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Nella nebbia della mente

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17/10/2012

Tratto da:
Eugenio Montale, Non recidere, forbice, quel volto
In: Tutte le poesie (a cura di G. Zampa), Mondadori 1984

Guida alla lettura

In questa lirica, tratta dalla raccolta “Le occasioni”, Eugenio Montale intreccia due immagini: l’azione implacabile dell’oblio, raffigurato da una forbice che recide le immagini della memoria, facendole precipitare in una nebbia insondabile e fredda; la potatura novembrina dell’acacia, che fa cadere dai rami l’esoscheletro vuoto di una cicala, proprio come dalla mente si staccano irrecuperabilmente i ricordi di una vita.
I suoni secchi e cupi dei termini e delle espressioni – recidere, forbice, colpo di scure, “un freddo cala” – trasmettono con grande efficacia la disperata solitudine del poeta.
Secondo alcuni critici, la scomparsa del volto amato segna la fine dell’illusione di poter trattenere la giovinezza e, con essa, l’ispirazione poetica. Per altri, meno tecnicamente, esprime un senso struggente del tempo che fugge. Noi proponiamo un’ulteriore suggestione, forse estranea a Montale, ma possibile e lecita al lettore, che ad ogni fruizione “ricrea” e arricchisce il testo poetico: la lirica come immagine plastica e drammatica dell’annullamento cognitivo recato dalla demenza di Alzheimer.
La nebbia diventa allora simbolo di una morte delle relazioni e del pensiero, prima ancora che dei corpi, di una «memoria che si sfolla» di ogni immagine, di ogni ricordo. E quel «viso in ascolto» evoca la dolente situazione dei familiari non più riconosciuti, degli amici dimenticati, che cercano invano nel volto del malato un guizzo di coscienza. In questi casi – lo sappiamo sin troppo bene – la recisione diventa totale e senza appello, e gli uomini e le donne che siamo stati precipitano davvero come gusci vuoti, scrollati nel freddo dell’autunno.
Dedichiamo i versi a tutti coloro che assistono una persona aggredita dalla demenza, e agli scienziati che cercano una via d’uscita da questo terribile destino.
Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.
Un freddo cala. Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé crolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

Biografia

Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896. Si diploma in ragioneria, ma i suoi veri interessi sono letterari e filosofici. Durante la prima guerra mondiale, fa richiesta di essere inviato al fronte: verrà congedato nel 1920.
Nel 1925 sottoscrive il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Dal 1927 lavora come redattore presso l’editore Bemporad, a Firenze. Due anni dopo è chiamato a dirigere il Gabinetto scientifico letterario G. P. Vieusseux, da cui sarà espulso nel 1938. Nel frattempo collabora alla rivista Solaria, frequenta Carlo Emilio Gadda e Elio Vittorini, e scrive per quasi tutte le riviste specialistiche del tempo. Nel 1948 si trasferisce a Milano: collaboratore del Corriere della sera, si occupa di critica letteraria e musicale, e scrive reportage culturali da vari Paesi, fra cui il Medio Oriente.
Riceve tre lauree ad honorem (a Milano nel 1961, a Cambridge nel 1967 e a Roma nel 1974), la nomina a senatore a vita nel 1967 e il premio Nobel per la Letteratura nel 1975.
Muore a Milano il 12 settembre 1981: è sepolto nel cimitero della chiesa di San Felice a Ema, a sud di Firenze, accanto alla moglie Drusilla. Le sue più importanti raccolte poetiche sono “Ossi di seppia” (pubblicata nel 1925), “Le occasioni” (1939) e “La bufera” (1956). Le ultime opere includono “Xenia”, pubblicata nel 1966 e dedicata alla moglie, “Satura” (1971), “Diario del 71 e 72”.
Montale si colloca nella linea più ortodossa dell’ermetismo, ossia di quella corrente poetica del Novecento caratterizzata da tre atteggiamenti fondamentali: la ricerca della parola pura, essenziale, scarnificata, libera da nessi logici e discorsivi, e nella quale possano liberamente vibrare anche le cose non dette; l’uso di immagini analogiche, ma con nessi equivoci e difficili da decifrare; l’attenzione per il tono della parola-suono considerata in se stessa, avulsa da sviluppi melodici.
Fedele a questa impostazione, la sua poesia esprime sensazioni piuttosto che sentimenti; una visione delle cose assorta e perplessa; ma anche una sofferta coscienza del mondo e della vita.
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