinelli e autrice di una traduzione fondamentale per qualità artistica e intima adesione al significato profondo dei versi originali, commenta con magnifico stile: «La poesia appartiene alla seconda parte del romanzo “Iperione”, dove viene cantata dall’omonimo protagonista. Un primo abbozzo lo troviamo nel manoscritto “Quaderno in quarto di Homburg”, laddove per gli dei vengono usati epiteti come “liberi da cure”, ”privi di fatica”, “padroni di se stessi”. Viene svolto in questa poesia il grande tema dello Schicksal, il Destino, la più grande potenza del cosmo mitologico: etimologicamente, ciò che viene mandato e assegnato a uomini e dei (questi ultimi, dunque, non sono affatto Schicksallos, fuori dal fato, come Hölderlin misteriosamente afferma). I due principali ordini dell’essere (dei e mortali; gli eroi, presenti altrove con grande forza, rimangono qui assenti) scontano sorti diverse; alla perfetta, serena lungimiranza divina, priva di decorso (potrebbero gli dei uscire dalla perfezione?), fa da controcanto lo svanire precipitoso di ecatombi di mortali verso il cieco ignoto. Lo spirito che fiorisce eterno nei primi, nei secondi si consuma effimero e quasi senza lasciar traccia. I rimandi a Pindaro nell’opera di Hölderlin sono innumerevoli, e riguardano soprattutto il senso della caducità umana».
Compreso meglio il senso della lirica, gustiamo insieme l’immenso valore linguistico ed espressivo della versione italiana di Susanna Mati. I termini sono cesellati come gioielli, non presentano asperità formali neppure quando esprimono la realtà della sofferenza umana. «Uomini dolorosi», «Svaniscono», «Precipitano», «Ciecamente», «Negli anni», «Giù nell’ignoto» sono parole simbolo, sintagmi necessari che costituiscono altrettanti punti di accumulazione del senso poetico, vertici parossistici di un dire che si fa grido e verità. Per contro, tutto negli dei richiama l’apollinea serenità narrata dai miti greci: splendore, lievità, semplicità, chiarezza ci parlano di un mondo altro, che possiamo immaginare e descrivere, ma non cogliere nella nostra breve vita di «creature dell’attimo» (Iperione).
«Iperione o l’eremita in Grecia» è un romanzo epistolare in cui il protagonista racconta all’amico Bellarmino la propria esperienza di vita in Grecia e in Germania. Il romanzo è dedicato a Diotima, pseudonimo ispirato alla figura classica di Diotima di Mantinea, che Platone introduce nel Simposio come maestra di Socrate sul concetto di Eros. Dietro questo pseudonimo Hölderlin dissimula l’amata Susette von Gontard, la cui scomparsa scatenerà i primi attacchi della patologia mentale del poeta. Iperione simboleggia la vicenda dell’uomo moderno, incapace di trovare armonia interiore perché ha perduto il senso del divino, secondo il significato che questa categoria possiede nel mito antico. Compito del poeta è dunque quello di ridestare il culto perduto degli dei e aiutare il proprio popolo a ritrovare l’armonia perduta.
Da questa poesia Johannes Brahms trasse il testo per il Schicksalslied op. 54: ne suggeriamo la splendida interpretazione della Radio Filharmonisch Orkest e del Groot Omroepkoor (Olanda), diretti dalla violinista statunitense Karina Canellakis.
Incedete nell’alta luce
su suolo cedevole, geni felici!
Aliti divini, splendenti
vi sfiorano lievi,
come dita d’artista
corde sacre.

Senza destino, come neonato
dormiente, respirano i Celesti;
castamente protetto
in semplicissima gemma
fiorisce loro
perenne lo spirito,
e gli occhi sereni
brillano di quieta
eterna chiarezza.

Invece a noi non è dato
poter stare in alcun luogo,
svaniscono, precipitano
gli uomini dolorosi
ciecamente dall’una
all’altra delle ore,
come acqua gettata
di scoglio in scoglio
negli anni giù nell’ignoto.

Biografia

Friedrich Hölderlin nasce a Lauffen am Neckar, nel land del Baden-Württemberg, il 20 marzo 1770. Rimasto orfano di padre in giovanissima età, prende lezioni private di greco, latino, dialettica, retorica; studia flauto e pianoforte. Legge Schiller, Euripide, i Canti di Ossian e si appassiona progressivamente all’antichità classica.
A 18 anni viene ammesso nel collegio Stift di Tübingen, ove studia filosofia (che include matematica e fisica) e teologia. Fra i suoi compagni di studi spiccano i futuri filosofi Hegel e Schelling: con loro legge Spinoza, Kant, Rousseau, Fichte, e sogna per la Germania una rivoluzione simile a quella francese. Nonostante l’evoluzione sanguinaria del Terrore, Hölderlin vedrà sempre in quell’evento un'occasione di liberazione spirituale, di ritorno dell’individuo all’armonia con i propri simili e con la natura.
Il 17 settembre 1790, al termine del primo biennio di studi, ottiene il titolo di “Magister philosophiae” con due dissertazioni: una sulla storia dell’arte greca, e l’altra centrata su un originale parallelismo fra i Proverbi di Salomone e «Le opere e i giorni» di Esiodo. Nei due anni successivi scrive inni idealistici alla libertà e, nel 1793, la prima stesura, andata perduta, del romanzo epistolare «Iperione», storia un giovane in lotta per la Grecia oppressa dall'Impero ottomano. Nel 1793 si laurea in teologia, lasciando lo Stift. Il 6 dicembre diviene pastore; ma, contrariamente ai desideri della madre, rifiuta di avviarsi all'attività ecclesiastica: si manterrà negli anni con diversi incarichi di precettore.
Dopo un intenso periodo intellettuale trascorso a Jena, nel 1796 diviene precettore nella casa del banchiere Jakob Friedrich Gontard, a Francoforte: è l’evento che imprime una svolta decisiva, anche se infelice, alla sua vita. Il banchiere è sposato con Susette Borkenstein, una donna di ventisette anni, bella, colta e intelligente. Hölderlin si innamora di un amore subito ricambiato: Susette rappresenta per lui la bellezza e la serenità greca, l’ordine nell’inquietudine e nel caos interiore e storico.
Nell’aprile del 1797 viene pubblicato il primo volume di Iperione, accolto da molti intellettuali come un romanzo di importanza epocale. Ma il suo rapporto con Susette comincia a destare, all’inizio del 1798, i sospetti del banchiere Gontard. Il poeta si trasferisce a Homburg, da cui continua la relazione clandestina; lavora alla tragedia, che resterà incompiuta, «La morte di Empedocle» e pubblica altre odi e brevi liriche.
Nel 1799 esce il secondo volume dell’Iperione, che il poeta invia a Susette con la dedica «A chi, se non a te?». I loro incontri ormai sono rari, ma la corrispondenza si mantiene costante. Nonostante l’intensa attività letteraria, le condizioni economiche del poeta sono precarie. Accetta altri incarichi come precettore, che lo portano in Svizzera e poi in Francia, a Bordeaux.
Susette, sofferente di tisi, muore il 22 giugno 1802: in Friedrich iniziano a manifestarsi le prime turbe psichiche che lo porteranno alla schizofrenia.
Nell’aprile del 1804 pubblica le traduzioni dell’«Antigone» e dell’«Edipo re» di Sofocle, accolte tiepidamente dalla critica. Escono anche i «Canti della Patria», vertice del suo impegno poetico e politico. Il 19 giugno 1804 torna a Homburg, prendendo servizio come bibliotecario di corte. Coinvolto in tempestose vicende private, nonostante il disagio psichico, riesce a dedicarsi ancora alla poesia e a tradurre e commentare le odi di Pindaro.
L'11 settembre 1807, a seguito di una nuova crisi, Hölderlin viene ricoverato nella clinica psichiatrica di Ferdinand Autenrieth a Tübingen. I metodi del medico sono avanzati, per l’epoca, ma le sue condizioni non migliorano e viene dichiarato incurabile. Viene allora affidato alla famiglia di Ernst Zimmer, piccolo imprenditore di buona cultura. La stanza del poeta si trova nel retro della casa ed è di forma circolare: verrà chiamata “la torre di Hölderlin”. Ha una vista bellissima sulla città e sul fiume Neckar. Qui Friedrich trascorrerà gli ultimi trentasei anni della sua vita.
La figura di poeta folle comincia ad assumere contorni mitici, e molti vengono a fargli visita. Nel 1838 muore Ernst Zimmer e del poeta, da quel momento, si prende cura la figlia Lotte. Hölderlin, in condizioni mentali sempre più confuse, inizia a firmare le sue poesie con il nome di Scardanelli, apponendovi incongrue date di fantasia. Malato di polmonite, muore il 7 giugno 1843. Sottoposto nei decenni successivi, e soprattutto nel Novecento, a un attento lavoro di approfondimento critico, è oggi considerato uno dei più grandi poeti di tutti i tempi.
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