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Il nostro breve, lungo viaggio

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06/03/2013

In: Eugenio Montale, Tutte le poesie, a cura di G. Zampa, Mondadori 1984

Guida alla lettura

Questa dolce e malinconica lirica fa parte della raccolta “Xenia”, scritta da Eugenio Montale in memoria della moglie scomparsa. Le tante esperienze condivise sono assomigliate a milioni di scale, scendendo le quali il poeta offriva cavallerescamente il braccio alla sua donna. E subito dalla metafora si sprigiona una serie di immagini che raccontano la solitudine e il dolore: ogni gradino ora affaccia sul vuoto, perché era l’amore a colmare di senso i passi della vita; il viaggio compiuto insieme, pur lungo, appare insopportabilmente breve; e tutto ciò che ha costellato quel viaggio – le coincidenze, gli affanni, le illusioni, le delusioni – non ha ormai alcuna importanza, perché non potrà più essere condiviso. Infine, inaspettato, il culmine emotivo della composizione: lungo quelle scale, l’uomo in apparenza accompagnava, ma in realtà era la donna amata che vedeva al di là delle apparenze, e illuminava e dava un senso all’esistenza di entrambi.
Il riferimento alle pupille “tanto offuscate” ha un fondo autobiografico: la moglie di Montale, infatti, era molto miope. Ma fermarsi a questo dato clinico e leggere gli ultimi versi senza coglierne la portata simbolica – come è stato fatto da alcuni critici – sminuisce e mortifica la commossa confessione di uomo che, senza più compagna, si sente perduto, e riconosce a lei, non a se stesso, il ruolo di guida nello scorrere dei giorni.
Lo stile di Montale ha l’asciutta brevità della poesia ermetica: nessuna concessione ai modi epici o lirici dei secoli passati. Eppure sa esprimere con profondità sentimenti universali che sentiamo nostri, quando pensiamo a chi abbiamo amato e non è più con noi. Leggiamo, per esempio, quell’ultimo verso: tre sole parole, semplicissime e quotidiane, suonano come un sussurro spento da un lieve singhiozzo. Il tempo del verbo, l’imperfetto dei ricordi e dei rimpianti, pennella con un unico tratto il mondo che non c’è più; e il pronome possessivo alla seconda persona singolare – nulla di più naturale fra due coniugi – esprime al tempo stesso una calda confidenza e un delicato rispetto.
Ancora una volta, un grande poeta dà voce alla passione e alla fatica del nostro vivere: amore fedele, reciproco aiuto, dolore del distacco, e del dopo.
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Biografia

Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896. Si diploma in ragioneria, ma i suoi veri interessi sono letterari e filosofici. Durante la prima guerra mondiale, fa richiesta di essere inviato al fronte: verrà congedato nel 1920.
Nel 1925 sottoscrive il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Dal 1927 lavora come redattore presso l’editore Bemporad, a Firenze. Due anni dopo è chiamato a dirigere il Gabinetto scientifico letterario G. P. Vieusseux, da cui sarà espulso nel 1938. Nel frattempo collabora alla rivista Solaria, frequenta Carlo Emilio Gadda e Elio Vittorini, e scrive per quasi tutte le riviste specialistiche del tempo. Nel 1948 si trasferisce a Milano: collaboratore del Corriere della sera, si occupa di critica letteraria e musicale, e scrive reportage culturali da vari Paesi, fra cui il Medio Oriente.
Riceve tre lauree ad honorem (a Milano nel 1961, a Cambridge nel 1967 e a Roma nel 1974), la nomina a senatore a vita nel 1967 e il premio Nobel per la Letteratura nel 1975.
Muore a Milano il 12 settembre 1981: è sepolto nel cimitero della chiesa di San Felice a Ema, a sud di Firenze, accanto alla moglie Drusilla. Le sue più importanti raccolte poetiche sono “Ossi di seppia” (pubblicata nel 1925), “Le occasioni” (1939) e “La bufera” (1956). Le ultime opere includono “Xenia”, pubblicata nel 1966 e dedicata alla moglie, “Satura” (1971), “Diario del 71 e 72”.
Montale si colloca nella linea più ortodossa dell’ermetismo, ossia di quella corrente poetica del Novecento caratterizzata da tre atteggiamenti fondamentali: la ricerca della parola pura, essenziale, scarnificata, libera da nessi logici e discorsivi, e nella quale possano liberamente vibrare anche le cose non dette; l’uso di immagini analogiche, ma con nessi equivoci e difficili da decifrare; l’attenzione per il tono della parola-suono considerata in se stessa, avulsa da sviluppi melodici.
Fedele a questa impostazione, la sua poesia esprime sensazioni piuttosto che sentimenti; una visione delle cose assorta e perplessa; ma anche una sofferta coscienza del mondo e della vita.
Parole chiave di questo articolo
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