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La morte di Argo

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12/04/2008

Omero, Odissea, XVII, 290-327
in: Salvatore Quasimodo, Dall'Odissea, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1951

Guida alla lettura

Si parla molto del dolore umano, assai meno di quello degli animali. Per alcuni, essi non sono che “macchine biologiche”, la cui vita è retta dal rigido determinismo dell’istinto. Chi ha la fortuna di vivere con loro, invece, sa che sono intelligenti, generosi e capaci di sentimenti profondi, con cui illuminano la nostra vita. Capaci, con la loro presenza affettuosa, di essere veri e propri analgesici anche per la nostra anima. E sa che anche le cosiddette “specie inferiori” meritano il nostro rispetto, per la bellezza e la varietà di cui ci circondano, e l’industriosità di cui spesso ci danno esempio.
Nell’Odissea del poeta greco Omero troviamo un quadro toccante e insolito, se rapportato alla spietatezza del mondo eroico descritto nel poema.
Odisseo (Ulisse per i latini), dopo la presa di Troia e lunghi anni di peregrinazioni in mare, torna finalmente a Itaca, ove la fedele sposa Penelope è insidiata da numerosi pretendenti (i “proci”). L’eroe – dato per morto quasi da tutti, dopo un’assenza così lunga – si finge dapprima un vecchio mendicante, con l’aiuto prodigioso della dea Atena. Poi, fattosi riconoscere in segreto dal figlio Telemaco, e vinta contro ogni pronostico la gara con l’arco indetta per la mano di Penelope, scatena la sua vendetta contro i rivali. Prima del drammatico epilogo, ancora sotto le spoglie dell’anziano mendicante, si imbatte un giorno, mentre conversa con il pastore Eumèo, nel suo vecchio cane da caccia.
Notiamo la descrizione sobria e al tempo stesso commovente dell’episodio: le condizioni pietose in cui versa la bestiola, trascurata da tutti e che pure riconosce – dopo vent’anni e sotto mentite spoglie! – il suo amato padrone; l’umanità di Odisseo, che al rivedere Argo non trattiene una lacrima, pur non consentendosi di accarezzarlo, forse per non farsi riconoscere da Eumèo e dai proci (il pianto non è mai estraneo agli eroi omerici, che con naturalezza esprimono tutta la vasta gamma delle emozioni umane); le parole di Eumèo, che descrivono con amara verità la sfortunata sorte dell’animale e la durezza di cuore degli uomini.
Dedichiamo questo brano, nella splendida traduzione di Salvatore Quasimodo, a tutti coloro soffrono per la perdita di un animale amato. Ci piace dedicarlo anche a tutti gli animali, creature come noi, che allietano la nostra vita e l’anima del mondo, e ingiustamente soffrono a causa della nostra insensibilità e crudeltà.
Mentre questo dicevano tra loro, un cane
che stava lì disteso, alzò il capo e le orecchie.
Era Argo, il cane di Odisseo, che un tempo
egli stesso allevò e mai poté godere nelle cacce,
perché assai presto partì l’eroe per la sacra Ilio.
Già contro i cervi e le lepri e le capre selvatiche
lo spingevano i giovani; ma ora, lontano dal padrone,
stava abbandonato sul letame di buoi e muli
raccolto presso le porte della reggia
fin quando i servi non lo portavano sui campi
a fecondare il vasto podere di Odisseo.
Là Argo giaceva coperto di zecche.
E quando Odisseo gli fu vicino, ecco agitò la coda
e lasciò ricadere le orecchie; ma non poteva
accostarsi al suo padrone. Odisseo
volse altrove lo sguardo e s’asciugò una lacrima
senza farsi vedere da Eumèo; e poi così diceva:
«Certo è strano, Eumèo, che un cane come questo
si lasci abbandonato sul letame. Bello è di forme;
non so se un giorno, oltre che bello, era anche veloce
nella corsa, o non era che un cane da convito,
di quelli che i padroni allevano solo per il fasto».
E a lui così rispondeva Eumèo, guardiano di porci:
«Questo è il cane d’un uomo che morì lontano.
Se ora fosse di forme e di bravura
come, partendo per Troia, lo lasciò Odisseo,
lo vedresti con meraviglia veloce e forte.
Mai una fiera gli sfuggiva nel folto della selva
quando la cacciava, seguendone abile le orme.
Ma ora, infelice, patisce. Lontano dalla patria
è morto il suo Odisseo; e le ancelle, indolenti,
non si curano di lui. Di malavoglia lavorano i servi
senza il comando dei padroni, poi che Zeus,
che vede ogni cosa, leva ad un uomo metà del suo valore,
se il giorno della schiavitù lo coglie».
Così disse, ed entrò nella reggia incontro ai proci.
E Argo, che aveva visto Odisseo dopo vent’anni,
fu preso dal Fato della nera morte.
Con il nome di Omero è indicato un poeta dell’Asia Minore che, intorno al 750 avanti Cristo, riprese antichi temi eroici legati alla tradizione orale degli aedi e li trasformò, con un potente atto creativo, nei due più importanti poemi epici dell’antichità: l’Iliade e l’Odissea. L’assedio e la presa di Troia, che offrì la materia di base per le due composizioni, risalgono invece al 1300-1200 a.C.
Intorno alla figura storica del poeta e alla composizione dei due poemi nacque sin dall’epoca alessandrina (III secolo a.C.) un’accesa disputa filologica nota come “questione omerica”. A lungo si sostenne che le redazioni giunte a noi fossero molto tarde, risultato di una mera “cucitura” di parti preesistenti e indipendenti fra loro.
Oggi si ritiene invece che i due poemi, pur derivando da un’antichissima tradizione orale, siano profondamente unitari nella loro composizione, ed espressione di un genio poetico fra i più alti nella storia dell’umanità. Si suppone inoltre che Omero sia un poeta realmente esistito e gli si attribuisce con ragionevole certezza la stesura dell’Iliade, mentre l’Odissea viene considerata più recente e composta nella sua forma definitiva durante il VII secolo a.C. Nonostante questa distinzione, sotto il nome di “Omero” continuano ad essere pubblicati, letti e amati entrambi i poemi.
Per approfondire la questione omerica e la conoscenza del mondo di Omero, consigliamo vivamente la lettura di Albin Lesky, Storia della letteratura greca, Volume primo, Il Saggiatore, Milano, 2005.
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