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Il pianto di Priamo e Achille

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01/04/2020

Tratto da:
Omero, Iliade, XXIV, 469-551, versione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi 1963

Guida alla lettura

Bergamo, 19 marzo 2020: nell’oscurità della sera, una lunga fila di autocarri militari trasferisce le bare degli uccisi dal SARS-Cov-2 ai luoghi ove le salme verranno cremate. Le immagini fanno il giro del mondo. Quei veicoli, strumenti di guerra, sono ora trasformati in strumenti di pietas: il bene traluce nel male.
Ma già Omero, all’alba della nostra civiltà, ci insegna che la pietas è l’altra faccia della guerra, e può risplendere proprio nelle situazioni più oscure.
L’esempio più alto lo troviamo nel ventiquattresimo canto dell’Iliade. Achille ha ucciso Ettore, vendicando la morte di Patroclo e imprimendo al conflitto di Troia una svolta decisiva. Priamo, padre di Ettore e signore della città assediata, si reca alla nave di Achille con «doni infiniti», il riscatto di guerra, per ottenere la restituzione delle spoglie dell’amato figlio. Improvvisamente, dopo la prematura discesa all’Ade di tanti giovani eroi, nasce fra i due un dialogo che, per la prima volta nella storia del pensiero occidentale, esprime una verità che, filosoficamente parlando, è un punto di non ritorno: la sofferenza, la morte, il rimpianto accomunano gli esseri umani. La fratellanza nasce dalla condivisione dei mali che i Celesti inviano ai mortali e dalla solidarietà che, a volte, nasce da questo comune destino. Così Priamo piange il figliolo, rannicchiato ai piedi di chi lo ha assassinato, e Achille piange il padre lontano: «s’alza per la dimora quel pianto».
Nell’emergenza mondiale scatenata dal coronavirus è essenziale ritrovare la consapevolezza di questa verità: non esistono vite risparmiate dal male, e tutti siamo chiamati a con-piangere. Ma, anche, tutti siamo chiamati al compito esigente della consolazione e del soccorso, nell’infuriare della tempesta e dopo, quando la normalità tornerà a scandire i nostri giorni.
La riumanizzazione di una società che stava smarrendo il senso dell’essenziale (e alla quale il virus volge un monito che reclama ascolto, e quella che i Greci antichi chiamavano “metánoia” – mutamento di pensiero e di azione) potrà trovare un riferimento imprescindibile nella scuola e nell’università, anch’esse rifondate su basi nuove, nuovamente capaci di estrarre dal passato insegnamenti validi per il presente e il futuro.
Dal profondo dei millenni, Priamo e Achille ci indicano la strada per un rinnovamento profondo dell’intelligenza e delle relazioni, ci porgono un testimone da raccogliere con gratitudine, ci assicurano che – sinché l’uomo sarà capace di “piangere insieme” – la morte non avrà l’ultima parola.
Priamo saltò giù a terra dal cocchio
e lasciò Ideo: quello rimase a tenere
cavalli e mule, e il vecchio entrò dritto
dove sedeva Achille caro a Zeus: lo trovò
solo, sedevano in disparte i compagni: ma due,
l’eroe Automédonte e Alcimo, rampollo d’Ares,
s’affaccendavano standogli intorno: aveva appena finito
di mangiare e di bere: c’era lì ancora la tavola.
Entrò non visto il gran Priamo, e standogli accanto
strinse fra le sue mani i ginocchi d’Achille, baciò quella mano
tremenda, omicida, che molti figliuoli gli uccise.
Come quando grave colpa ha travolto un uomo,
che, ucciso in patria qualcuno, fugge in altro paese,
in casa d’un ricco, stupore afferra i presenti;
così Achille stupì, vedendo Priamo simile ai numi,
e anche gli altri stupirono e si guardarono in faccia.
Ma Priamo prendendo a pregare gli disse parola:
«Pensa al tuo padre, Achille pari agli dèi,
coetaneo mio, come me sulla soglia tetra della vecchiaia,
e lo tormentano forse i vicini, standogli intorno,
perché non c’è nessuno che il danno e il male allontani.
Pure sentendo dire che tu ancora sei vivo,
gode in cuore, e spera ogni giorno
di vedere il figliuolo tornare da Troia.
Ma io sono infelice del tutto, che generai forti figli
nell’ampia Troia, e non me ne resta nessuno.
Cinquanta ne avevo quando vennero i figli dei Danai,
e diciannove venivano tutti da un seno,
gli altri altre donne me li partorirono in casa:
ma Ares furente ha sciolto i ginocchi di molti,
e quello che solo restava, che proteggeva la rocca e la gente,
tu ieri l’hai ucciso, mentre per la sua patria lottava,
Ettore… Per lui vengo ora alle navi dei Danai,
per riscattarlo da te, ti porto doni infiniti.
Achille, rispetta i numi, abbi pietà di me,
pensando al padre tuo: ma io son più misero,
ho patito quanto nessun altro mortale,
portare alla bocca la mano dell’uomo che ha ucciso i miei figli!».
Disse così, e gli fece nascere brama di piangere il padre:
allora gli prese la mano e scostò piano il vecchio;
entrambi pensavano e uno piangeva Ettore massacratore
a lungo, rannicchiandosi ai piedi di Achille,
ma Achille piangeva il padre, e ogni tanto
anche Patroclo; s’alzava per la dimora quel pianto.
Ma quando Achille glorioso si fu goduto i singhiozzi,
passò dal cuore e dalle membra la brama,
s’alzò dal seggio a un tratto e rialzò il vecchio per mano,
commiserando la testa canuta, il mento canuto,
e volgendosi a lui parlò parole fugaci:
«Ah misero, quanti mali hai patito nel cuore!
E come hai potuto alle navi dei Danai venire solo,
sotto gli occhi d’un uomo che molti e gagliardi
figliuoli t’ha ucciso? Tu hai cuore di ferro.
Ma via, ora siedi sul seggio e i dolori
lasciamoli dentro nell’animo, per quanto afflitti:
nessun guadagno si trova nel gelido pianto.
Gli dei filarono questo per i mortali infelici:
vivere nell’amarezza: essi invece son senza pene.
Due vasi son piantati sulla soglia di Zeus,
dei doni che dà, dei cattivi uno e l’altro dei buoni.
A chi mescolando ne dia Zeus che getta le folgori,
incontra a volte un male e altre volte un bene;
ma a chi dà solo dei tristi, lo fa disprezzato,
e mala fame lo insegue per la terra divina,
va errando senza onore né dagli dei né dagli uomini.
Così a Peleo doni magnifici fecero i numi
fin dalla nascita; splendeva su tutti mortali
per beata ricchezza; regnava sopra i MirmÍdoni,
e benché fosse mortale gli fecero sposa una dea.
Ma col bene, anche un male gli diede il dio, ché non ebbe
nel suo palazzo stirpe di figli nati a regnare,
un figlio solo ha generato, che morrà presto: e io non posso
aver cura del vecchio perché lontano dalla mia patria
qui in Troia siedo, a te dando pene e ai tuoi figli.
E anche tu, vecchio – sappiamo – fosti felice prima:
quanto paese di sopra limita Lesbo, la sede di Màcaro,
e di sotto la Frigia e lo sconfinato Ellesponto,
su tutti, raccontano, o vecchio, per figli e ricchezze splendevi.
Da che questo male, invece, i figli del cielo ti diedero,
sempre battaglie vi sono intorno alla rocca e strage d’uomini.
Sopporta, dunque, e non gemere senza posa nel cuore:
nulla otterrai piangendo il figlio, non lo farai
rivivere, potrai piuttosto patire altri mali».

Biografia

Con il nome di Omero è indicato un poeta dell’Asia Minore che, intorno al 750 avanti Cristo, riprese antichi temi eroici legati alla tradizione orale degli aedi e li trasformò, con un potente atto creativo, nei due più importanti poemi epici dell’antichità: l’Iliade e l’Odissea. L’assedio e la presa di Troia, che offrirono la materia di base per le due composizioni, risalgono invece al 1300-1200 a.C.
Intorno alla figura storica del poeta e alla composizione dei due poemi nacque sin dall’epoca alessandrina (III secolo a.C.) un’accesa disputa filologica nota come “questione omerica”. A lungo si sostenne che le redazioni giunte a noi fossero molto tarde, risultato di una mera “cucitura” di parti preesistenti e indipendenti fra loro.
Oggi si ritiene invece che i due poemi, pur derivando da un’antichissima tradizione orale, siano profondamente unitari nella loro composizione, ed espressione di un genio poetico fra i più alti nella storia dell’umanità. Si suppone inoltre che Omero sia un poeta realmente esistito e gli si attribuisce con ragionevole certezza la stesura dell’Iliade, mentre l’Odissea viene considerata più recente e composta nella sua forma definitiva nel corso del VII secolo a.C. Nonostante questa distinzione, sotto il nome di “Omero” continuano ad essere pubblicati, letti e amati entrambi i poemi.
Per approfondire la questione omerica e la conoscenza del mondo di Omero, consigliamo vivamente la lettura di Albin Lesky, Storia della letteratura greca, Volume primo, Il Saggiatore, Milano, 2005.
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