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Il dolore e il silenzio

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01/05/2019

Tratto da:
Eugenio Montale, So l’ora in cui la faccia più impassibile (Ossi di seppia)
In: Tutte le poesie, Mondadori 2005

Guida alla lettura

Questa lirica di Eugenio Montale, inclusa nella raccolta “Ossi di seppia”, si articola in tre movimenti ben distinti: il primo, come un grido improvviso, denuncia l’esperienza improvvisa del dolore, capace di alterare anche i lineamenti più freddi e impassibili. Il poeta rivendica una conoscenza altra, e più acuta, rispetto alle persone comuni: «So l’ora…». Infatti – e passiamo al secondo movimento – questa pena è invisibile ai più: la gente, pigiata nella calca del corso di un’anonima città, sembra non vederla.
Ma la superiorità del poeta, orgogliosamente affermata nella prima quartina, è veramente tale? La seconda strofa ci introduce al terzo movimento, quello del ripensamento amaro. Le parole del poeta trasmettono (questo il senso di quel “tradite”, latinismo da tradĕre, da cui – per esempio – l’italiano “tradizione”) invano il morso del dolore, il vento che sconvolge il cuore: chi meglio aderisce alla dura realtà delle cose è colui che tace, perché il canto già attenua la sofferenza, già è «un canto di pace». Dunque è in quella folla inconsapevole e muta, incapace di parole liberatrici, che troviamo la traccia più autentica della fatica di esistere, del «male di vivere», come dirà il poeta genovese in un altro celebre brano.
La chiusa di Montale ha una valenza meta-poetica che non ci deve sfuggire, perché rovescia l’immagine plurisecolare del lirico che meglio di ogni altro conosce il cuore dell’uomo e con i propri versi tratteggia con fedeltà il dolore che ne attraversa la vita. Qui la massa indistinta sa meglio di lui la verità del male che tortura il mondo, e attraverso il suo silenzio offre al mondo una testimonianza più fedele e più vera.
So l’ora in cui la faccia più impassibile
è traversata da una cruda smorfia:
s’è svelata per poco una pena invisibile.
Ciò non vede la gente nell’affollato corso.

Voi, mie parole, tradite invano il morso
secreto, il vento che nel cuore soffia.
La più vera ragione è di chi tace.
Il canto che singhiozza è un canto di pace.

Biografia

Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896. Si diploma in ragioneria, ma i suoi veri interessi sono letterari e filosofici. Durante la prima guerra mondiale, fa richiesta di essere inviato al fronte: verrà congedato nel 1920.
Nel 1925 sottoscrive il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Dal 1927 lavora come redattore presso l’editore Bemporad, a Firenze. Due anni dopo è chiamato a dirigere il Gabinetto scientifico letterario G. P. Vieusseux, da cui sarà espulso nel 1938. Nel frattempo collabora alla rivista Solaria, frequenta Carlo Emilio Gadda e Elio Vittorini, e scrive per quasi tutte le riviste letterarie del tempo. Nel 1948 si trasferisce a Milano: collaboratore del Corriere della sera, si occupa di critica letteraria e musicale, e scrive reportage culturali da vari Paesi, fra cui il Medio Oriente.
Riceve tre lauree ad honorem (a Milano nel 1961, a Cambridge nel 1967 e a Roma nel 1974), la nomina a senatore a vita nel 1967 e il premio Nobel per la Letteratura nel 1975.
Muore a Milano il 12 settembre 1981: è sepolto nel cimitero della chiesa di San Felice a Ema, a sud di Firenze, accanto alla moglie Drusilla. Le sue più importanti raccolte poetiche sono “Ossi di seppia” (pubblicata nel 1925), “Le occasioni” (1939) e “La bufera” (1956). Le ultime opere includono “Xenia”, pubblicata nel 1966 e dedicata alla moglie, “Satura” (1971), “Diario del 71 e 72”.
Montale si colloca nella linea più ortodossa dell’ermetismo, ossia di quella corrente poetica del Novecento caratterizzata da tre atteggiamenti fondamentali: la ricerca della parola pura, essenziale, scarnificata, libera da nessi logici e discorsivi, e nella quale possano liberamente vibrare anche le cose non dette; l’uso di immagini analogiche, ma con nessi equivoci e difficili da decifrare; l’attenzione per il tono della parola-suono considerata in se stessa, avulsa da sviluppi melodici.
Fedele a questa impostazione, la sua poesia esprime sensazioni piuttosto che sentimenti; una visione delle cose assorta e perplessa; ma anche una sofferta coscienza del mondo e della vita.
Parole chiave di questo articolo
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