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Coltivare la vigilanza, per un corretto rapporto con il tempo, il dolore e la vita

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09/05/2012

Tratto da: Carlo Maria Martini, Sto alla porta, Centro Ambrosiamo Documentazione e Studi Religiosi, Milano 1992, p. 18; 24-26
In: Comunità Monastica di Bose (a cura di), Letture dei giorni, Piemme, Casale Monferrato 1994, pag. 531-532

Guida alla lettura

In questo brano Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano e biblista fra i più apprezzati del Novecento, affronta il tema dell’angoscia dell’uomo di fronte al tempo che scorre: fenomeno fisico e al tempo stesso antropologico, più di ogni altro rivelativo del nostro status di «esseri limitati e avviati senza scampo verso la morte».
La ricchezza, il potere, la salute ad ogni costo, l’attivismo senza pace, ma anche l’evasione fine a se stessa, ottusa e superficiale, incapace di solitudine e silenzio, sono tutti tentativi di esorcizzare questa angoscia: espedienti di breve termine, però, destinati spesso a lasciarci più inquieti di prima. Altri ancora, osserva Martini in un passo dello scritto non riportato nel volume curato dai monaci di Bose, neutralizzano l’insolente scorrere del tempo «nel modo più radicale, anticipando drasticamente la fine»: non solo e non tanto con il suicidio, ma soprattutto «nei modi più subdoli e non meno tragici di una vita sostanzialmente “spenta”», in cui l’individuo cerca di sottrarsi – con la droga, con l’alcol, con l’inerzia intellettuale e morale – alla fatica del pensare, del decidere e del portare responsabilità, in una sorta di «piacevole stordimento che rende insensibili a ciò che è brutto e penoso».
La sola strategia realmente alternativa a queste diverse forme di negazione della vita sta, secondo Martini, nella capacità di vigilanza. Sanno vigilare coloro che hanno cura delle persone e dei valori. Coloro che sono «pronti a raccogliere i segnali di aiuto dei loro amici nel pericolo, dei loro fratelli nel dolore». Coloro che si danno il tempo di riconoscere il significato delle proprie emozioni e tensioni, cogliendo così in profondità l’esperienza in cui possono introdurci. In questo modo il dolore di vivere non ha più l’ultima parola, perché viene affrontato e assunto in una concreta pratica di responsabilità verso gli altri (nella cura solidale) e verso se stessi (nell’introspezione matura), che trasforma le relazioni e il nostro stare nel mondo e nel tempo.
Il tempo che passa risuona in noi come una continua rivelazione della nostra condizione di esseri limitati e avviati impietosamente senza scampo verso la morte. Di questo, in fondo, abbiamo paura e ce ne difendiamo in tutti i modi.
Due sono le vie attraverso le quali cerchiamo di sfuggire il problema della fine irreparabile del tempo, di esorcizzare l’immagine della morte che fa capolino in ogni piccolo o grande affanno per la vita. Esse sono l’ostentazione del nostro dominio sul tempo e l’ossessione di sfuggire in tutti i modi possibili al suo dominio su di noi. (…)
Tra l’illusione di possedere il tempo e la disperazione per il suo venirci meno sta un atteggiamento completamente diverso, evocato con il termine vigilare.
Vigilare significa anzitutto vegliare, stare desti, rimanere all’erta. L’immagine più immediata è quella di chi non si lascia sorprendere dal sonno quando il pericolo incombe o un fatto straordinario ed emozionante sta per accadere. Vigilare significa badare con amore a qualcuno, custodire con ogni cura qualche cosa di molto prezioso, farsi presidio di valori importanti che sono delicati e fragili. Vigilare impegna comunque a fare attenzione, a diventare perspicaci, a essere svegli nel capire ciò che accade, acuti nell’intuire la direzione degli eventi, preparati a fronteggiare l’emergenza.
Rimanere svegli, essere attenti, avere cura, vegliare dunque: veglia la sposa che attende lo sposo, la madre che attende il figlio lontano, la sentinella che scruta nel cuore della notte; veglia l’infermiere accanto al malato, il monaco nella preghiera notturna; vegliano gli uomini e le donne che sono pronti a raccogliere i segnali di aiuto dei loro amici nel pericolo, dei loro fratelli nel dolore, del loro prossimo nella difficoltà; veglia la comunità dei credenti che è rapida nel reagire alla tiepidezza e alla stanchezza che l’allontanano dall’amore degli inizi.
Veglia una società civile che coglie prontamente i segni del proprio degrado, che si erge contro la corruzione dilagante, che contrasta la disaffezione nei confronti del bene comune, che non si rassegna alla deriva delle sue istituzioni pubbliche e alla casualità dei suoi ritmi vitali, che poi significano sempre il trionfo dei prepotenti e dei furbi.
Vigilare è la capacità di ritornare a prendersi il tempo necessario per aver cura della qualità non puramente clinica e commerciale della vita. Il tempo per imparare a riconoscere il significato delle nostre emozioni, impulsi, tensioni per non rimuoverle troppo in fretta anestetizzando l’eventuale disagio che ci procurano, e rendendo così sterile la profondità dell’esperienza nella quale esse potrebbero introdurci. (…) Si può tuttavia dire che tutti i modi di vegliare, che esemplificano le qualità essenziali del vigilare, sono come momenti particolari di quella grande veglia che è l’esistenza umana di fronte al tempo definitivo che viene: il tempo della vita eterna con Dio, che è come la “grande festa” della vita, alla quale ogni uomo che viene nel mondo è destinato.

Biografia

Carlo Maria Martini nasce a Torino nel 1927. Interessato sin da giovanissimo agli studi biblici, a 17 anni entra nella Compagnia di Gesù e diviene sacerdote nel 1952. Consegue il dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana nel 1958; nel 1962 gli viene assegnata la cattedra di Critica Testuale presso il Pontificio Istituto Biblico, di cui è nominato rettore nel 1969. Nel 1978 assume lo stesso incarico presso la Pontificia Università Gregoriana.
Nominato arcivescovo di Milano nel 1979, avvia la pratica delle “scuole della parola”, ispirate all’antica pratica della lectio divina monastica, che insegna a “pregare” il testo biblico e ad applicarlo alla vita quotidiana. Nel 1983 è costituito cardinale e nel 1986 diviene presidente del Consiglio delle Conferenze dei vescovi d’Europa. Nel 1989 riceve la laurea honoris causa dalla Pontificia Università Salesiana per le sue iniziative nel campo dell’educazione; nel 2002 è insignito di una seconda laurea honoris causa, ancora in Scienze dell’Educazione, dall’Università Cattolica di Milano.
Nel 2002, rassegna le dimissioni dall’incarico di arcivescovo per sopraggiunti limiti di età. Nominato arcivescovo emerito, si reca a Gerusalemme, dove vivrà fino al 2007 coltivando gli amati studi biblici.
Partecipa al conclave del 2005, che elegge papa il cardinale Ratzinger. Nel 2006 riceve la laurea honoris causa in Medicina, dall’Università Vita-Salute San Raffaele, e la laurea honoris causa in Filosofia, dall’Università Ebraica di Gerusalemme. L’anno successivo compie 80 anni: come previsto dal diritto canonico, decade da tutti gli incarichi ricoperti nella Curia romana e perde il diritto di entrare in conclave. Colpito dal morbo di Parkinson, rientra definitivamente in Italia nel 2008.
Fra i suoi libri più recenti, spiccano “Il discorso della montagna. Meditazioni” (Mondadori, 2006), “Liberi di credere. I giovani verso una fede consapevole” (In dialogo, 2009), “Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede” (Mondadori, 2008), “Le ali della libertà. Meditazioni sulla Lettera ai Romani” (Piemme, 2009), e “Le ragioni del credere. Scritti e interventi” (Mondadori, 2011).
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