Fondazione Alessandra Graziottin onlus - per la cura del dolore nella donna Fondazione Alessandra Graziottin
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11/11/2020

Senza lasciare traccia: come il vento, come l’ombra


Tratto da:
Giorgio Caproni, Foglie
In: Tutte le poesie, Garzanti, 1983


Guida alla lettura

La metafora che chiude questa amara lirica di Giorgio Caproni – la vita dell’uomo è breve, come l’esistenza effimera delle foglie – riecheggia esempi illustri di un passato recente e lontano: fra i più eloquenti, Giuseppe Ungaretti (Si sta come /d'autunno /sugli alberi /le foglie) e il greco Mimnermo (Noi siamo come foglie, che la bella stagione /di primavera genera, quando del sole ai raggi /crescono: brevi istanti, come foglie, godiamo /di giovinezza il fiore).
La sintassi franta, le frequenti inarcature (non banalizzate dalla brevità del verso, ma efficaci segnali di affanno), l’asciutta brevità delle frasi restituiscono l’immagine di uomo che non si dà pace per la perdita degli amici, per l’apparente insignificanza delle loro vite, per il «brusio di voci afone» a cui sembrano ridotte la loro presenza, la loro fatica di vivere, le parole pronunciate a rivelare i moti dell’animo.
Ma in questo triste resoconto si apre uno spiraglio: siamo foglie, sì, alla cui verità la ragione non crede; ma siamo visti dagli occhi del cuore – risarcimento etico che dona senso e profondità a ciò che, sul piano conoscitivo, sembrava vuoto e insignificante. Attenzione, però: il cuore non vince sulla ragione; entrambi filtrano il nostro sguardo sulla realtà, e anzi il cuore rivendica le ragioni dell’essere proprio perché l’intelletto denuncia la vanità del tutto. Una dualità irrisolta che rimanda a Leopardi, autore profondamente amato da Caproni: la consapevolezza razionale del vero – tutto è nulla – nulla toglie alla potenza dei “cari inganni” dell’immaginazione, dei “gentili errori” del cuore.
Entrambi i poeti, sul fondamento di questa visione acutissima della vita e del mondo, seppero scrivere liriche immortali. Noi persone comuni, che non partecipiamo del genio ma conosciamo ugualmente il dolore dell’addio, giorno dopo giorno, alla luce del sole, possiamo cercare di alimentare le nostre illusioni sino a farle divenire piccole realtà dell’oggi e del domani, accettando che tutto è limitato, ma che tutto, se vissuto con il cuore, può donarci la vertigine dell’infinito.

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Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confuso d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.

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Biografia

Giorgio Caproni, autore di versi in cui una componente fondamentale è l’armonia, perché era appassionato di musica, nasce il 7 gennaio 1912 a Livorno. La famiglia è di origine modeste: il padre è un ragioniere, la madre una sarta e ricamatrice. Scopre presto la letteratura e prima dei dieci anni si dedica allo studio della Divina Commedia, dalla quale trae ispirazione per la collezione di poesie più celebre, “Il seme del piangere”, uscita nel 1959 da Garzanti, dedicato all’indimenticabile Annina, sua madre, Anna Picchi: secondo molti critici, uno dei punti più alti che la poesia italiana del Novecento abbia toccato.
Il titolo, “Il seme del piangere”, va dritto al cuore della sua poetica, fatta di nostalgie, di solitudini, di malinconie potremmo dire brahmsiane, visto come la musica ha permeato la sua vita, nonostante abbia rinunciato presto a diventare musicista di professione, ma sia sempre rimasto attento all’armonia intrinseca alla poesia. Lo si assapora, per esempio, in quest’altra lirica:

… perch’io, che nella notte abito solo,
anch’io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
bianca nella mia mente – apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
che mi bagna la mente…

La sua infanzia è segnata dalle condizioni economiche della famiglia. Anni difficili quelli del primo conflitto mondiale e dell’avvento del fascismo. Durante la Grande Guerra si trasferisce insieme alla madre e al fratello in casa di una parente, il padre è richiamato alle armi. Nel 1922 si sposta a Genova, che lui definirà «la mia vera città». Finite le Medie inizia a studiare violino, che poi abbandona. Verso i 18 anni mette su carta i primi versi. Comincia a dedicarsi alla lettura dei poeti sommi, in cui ritrova «il fascino della parola e della musica insieme».
Rimane folgorato da “Ossi di seppia”, di Montale, che per sua stessa ammissione «saranno per sempre parte del mio essere». Appassionato di Dante, dei “Canti” di Giacomo Leopardi, delle “Odi barbare” di Giosuè Carducci, Giorgio Caproni studia anche i classici della moderna poesia francese, da Charles Baudelaire a Paul Verlaine. Si sofferma sui capolavori del nostro Novecento: Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba, i “Canti orfici” di Dino Campana. Negli ultimi anni di vita possiede manoscritti di poeti amici: Camillo Sbarbaro, Mario Luzi, Pier Paolo Pasolini.
Nel 1936 muore la fidanzata, Olga Franzoni. La scomparsa della ragazza, per setticemia, induce nel giovane Giorgio, 24 anni, una profonda tristezza. Lo testimoniano alcuni libri, anche in prosa, come “Il gelo della mattina”: «Se potessi dire, un giorno, il mio amoroso sgomento, il mio lucente panico, il terrore calmo e meditato dello spazio e del vuoto. Forse tutto il mio mondo era legato a quella che se ne è andata».
In un altro libro, “Il mestiere di poeta”, descrive il mondo da cui ha tratto l’ispirazione poetica: «All’origine dei miei versi c’è la giovinezza e il gusto quasi fisico della vita… Versi un po’ macchiaioli che risentono molto del mio soggiorno da bambino nella campagna tra Pisa e Livorno, in casa di un certo Cecco, allevatore e domatore di cavalli».
Allo scoppio della seconda guerra mondiale è prima inviato sul fronte delle Alpi Marittime, poi in Veneto. Nel 1943, a conflitto ancora in corso, un editore di livello nazionale, Vallecchi di Firenze, pubblica la sua antologia “Cronistoria”. Nel 1951, mentre lavora come maestro elementare (sino al ‘73), si dedica alla traduzione di “Le Temps retrouvé” di Marcel Proust. “Stanze della funicolare” trionfa al Premio Viareggio nel 1952, e nel 1959 rivince con “Il seme del piangere”.
Intanto, dopo essere vissuto a Roma, era tornato nella sua Livorno, ma nel 1985 il Comune di Genova gli conferisce la cittadinanza onoraria. Giorgio Caproni muore a 78 anni, il 22 gennaio 1990. L'anno dopo viene pubblicata la raccolta “Res amissa”. Da essa è tratta la lirica “Versicoli quasi ecologici”, composta nel 1972:

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

La poesia è scelta come traccia per il tema d’Italiano all’esame di maturità del 2017.

(Biografia a cura di Pino Pignatta)

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Parole chiave:
Morte - Poesia - Senso del dolore - Senso della vita

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